Dana Sachs.
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Se tu vivessi qui.
Parte 1.
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Titolo originale: If You Lived Here. 2007.
Traduzione di: Valentina Riolo.
2008. Marcos y Marcos Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Shelley  una donna attraente, piena di coraggio e curiosit.
Vive in North Carolina, e dopo aver tentato invano di avere un bambino, ora desidera con tutta se stessa adottarne uno.
Xuan Mai ha alle spalle una terribile fuga dal Vietnam, dove vent'anni prima aveva involontariamente causato una disgrazia. Con grande tenacia, si  rifatta una vita, e il suo emporio etnico va a gonfie vele.
La bella notizia  che dopo mille tentativi andati a vuoto, Shelley ce l'ha fatta: in un orfanotrofio di Hanoi c' un piccolino dalle guance tonde che l'aspetta.
Purtroppo, ce n' anche una pessima: suo marito Martin - che di figli ne ha gi due e del Vietnam ricorda solo l'orrore - di questa adozione non ne vuol sapere.
Shelley e Xuan Mai diventano amiche e, di fronte al secco rifiuto di Martin, vere e proprie alleate: di punto in bianco, decidono di partire insieme per il Vietnam.
In una Hanoi allegra e assolata, piena di vita lungo la strada, riescono a darsi ci che a ciascuna mancava. Scoperchiato lo scrigno degli errori, riannodati i fili spezzati con il passato, ritroveranno la misura ideale per puntare dritto alla felicit. Con la complicit di un medico italiano,
energico e profondamente generoso. Narrato in prima persona da due voci - e due culture - cos diverse, che si passano il testimone di capitolo in capitolo,
Se tu vivessi qui  una straordinaria ricognizione sull'amicizia, sull'amore e sul perdono.
E tocca, fino alla commozione, le corde pi alte della nostra sensibilit.
Sto offrendo una casa a un bambino che ne ha bisogno, ecco cosa sto facendo. Ma sto facendo anche un'altra cosa: costruisco la mia famiglia su un dolore altrui. Come si  sentita quella donna quando lo ha abbandonato? Me lo domander sempre. Povero Hai Au. Se lo domander sempre.
Scrivere di ci che si conosce; nel caso di Dana Sachs questo principio si applica alla perfezione. Il Vietnam, l'adozione, seppellire i morti per professione: i tre temi che si intrecciano magnificamente nel romanzo hanno suscitato in Dana Sachs fantasie, riflessioni e il bisogno di approfondire. Il Vietnam  una passione che parte da lontano, un luogo che tra tanti viaggi ha colpito il cuore ed  rimasto. Al punto da viverci per un anno con marito e figli, al punto da coinvolgere anche i parenti, tutti molto creativi, in sopralluoghi, soggiorni prolungati, addirittura un documentario,
Which Way Is East. L'adozione  un tema intrigante, svela emozioni e sentimenti complessi alla radice del desiderio di un figlio, mette alla prova la capacit di amare. Quesito esistenziale per Dana Sachs al momento di diventare madre, si trasforma in oggetto di indagine sul campo durante la permanenza in Vietnam, fonte" di bimbi adottivi per l'Occidente. Infine, da un'amicizia con un professionista della cura dei morti, nasce l'idea di raccontare dall'interno questo lavoro inquietante, in realt cos profondamente connesso con la vita, con la dimensione pi vulnerabile di se stessi e degli altri.
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L'autrice.
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Dana Sachs  nata a Memphis,  vissuta a lungo in California, e ora vive a Wilmington, in North Carolina, set americano di Se tu vivessi qui.
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Se tu vivessi qui.
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CAPITOLO 1.
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Shelley.
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Credo che i Marino seppelliscano i Rivenbark da
almeno settantanni. Non posso fare paragoni
tra le usanze funebri di Wilmington, in North
Carolina, e le usanze funebri di qualsiasi altro luogo,
ma posso dirvi che i Rivenbark di solito vogliono il pastore
della Prima Chiesa Battista, i fiori di Will Rehder
e un generoso rinfresco. Certe volte leggono il Salmo
23 e altre il Salmo 121.  difficile prevedere cosa chiederanno
per una sepoltura come questa, per, perch
non c' nulla di scontato nella morte di un bambino.
Oggi pomeriggio, nella prima bella giornata di primavera,
Oscar Rivenbark, quattro anni,  caduto dal terzo
ramo della magnolia del suo giardino. L'ambulanza 
riuscita ad arrivare al pronto soccorso in meno di un
quarto d'ora ma lui  morto prima che gli infermieri
lo portassero dentro.
Io e Martin, mio marito, gestiamo la Marino &
Sons, la pi grande casa funeraria della zona. Tra me
e lui, vantiamo quasi quarant'anni di esperienza. Eppure,
davanti alla morte di un bambino, dobbiamo
chiamare a raccolta tutte le nostre forze. Dall'esterno
si potrebbe pensare che io passi da una catastrofe all'altra,
ma abbiamo a che fare soprattutto con attacchi
cardiaci, case di riposo o Brightmore, una comunit di
pensionati a pochi chilometri da qui. Non c' un incidente
mortale dopo ogni festa per i diciott'anni.
Ho appreso la notizia dal registro della polizia cos
quando la zia del bambino, Gracie Rivenbark, telefona
in ufficio intorno alle cinque, sono preparata. Apro
l'agenda sulla scrivania e chiedo, con voce al tempo
stesso professionale e comprensiva, Quando potrebbero
passare Tara e Mark? Cerco di coinvolgere i genitori
il prima possibile. Sono qui per aiutarli nel dolore,
e il dolore comincia nell'istante della morte.
Gracie mi dice Aspetta. Sento alle sue spalle il
mormorio di varie voci, il suono smorzato di una raffica
di domande, silenzio, qualche altro attimo di colloquio
dolente. La morte improvvisa induce una sorta
di stordimento. Spiazza, confonde. Ci si dimentica
dove si , come ci si chiama, che anno . E poi, dopo
cinque minuti, si pu essere estremamente lucidi.
Quando tratto con persone che hanno appena subito
un lutto cerco di non mettere mai fretta.
Va bene domani pomeriggio? domanda Gracie.
Intorno alle due?
Perfetto rispondo. Questo caso richiede particolare
tatto, non solo perch riguarda un bambino, ma perch
gli stessi genitori sono poco pi che ragazzi. Anche
zia Gracie sembra occuparsi per la prima volta di una
cosa simile. Quando seppellisci persone anziane, in genere
parli con altre persone anziane, che normalmente
si sono gi trovate a dover organizzare funerali. Con
tutta la delicatezza possibile, le dico Dovrebbero portare
un paio di cose quando vengono.
Un paio di cose? ripete Gracie.
Vestiti. Quelli che indossava per andare in chiesa o
magari i suoi preferiti per uscire a giocare. Gracie si
consulta di nuovo con i genitori. La porta del mio
ufficio si apre cigolando, alzo gli occhi e vedo entrare mio
marito, Martin. Ha i capelli bagnati, il viso arrossato per
la ginnastica e ha in mano la posta. Non sa ancora cosa
 successo. Serro gli occhi, scuoto la testa, per fargli capire
che  una brutta storia. Su un blocchetto scarabocchio
Rivenbark, 4 anni. Nonostante faccia questo
lavoro da una vita, non posso prevedere le sue reazioni.
I segnali sono impercettibili: una contrazione delle
labbra; un'alterazione del respiro; un lento battere di
ciglia. Casi del genere sono sempre stati difficili per lui,
e negli ultimi tempi sembrano esserlo diventati ancora
di pi. Tremo al pensiero di ci che ci aspetta. .
Perch ti servono i vestiti? chiede Gracie.
Be', per la sepoltura le spiego. Martin si siede in
poltrona, comincia a guardare la posta, ma poi la abbandona
sulle gambe. Nemmeno l'ultimo numero di
Atlantic Monthly cattura il suo interesse. Mi guarda.
Martin quest'anno compie cinquantaquattro anni,
dodici pi di me. I suoi genitori e i suoi nonni erano
tutti organizzatori di funerali e lui ha cominciato ad
aiutarli nel recupero delle salme quand'era poco pi
che adolescente. Rispetto a lui sono una novellina.
Ho preso la licenza pochi anni dopo il nostro matrimonio,
quindi non sono ancora passati vent'anni. Eppure
Martin continua a stupirsi della mia capacit di
non lasciarmi sopraffare dalla tristezza.  stata una sorpresa
per entrambi, a dire il vero, che riuscissi ad adattarmi
tanto bene a questo lavoro. Come puoi immaginare,
quando sei ancora una ragazzina, di avere la
personalit giusta per occuparti di funerali?
Gracie Rivenbark mi dice Stasera dar un'occhiata
all'armadio.
Va bene le rispondo. E ci vorr anche qualche fotografia,
nel caso in cui la famiglia volesse esporla durante
la funzione.
Foto mormora Gracie.
E il suo codice di previdenza sociale.
Ok. Ha la voce flebile e sfilacciata. Questa telefonata
 penosa per lei,  ora di lasciarla in pace.
Affronto l'ultima questione. E di' a Tara e Mark di
portare pure gli altri figli, se lo desiderano.
Riferir.
E poi, in sottofondo, sento dei singhiozzi. Disperati,
ritmici, inconsolabili. Stringo il telefono, ascolto,
guardo negli occhi mio marito.
A quel punto non riesco a trattenermi.  Tara? sussurro.
S.
Martin abbandona la testa sulla poltrona. Io abbasso
le palpebre. Sono passati mesi dall'ultima volta che abbiamo
seppellito un bambino e in questo arco di tempo
la mia vita  cambiata in modo significativo. Sentire
l'angoscia di un genitore adesso mi colpisce nel profondo.
Suppongo sia perch anch'io sto per diventare
madre.
Io e Martin abbiamo provato a lungo ad avere un bambino.
A quarantadue anni, le mie possibilit di procreare
equivalgono pi o meno a quelle di vincere il campionato
nazionale di tennis. Arriva un momento nella vita
in cui  necessario rivedere le proprie aspettative e cos,
qualche anno fa, ho cominciato a considerare l'ipotesi
dell'adozione. Non era una strada facile da seguire.
Martin ha gi due figli da un matrimonio precedente.
Abe e Theo avevano rispettivamente cinque e quattro
anni quando Martin e la sua prima moglie, Janet, divorziarono.
Col tempo, il suo atteggiamento verso l'idea
di formare una nuova famiglia  passato dall'ansia manifesta
a una sorta di acquiescenza che ricorda molto
la sconfitta. La prospettiva dell'adozione ha ingarbugliato
ulteriormente i suoi sentimenti poich si domanda se
riuscir mai ad amare un figlio adottivo quanto ama i
suoi ragazzi. Alla fine ha accettato, ma senza lasciarsi
troppo coinvolgere. Nell'ipotesi pi pessimista, pu darsi
che finga che non stia succedendo. Nella migliore,
si comporta come un tifoso non proprio appassionato
che assiste alla mia battaglia per un bambino da una
comoda poltrona sugli spalti. Mi piacerebbe vederlo esaltato
e fuori di s, come sono io, ma non mi lamento.
Molti pap ci mettono un po' a vincere le ultime resistenze.
Sar ancora pi bello quando alla fine si innamorer
di nostro figlio.
Ci sono stati momenti difficili negli ultimi anni, ma,
per la prima volta nella mia vita, la maternit sembra
ormai imminente. Otto mesi fa ci hanno abbinato a
una bambina slovacca di nome Sonya. Ha un anno, 
senza padre e sua madre l'ha abbandonata in un orfanotrofio.
Otto mesi fa non avrei saputo localizzare la
Slovacchia su una cartina. Adesso conosco le leggi sull'emigrazione
slovacche altrettanto intimamente delle
procedure per stilare i certificati di morte qui in America.
Ho compilato con cura ogni modulo per la nostra
bambina e ora non faccio che aspettare il momento di
andare a prenderla. Ogni mattina mi sveglio e mi
chiedo, Arriver oggi la chiamata? Quando, qualche
ora fa, ho trovato un messaggio dell'impiegata dell'ufficio
adozioni, Carolyn Burns, sulla segreteria telefonica,
l'ho salvato e l'ho fatto ascoltare due volte a
Martin. Mi telefona appena pu? diceva.
Sono gi le cinque e un quarto e ancora non sono
riuscita a sentirla. Dopo aver chiuso con Gracie Rivenbark,
telefono all'ambulatorio di medicina legale della
contea per sapere quando rilasceranno la salma del
bambino. Martin  sceso di sotto per controllare con
Bennet, che si occupa di quasi tutto il lavoro di imbalsamazione,
il programma dei prossimi giorni. Qualche
minuto dopo per  di nuovo da me. Seduto nella
sua poltrona, prende 1'Atlantic Monthly e lo apre.
Sono giorni che si porta dietro quest'indolenza, al lavoro
fa lo stretto necessario e niente di pi.  un cambiamento
sottile. Sembra in forma e sicuro di s come
sempre, ma i casi pi duri - e la morte di un bambino
di quattro anni va indubbiamente annoverata tra questi
- sono diventati un peso insostenibile. Talvolta, se
ne sta in disparte, indugiando in quei luoghi dove
prima raramente indugiava: a letto, nella vasca da bagno,
nel mio ufficio. Limita i contatti con i clienti e
passa le serate in veranda, a leggere e bere t, o semplicemente
a guardare il cielo. Non nego che la cosa mi
preoccupi un po'.
Sto controllando l'inventario delle bare gli comunico,
fissando lo schermo. Non teniamo mai pi di
un paio di bare piccole, ma vedo che adesso ne abbiamo
in magazzino una da sessanta centimetri e una da un
metro. Per fortuna, nessuna delle due  rosa --una 
bianca e l'altra blu. Forse non occorre ordinarne
una gli dico.
Martin mi chiede Hai gi sentito Carolyn Burns?
Mi acciglio. No. Ci prova gusto a farmi aspettare.
Negli anni ho preso l'abitudine di dipingere i funzionari
dell'ufficio adozioni come streghe, ladri o capi di
Stato meschini.
Sebbene non sia molto convinto, sembra divertito.
Be', per me  cos affermo, ma se non altro adesso
rido.  una prova del mio ottimismo il fatto che riesca
a scherzare sulla nostra adozione. Martin sorride. Ha
un'incredibile capacit di interpretare i miei stati
d'animo e sa esattamente come prenderli. Credo sia soprattutto
la dolcezza sul suo viso che mi aiuta ad allentare
la tensione. Per me non  molto diverso da com'era
a trentadue anni, quando lo vidi per la prima
volta.
Ogni tanto, nella luce piena di una cerimonia estiva,
in mezzo alla gente, il mio sguardo cade su di lui e lo
vedo con gli occhi degli altri - di media altezza, capelli
brizzolati, carnagione chiara, girovita leggermente appesantito.
Mia madre lo definisce un uomo di bell'aspetto,
a perfetta dimostrazione di quanto sia volubile.
Quando lo conobbe, detestando l'idea che mi
fossi innamorata di un uomo che si occupava di morti,
lo soprannomin Ih-Oh. Una volta in cui era davvero
fuori di s arriv a chiamarlo Dottor Morte. Ora
che gli vuole bene, dice che  di bell'aspetto, un
buon partito, l'uomo ideale. La verit  che in
mezzo a una folla non ti colpisce. Ti colpisce solo se ti
si siede accanto a una cena o in aereo. Entro quindici
o venti minuti ti ritrovi nei meandri di una conversazione
estremamente intrigante su Sumatra o il bowling
o i concimi. Tiri fuori le informazioni pi bizzarre
- cose che non credevi nemmeno di sapere - sorprendendoti
del vasto respiro della tua cultura, e di come
si incastri perfettamente con la sua; cominci a credere
che voi due siete gli esseri pi affascinanti della Terra
e di colpo pensi: Ehi, questo tipo non  affatto male.
Ci sediamo. Scrivo un biglietto commemorativo per
il funerale di domani. Martin legge. Io guardo il telefono
ogni due minuti, sperando che suoni. Infine,
senza togliere gli occhi dalla sua rivista, Martin propone
Facciamo una passeggiata fino al fiume.
Controllo l'orologio. Avevo completamente dimenticato
che il gruppo di Theo stasera suona. Oddio
esclamo. Allora  meglio sbrigarsi.
Wilmington sorge su una penisola che si estende tra
l'Oceano Atlantico e il Fiume Cape Fear, nell'angolo
sud-orientale del North Carolina. A piedi, ci vogliono
pi di quaranta minuti da casa nostra in Market Street
al fiume, ma in serate come questa sarebbe folle andare
in macchina. Usciamo, e nel giro di cinque minuti mi
sento meglio. Persino felice. Sono quasi pronta a credere
che nelle prossime settimane avremo finalmente
la nostra bambina. Prendo la mano di Martin. Mi
piace immaginare che Sonya sia qui con noi, il nuovo
membro della nostra famiglia, adagiata nel passeggino,
in mano una tazza col beccuccio, a contemplare
il tramonto. Siamo a quindici chilometri dall'oceano,
ma nell'aria sento l'odore del sale e vedo nelle verande
delle case le conchiglie, i rami di corallo e i legni raccolti
in spiaggia. La nostra bambina si godr, penso, la
primavera di Wilmington, questo teatro in fiore di
sanguinelli e boccioli rossi, ciliegi, tralicci di lavanda,
allegre azalee, peschi e pruni. Credo che qui sar felice.
Sono quasi le sei e mezzo quando io e Martin arriviamo
al Level Five, un locale con la terrazza affacciata
sul fiume. Non vedo Theo, il figlio di Martin, ma di sicuro
sar qui a momenti. L'estate scorsa Theo ha messo
in piedi il suo gruppo, i Carolina Waikiki, quasi per
gioco. Ha suonato il basso per anni in un gruppo jazz
fusion, ma quando una sera ottennero un ingaggio inaspettato
in un bar hawaiano a Kure Beach, si comprarono
tre camicie hawaiane in un negozietto e Theo tir
fuori il suo ukulele. Per vie misteriose, il gruppo si  inserito
in un mercato sconosciuto di musica hawaiana
con influssi del Sud, non solo qui a Wilmington, ma
anche tra le montagne, a Charlotte e Raleigh. Il pubblico
va in visibilio quando ascolta Little Grass Shack
cantata con l'accento strascicato della Carolina, e la
band si  creata quel tipo di pubblico insaziabile che
prima Theo osava soltanto sognare. Il figlio di Martin
adesso  considerato il miglior suonatore di ukulele
della regione. Hanno suonato persino a Richmond.
Troviamo un tavolo sul bordo della terrazza e ordiniamo
hamburger. Martin prende uno scotch e io decido
di provare una pina colada, che mi ricorda il
milkshake. Da dove siamo seduti si vede l'imponente
scafo grigio della corazzata North Carolina ancorata
qui sotto e i boschi ombrosi della Contea di Brunswick
che si estendono a ovest. Oltre al fiume e agli alberi si
vedono soltanto sporadiche luci di auto che lasciano la
citt.
Dovremo lavorare fino a tardi, domani rammento
a Martin. Preparer halusky s kapustou per tutti i collaboratori.
 una specialit slovacca, delicata ma sostanziosa
- gnocchi di patate e cavolo in agrodolce. Sto
perfezionando la ricetta cos quando Sonya arriver trover
un cibo familiare.
Dalla porta, in fondo al bar, spunta Theo, barcollando
per il peso dell'amplificatore. Martin lo saluta
con la mano, poi si appoggia al tavolo. Ascolta mi
dice. Vorrei darti una cosa.
Cosa? Non  il mio compleanno n altra ricorrenza.
Infila la mano nella tasca della giacca e tira fuori un
National Geographic. Martin gira spesso con una rivista
arrotolata in tasca dunque non ci avevo fatto caso
mentre camminavamo verso il fiume. L'ho trovato un
po' di tempo fa, non tanto dopo che abbiamo saputo
di Sonya mi spiega. Volevo dartelo quando saremmo
stati prossimi alla partenza e adesso, a quanto pare, ci
siamo quasi.
Lo spero. Ho gli occhi sulla rivista. Si direbbe un
vecchio numero perch la grafica della copertina  leggermente
diversa da quella dei numeri recenti. Le pagine
sono rigide e ondulate come se nel corso degli
anni si fossero inumidite e asciugate pi volte.
Martin apre con cura la rivista a una pagina segnata
con un post-it, poi la gira verso di me in modo che
possa leggere il titolo: Lo spirito di sopravvivenza della
Slovacchia.
Non so cosa ne potrai ricavare mi dice.  uscito
nel 1987.
Prendo l'articolo, sfoglio delicatamente le pagine
che mostrano foto di fattorie e villaggi, una birreria, il
Danubio, la terra natale di nostra figlia. Imparer
moltissimo! mi esalto. Una donna che avesse appena
ricevuto un diamante da suo marito non potrebbe essere
pi contenta. In realt non mi servono molte informazioni
sulla Slovacchia: ho gi libri su libri. Quello
di cui avevo bisogno era un segnale di Martin che mi
confermasse che lui  con me, che io e lui stiamo compiendo
insieme questo passo.
Guardiamo le foto.  perfetto esclamo, immaginando
lui mentre, per scovarlo, fruga in mezzo a scatoloni
ammuffiti pieni di numeri degli ultimi trent'anni.
Conosco un paio di persone che ritagliano
regolarmente articoli di giornale e li mandano agli
amici, scrivendo Leggi questo! oppure Per tua informazione!
lungo i margini. Lo considero un gesto
un po' volgare. Martin non  affatto cos.  un lettore
vorace ma solitario. Ogni tanto, per, quando qualcuno
 in difficolt, si mette a cercare un pezzo adatto alle
circostanze: una poesia, un racconto, un servizio di copertina
del National Geographic. Una volta, poco
dopo che Rita, la nostra segretaria, aveva perso suo marito,
Martin le diede un saggio sulle otarie che aveva
trovato in un vecchio numero del New Yorker. Non
saprei spiegare in che modo il tema delle otarie potesse
esserle d'aiuto, ma lo fu. Lei disse che era la cosa giusta
al momento giusto.
Quanto ci hai messo per scovarlo? gli chiedo.
Martin liscia le pagine con le dita. Un paio d'ore
risponde. Poi si mette a ridere. Veramente ho finito
per leggere molti pi articoli del necessario. Penso che
sia pi esatto dire che ci ho messo una settimana.
Nell'armadio della mia stanza da letto ho una scatola
dove conservo tutti gli articoli che Martin mi ha
dato in questi anni. Ci tengo anche le sue lettere e svariate
cartoline e foto che amo. Ma niente riflette con
tanta precisione la nostra storia, la prima infatuazione,
l'affetto reciproco sempre crescente, quanto le
pagine impolverate che ha strappato dalle riviste e mi
ha dato di volta in volta: cucite alla meno peggio con
un punto metallico o fissate con una graffetta, spesso
sgualcite o strappate, o piegate male. Ti ricordi di
quando mi desti tutti quei numeri sull'india? gli domando.
Sorride. Certo. Ci conoscevamo appena, allora, ma
un giorno Martin mi port sei numeri della rivista dentro
una busta marrone. Li sfogliammo insieme, pagina
per pagina, guardando le immagini, leggendo le didascalie,
costruendo un Paese intero con le nostre conversazioni,
dispute, ruminazioni su come potesse essere
la vita laggi. D'un tratto, India non era pi un
nome su una cartina, una promessa di rischio e avventura.
Era quella specifica donna, davanti alla stazione,
un cesto di arance in testa. Era quella strada, quel
palazzo, quel campo. La mia idea di viaggio contemplava
l'andare e il fare. Martin vedeva il mondo come
qualcosa da comprendere. Poteva non andare da nessuna
parte, ma leggeva, faceva domande, ascoltava,
provava a capire. Voleva che le cose che vedeva o faceva
avessero un significato. Per Martin ogni singolo minuto
di vita era importante e prezioso e quel modo di stare
al mondo mi sembrava completamente nuovo e avvincente.
Ero pazza di lui, e lo sono tuttora, in realt.
Non potrei immaginare di vivere la mia vita con qualcun
altro.
Non riuscivo a credere che una ventenne di Wilmington
pensasse di girare il mondo da sola mi dice.
Sorrido. Be', alla fine non l'ho fatto gli ricordo.
Non  un tasto dolente, ma la realt  forse un po'
meno eccitante dell'idea che si era fatto di me. Ti ho
sposato, ricordi?
Sono passati pi di vent'anni e non ho alcun rimpianto
per aver preferito quest'avventura a quella. Gli
prendo la mano e la bacio. Sembra esitante e imbarazzato.
Credo si sia sempre sentito in colpa per quell'opportunit
mancata, per il fatto che io abbia deciso
di non viaggiare a causa sua. La verit  che preferisco
ancora fantasticare sull'India con mio marito piuttosto
che andarci. Mi sorride. E adesso in Slovacchia ci
andremo insieme.
Brindiamo, la pina colada tintinna contro lo scotch,
ma mi riesce difficile parlare. Continuo a tenergli la
mano, fregandola sulla mia guancia, stringendogli le
dita. Non credo di poterlo amare pi di quanto lo ami
adesso. Attraverso il bar, le prime note dell'ukulele di
Theo ci scivolano incontro, poi il rullo della batteria.
Theo, voce cantilenante e moine da cucciolo, comincia
a cantare. Promise me, promise me, promise me, do,
here where the waves begin to sigh. Don't leave me, don't
leave me, don't leave me, please, my lovely darling Hokuikekai.
Venerd mattina resto un po' a casa a preparare halusky s kapustou per i nostri collaboratori, sei dei quali saranno
di turno stasera. Dalle quattro e mezzo alle sei
e mezzo Martin si occuper della veglia per l'ottantanovenne
Catherine Simmons nella saletta della cappella
piccola e, alle sette, nella cappella principale, io
seguir la funzione commemorativa per Bladen
Hughes, che era membro del Rotary e aveva raccolto
milioni di dollari per il restauro della Thalian Hall. Bisogna
prepararsi a una gran folla, in ogni caso. Dopo
anni e anni di lavoro mi rendo conto che una sola
morte pu coinvolgere un numero sorprendentemente
ampio di persone. A differenza di un matrimonio, per
il quale le famiglie compilano una lista di invitati che
rispecchia le loro alleanze col resto del mondo, un funerale
rivela l'atteggiamento degli estranei nei confronti
della famiglia e della sua perdita. Il dolore 
molto democratico.
La nostra casa  in fondo all'appezzamento su cui
sorge la Funeral Home, da cui la separano un parcheggio
e una fila di querce. Appartiene alla famiglia
di Martin da settantanni e sulla parete interna del
guardaroba della stanza da letto ci sono ancora i segni
a matita con cui sua madre misurava la crescita dei
bambini.  da quando io e Martin proviamo ad avere
un bambino che non vedo l'ora di aggiungere, su
quella parete, i segni dell'altezza di mio figlio. Ma
sono trascorsi tanti anni. Le speranze si prosciugano
ogni giorno di pi, goccia dopo goccia, man mano che
passano i mesi, che ogni gravidanza si conclude con un
aborto, che un nuovo tentativo di concepimento fallisce.
Accade cos lentamente che nemmeno te ne accorgi.
Il cambiamento  profondo ma poco appariscente.
Ti comporti come se prima o poi avrai un
bambino, ma perdi la capacit di crederci. Il grafico
nella tua stanza da letto da promessa di felicit si trasforma
in costante promemoria di qualcosa che continui
a non avere.
Appena entro in cucina, tiro fuori due chili di patate
dal sacco nella dispensa, una lattina di pelati e una di
mais. Pomodori e mais non sono previsti nella ricetta
ma fanno parte del mio piano per perfezionarla. Sono
contenta che Martin sia gi in ufficio. Mi prende sempre
in giro per la quantit di cibo che preparo. Nel mio
congelatore si trova a stento posto per una scatola di
spinaci tra casseruole, barattoli di minestra e vassoi di
dolcetti al cioccolato avanzati. Devo convenire sul
fatto che tutti noi - eccetto forse Rita, la nostra segretaria
- faremmo bene a perdere qualche chilo, e che
tutte queste crostate e quiche non rimpiazzeranno comunque
le persone amate. Eppure a noi vivi piace
mangiare. Mi ricordo di essere viva quando addento
una mela (e ancora pi viva quando assaporo una torta
al cioccolato). Ecco perch riempiamo le case delle
persone in lutto di tortini e stufati. Ecco perch cucino.
Mi concentro sullo sfrigolio del bacon, sul battito del
coltello, sull'improvviso e prepotente aroma del cumino.
Restringo la mia vita a fornelli e padelle, cipolle
soffritte, un pezzo di patata al vapore schiacciato sulla
lingua mentre  ancora bollente. Questo  il mio piccolo
universo. Questa sono io, penso, viva.
Quando squilla il telefono sto aprendo una lattina
di pomodori. Non reagisco immediatamente. Piuttosto
fisso la lattina, mentre un rigagnolo di sugo acquoso
cola sul coperchio di metallo, e so gi che  Carolyn
Burns. Spengo il fornello, getto uno strofinaccio pulito
sopra l'impasto degli gnocchi, cammino fino al telefono e rispondo.
Shelley? Sono Carolyn Burns. Adozioni... Dopo
tanti mesi, questa donna ancora si rifiuta di accettare
la natura essenziale del nostro rapporto, e cio che io,
come tutti i suoi clienti, pendo dalle sue labbra. Potrebbe
dire soltanto Sono io! e capiremmo immediatamente chi .
Chiudo gli occhi, mi concentro: questa telefonata
deve essere quella buona. Con le dita faccio esplodere
nell'aria fuochi d'artificio immaginari. Attendevamo
con ansia sue notizie farfuglio.
S dice Carolyn Burns, e basta quella parola a segnare
il passaggio da un tono di allegra professionalit
a una sobria partecipazione. E cos so. Shelley, mi dispiace. Ho brutte notizie.
No, mi dico. Sonya deve assolutamente essere qui
per il suo compleanno dichiaro, e non mi rivolgo solo
a Carolyn Burns, mi rivolgo anche a me, a Dio, alla piccola
Sonya laggi in Europa. La mia voce suona perentoria,
ma dentro di me so benissimo che in questa
vicenda le cose possono solo andare male.
Mi dispiace davvero, non sa quanto. La madre naturale
ha deciso che la figlia dev'essere adottata da una
famiglia slovacca.
Non pu farlo.
Evidentemente pu ancora esercitare qualche diritto.
Mi accascio contro la parete, mi lascio scivolare gi,
mi rannicchio per terra. Mi stavo preparando a partire
mormoro. Conficco l'unghia del pollice nel polpastrello
dell'indice, provando a farmi assorbire da
questo dolore invece che da quello.
Mi dispiace ripete.
Nessuna speranza?
Be', s, c' un altro bambino disponibile. Un maschietto
del Vietnam.
Sto parlando di Sonya. Mia figlia. C' qualche speranza?
Non risponde subito.
Me lo dica.
C' una possibilit. La madre naturale  disponibile
a incontrarla. Le darebbe l'opportunit di convincerla
che la sua  la famiglia migliore per la figlia. Dovrebbe
partire domani, per, perch la donna si ripromette di
decidere nei prossimi giorni. Devo avvertirla: non ci
sono grandi probabilit.
Ho trascorso mesi a immaginare il mio viaggio in
Slovacchia: Wilmington, New York, Praga poi, finalmente,
Bratislava. Ho immaginato le ore ansiose in aereo,
l'attesa di incontrare mia figlia, e poi il ritorno a
casa, alle prese con borse, biberon e una bimbetta. Ma
non ho mai immaginato di spingermi fin l per tornare
indietro senza di lei.
Ho bisogno di parlarne con Martin le dico.
Siamo molto impegnati, in questo momento. Pensavamo
di avere una settimana di preavviso per la partenza.
Dobbiamo organizzarci.
Se pu essere d'aiuto, la presenza di suo marito non
 indispensabile. Ma gliene parli. Se decide di tentare,
mi chiami entro qualche ora. Posso trovare un volo per
domani. Potreste incontrare la donna domenica.
In pratica dovrei supplicarla?
Qualcosa di un po' pi razionale. Ma fondamentalmente s.
Quando arrivo in ufficio il corpicino di Oscar Rivenbark
 gi l, e non  il momento pi adatto per proporre
a mio marito di andare a Bratislava l'indomani.
Rita mi osserva cauta mentre varco la porta. Forse si 
accorta che ho pianto. Forse si  accorta del panico di
cui sono preda. Forse si sta solo chiedendo perch mai
sia rimasta due ore a casa a cucinare per poi presentarmi
a mani vuote. Ma certe cose non le puoi spiegare.
Non puoi raccontare a qualcuno, in circostanze come
questa, che hai bruciato il piatto che avevi intenzione
di migliorare, che l'hai gettato nell'immondizia e il tuo
cuore  praticamente in frantumi.
Dov' la pentola? mi chiede, guardandomi da sopra le sue lenti bifocali.
Non mi fermo. In qualche modo riesco a dire Ordineremo la pizza.
Trovo Martin e Bennet nella sala di preparazione, in
procinto di mettersi a lavorare sul corpo del bimbo.
Poich la morte  stata accidentale, il medico legale ha
esaminato la nuca e il torace, cercando i segni di un
eventuale ictus o di un attacco cardiaco che potesse
aver causato la caduta. Negli ultimi tempi  Bennet che
si occupa di quasi tutte le imbalsamazioni, ma siccome
i casi di morte infantile sono sia tecnicamente sia
emotivamente impegnativi, gli occorre il nostro aiuto.
Il medico legale ti ha detto qualcosa? domando. So
bene che se voglio andare a Bratislava devo fare in
fretta, ma questo corpicino steso sul tavolo mette tanta
tristezza che i miei problemi sembrano del tutto fuori
luogo.
Bennet  chino davanti a un armadietto. Il referto
non sar pronto prima di domani mi dice. Ammiro
la sua forza. A volte mi sorprende, osservandolo lavorare,
che abbia solo ventisette anni. Non  molto
diverso da quando ne aveva sedici - delicato, leggermente
paffuto, John Denver ai tempi di Rocky Mountain
High. Mentre gironzola per l'ufficio ogni tanto si
diverte a fare lo stupido, ma non appena si mette al lavoro
diventa serio e professionale. Ci siamo resi conto
del suo talento gi parecchi anni fa, quand'era ancora
al liceo, e gli era venuto lo sghiribizzo di fare i turni di
notte con i figli di Martin. Anche a sedici anni i suoi
modi cortesi e riguardosi rassicuravano i familiari dei
defunti. Il personale del pronto soccorso lodava la sua
maturit e il suo buonsenso. Abe e Theo naturalmente
facevano del loro meglio, ma senza troppo entusiasmo,
e faticavano a reggere quegli orari. Fu un sollievo per
tutti che Bennet decidesse di entrare in azienda. Io e
Martin speriamo che sia lui a prendere il nostro posto
quando andremo in pensione.
Bennet si volta verso Martin, alzando lo sguardo su
di lui. Sto per aspirare gli umori dalle cavit, ma non
so dire con certezza cosa occorrer. Credi che pesi
meno di venti chili?
Diamo un'occhiata al tavolo preparatorio, per farci
un'idea. L'aspetto che ha il corpo in questo momento
giustifica la mia preferenza per le bare aperte: ci vuole
un notevole sforzo di immaginazione per mettere in
relazione questa piccola massa grigia con il guizzo luminoso
e rosato di energia che fino a poco fa la animava.
Il contrasto tra i due pu far credere nell'esistenza
dell'anima. Pu far credere nella trascendenza.
Martin si avvicina al corpo. S, ma mettine comunque
due centilitri e mezzo. Faremo qualche iniezione
locale.
Lo raggiungo, solo per stargli accanto. Sembra stanco
e agitato. Come ti senti? gli chiedo. Domanda ridicola,
ovvio. C' il cadavere di un bambino, su questo
tavolo. Nella mia mente, una bambina, nostra figlia,
si allontana a poco a poco da noi. Ma mi sforzo di
comportarmi normalmente.
Sto bene mi risponde. Lo sento molto distante. In
modo quasi meccanico, prende una delle due manine
e si mette a massaggiarla per eliminare le macchie di
sangue rappreso sottopelle. Ho misurato la lunghezza
del corpo. Se la famiglia  d'accordo, potremo utilizzare
la bara da un metro che abbiamo in magazzino.
Martin sembra determinato a proseguire, ma agisce
a tentoni, confuso. Le sue mani sono incerte mentre
tenta di tracciare cerchi netti sulla pelle cerea. Guardo
l'orologio. Ho ancora parecchie ore prima dell'incontro
con i Rivenbark. Ehi, finisco io con Bennet. Puoi
cercare di capire perch Excel non funziona come si
deve nel mio computer?
Non ci riesci da sola? mi domanda, ma sembra
sollevato.
Per favore insisto.
Martin si lava le mani e si toglie le protezioni mentre
io metto le mie e una fascia intorno ai capelli. Mi
avvicino al tavolo preparatorio e districo un paio di rametti
tra i riccioli del bambino. Mentre Martin si avvia
dico Gli far anche uno shampoo.
Io e Bennet lavoriamo con la musica.  sempre lui
il DJ e i suoi gusti sono eclettici. Per un po' ascoltiamo
la colonna sonora di All That Jazz, poi passiamo ai Joy
Division e quindi, siccome siamo diventati tutti dei fanatici
della musica hawaiana, mette su un pezzo di
Don Ho. Aiutandomi con un cotton fioc ritocco le fattezze
del viso del bambino, aspiro la cavit addominale
per rimuovere i gas e gli umori gastrici. Opero un'incisione
sul collo e spingo dentro un dito in cerca della
carotide, poi ne estraggo un paio di centimetri per
collegarla al tubo che inietter il fluido di imbalsamazione.
Quando sono pronta, aziono la pompa. A
volte, se una persona ha sofferto mesi o anni di malattia,
l'introduzione del fluido pu trasformare un
corpo emaciato in quello che, in altre circostanze, apparirebbe
come il ritratto della salute. Sul corpo di
Oscar Rivenbark, che era giovane e sano, l'effetto  pi
lieve,  come infondergli il respiro. La tinta del liquido
d colore alla carnagione pallida. Piano piano, il bambino
comincia a sembrare non dico vivo, ma almeno
presentabile agli occhi di coloro che si sforzeranno di
posare lo sguardo su di lui. Io e Bennet dobbiamo fermarci
un attimo, a guardare.
Prima di occuparmi di funerali e salme, mi interrogavo,
come credo farebbe chiunque, sulla mia capacit
di gestire gli aspetti pi critici di questo lavoro. In realt,
come accade ai medici, ti abitui in fretta alla vista
del sangue, e finisci per concentrarti sui lati pi intellettuali,
spirituali persino, di ci che fai. Quando
preparo un corpo per l'inumazione, raccolgo particolari
sulla vita della persona. Non sempre un'esperienza
si manifesta in senso letterale, ovviamente. A
tanti si  spezzato il cuore, per esempio, ma non ho mai
trovato un cuore in frantumi. Non ho mai visto stomaci
annodati, cervelli contorti, lingue biforcute. Ho
visto gli effetti della sofferenza, per. La stazza di un
corpo suggerisce eccessi o privazioni. La pelle pu rivelare
la miriade di modi in cui la gente va incontro
alla rovina. Le cicatrici mostrano le tracce del dolore,
non solo quello fisico, ma anche quello emotivo. A
volte riconosco i segni della felicit, i solchi decennali
scavati in un dito dalla fede nuziale, unghie dipinte di
colori allegri, calli di chi ha ballato per una vita. Raramente
conosco le persone che seppellisco, ma carpisco
i loro segreti. Vedo i segni dell'abbronzatura, tatuaggi
nascosti, cicatrici nei punti pi improbabili.
Sono l'ultimo essere umano a lavare quei volti, a far
scorrere un panno umido su quelle caviglie. Se esiste
qualcosa che mi lega a Dio,  la mia competenza come
organizzatrice di funerali.
Alla fine, naturalmente, Martin rientra nella sala. Rimane
ai piedi del tavolo, incerto sul da farsi. Cos'aveva
Excel? gli chiedo.
 bastato riavviare il computer mi risponde. Gli
occhi restano sul corpo del bambino. La sua voce  svagata
e distratta.
Io e Bennet stiamo ognuno a un lato del tavolo, a
scrostare la terra dalle piccole dita. Potremmo sembrare
due manicure di una costosa stazione termale. Martin
non si muove e, un momento dopo, Bennet mi guarda,
il viso preoccupato, poi dice un po' impacciato Shelley
ha provato quel nuovo shampoo. Credo abbia ragione.
 migliore dell'altro. Passa le dita tra i capelli
ancora umidi, come a darne dimostrazione.
Ma Martin  impietrito. Darei qualsiasi cosa, penso,
per farlo stare meglio. E cos decido, senza esitazioni,
davvero, che non lo abbandoner partendo domani per
Bratislava. Tesoro sussurro. Prenditi un attimo di
pausa. Quando alza lo sguardo su di me, il suo viso 
devastato. Non piangere, penso.
Dopo aver visto andar via tutti gli ospiti della serata,
dopo aver mangiato la pizza e bevuto una birra, raggiungo
la panca dietro l'edificio dove gli autisti vanno
a fumare. Da questo angolo, incastonato tra il magazzino
e il retro del garage, scorgo un lembo sottile di
cielo. Ogni esperienza triste ha una sua specifica intensit,
ma il dolore che provo adesso  un insieme di
diversi fattori, e questo lo rende diffuso e indistinto.
Martin esce e si siede accanto a me. Adesso, tolti gli
abiti da lavoro, appare pi calmo e composto, qualcuno
su cui contare. Mi posa una mano sul ginocchio. Gli
altri sono gi tornati a casa. Non ci rimane che andare
a letto per poter ricominciare, domani, a ripetere i medesimi
gesti.
La commemorazione di Hughes, nonostante la folla,
 filata liscia. Alla veglia per Simmons c' stato un momento
di tensione quando le due figlie del defunto
hanno bisticciato sul vestito da scegliere per la sepoltura.
E quanto a Tara e Mark Rivenbark, sono riusciti
in qualche modo a preparare il necessario per domani,
per il funerale del figlio. Parlavano a stento. Gli occhi
di lui smarriti, quelli di lei morti. Uno dei vantaggi di
questo lavoro. Quando sei a terra, ti ricordi che i tuoi
problemi non sono cos terribili, in realt.
Forse dovrei cominciare a fumare dico. Raccolgo
mozziconi da terra, li butto nel vaso pieno di sabbia che
lascio fuori come posacenere per gli autisti.
Ho sciolto i capelli. Le dita di Martin si insinuano tra
i miei riccioli. Questo s che risolverebbe tutto risponde.
Per un po' rimaniamo cos, seduti l fuori. Lui appoggiato
al muro, io al suo braccio. Difficile trovare la
sua presenza di conforto, in un momento come questo,
ma ci provo. Un paio di minuti pi tardi mi dice
Ti tocca aiutarmi a stare in piedi, ultimamente. Scusami.
Gli prendo la mano. Ho paura di vederlo scoppiare
a piangere, cerco di suonare lieve e rassicurante mentre
dico Non  sempre facile.
Quand'ero bambino, un amico di mio padre si
suicid. Gli avevano diagnosticato un cancro terminale
e prefer farla finita. Si spar il giorno prima della partita
Duke-Carolina. Te ne avevo mai parlato?
No. Martin conosce un'infinit di aneddoti, ma
non  uno che ama raccontare.
Nel suo biglietto di addio chiese alla famiglia di organizzare
la cerimonia funebre il sabato alle tre, l'ora
esatta dell'inizio della partita.
Credi che l'abbia fatto apposta?
Ma certo. Lui e mio padre erano compagni di universit.
Seguivano la squadra in trasferta ogni campionato.
Stava mettendo tutti alla prova: sarebbero
andati al suo funerale o avrebbero guardato la partita?
Non capisco dove vuole arrivare. Totalmente
folle commento.
Mio padre lo trov divertente. Lo prese come l'ultimo
scherzo: un compagno che si diverte a giocare un
tiro agli altri. Andarono al funerale ma si portarono
dietro la radiolina. Di tanto in tanto il pastore si fermava,
per permettere a uno dei presenti di annunciare
il punteggio.
Tuo padre aveva un senso dell'umorismo piuttosto
singolare.
Aveva semplicemente la capacit di accettare le
cose senza prendersela troppo. Ora sembra infastidito,
come se stesse cercando di tirarsi fuori dal suo pantano
e io non fossi di alcun aiuto.
Tutti dobbiamo trovare il nostro modo di affrontare
le cose gli dico. Potrei anche ricordargli che suo padre
beveva un bicchierone di bourbon ogni sera
quando tornava a casa.
Domani star meglio mi assicura Martin.
Sentirlo parlare cos mi innervosisce. Accetto che non
riesca a gestire da solo il caso Rivenbark, ma non che
menta al riguardo. Mi alzo, lo guardo. Abbiamo perso
la bambina gli comunico. Mi accorgo di aver usato un
tono accusatorio, e mi dispiace, ma bisogna che capisca
la gravit di quel che  successo oggi.
Che vuoi dire? La notizia sembra scuoterlo. Mi
metto a piangere.
Non ci vuole molto per spiegare com' andata, visto
che ometto il nodo della questione, ossia che sarei potuta
andare a supplicare e non l'ho fatto. Non avevo
mai creduto sul serio che l'avremmo avuta aggiungo,
rendendomene conto solo in quel momento.
Mi tiene stretta a lungo. Poi rimaniamo seduti ancora
un po'. Non riusciamo ad alzarci e trascinarci a
casa. Non  facile chiudere un giorno cos, l'ultimo in
cui poter sperare di adottare questa bambina. Mi sembra
di essere in una specie di intervallo temporale,
come se muovermi di l potesse costituire la definitiva
accettazione di questa perdita. Nemmeno Martin accenna
ad avviarsi. La sua testa si abbandona contro il
muro. Avremo un bambino promette.
Sentirgli pronunciare queste parole un tempo mi
consolava, invece adesso fatico a credergli.
Non  detto.
Succeder. Nelle sue parole intuisco il tentativo di
evocare il vecchio Martin, quello con risorse illimitate
di forza e consolazione.
La notte  tiepida e ventilata. Martin solleva un dito
e indica in alto, tra i rami del sanguinello, i boccioli
giallo pallido che luccicano nel buio. Una. Due. Tre,
laggi. Un gioco che ogni tanto facciamo, contare le stelle.
Quattro rispondo.  una notte avara.
...
.
...
CAPITOLO 2.
...
.
...
Xuan Mai.
...
.
...
Perdere tempo era inconcepibile per mia madre. Le
sere d'inverno, che io e mio padre trascorrevamo
a giocare a scacchi cinesi, mentre mia sorella
Lan era a casa di amici, lei passava lo straccio, o si esercitava
col francese, o metteva ossi di carne avanzati a
bollire per il brodo. Mio padre diceva sempre che non
si sarebbe mai aspettato che diventasse una donna di
casa cos efficiente. Figlia unica di uno dei pi ricchi
proprietari terrieri del suo villaggio, ragazzina viziata
con le porte del benessere e dei privilegi spalancate,
avrebbe potuto sposare un alto ufficiale, o andare a studiare
in Francia. Ma i miei genitori sono cresciuti in
tempi di rivoluzione, quando la guerra  l'unico pensiero.
Fu cos che, invece di vivere tra gli agi, mia madre
divent un'orfana, poi un soldato, infine una casalinga
industriosa della sterile Hanoi. Anzich studiare
letteratura francese a Parigi, impar a ricavare tre pasti
da qualche mestolata di riso, una manciata di gamberi
essiccati e foglie di cavolo. Mio padre stesso le insegn
a pulire i pavimenti.
Ho ereditato da mio padre l'inclinazione all'ozio, da
mia madre il bisogno di sentirmi in colpa per questo.
Mi sento in colpa anche adesso, a distanza di anni, perch
a differenza dei miei genitori vivo nel lusso. Ho la
mia attivit, qui a Wilmington, un fuoristrada costoso,
una casa senza ipoteca, una Jacuzzi. Mia madre
se n' andata da tempo, ormai, e da tempo io sono andata
via da Hanoi, dalla mia vita laggi e dalle persone
che conoscevo. Eppure, ancora adesso, dopo ventitr
anni, ogni tanto mi guardo intorno in negozio e immagino
mia madre che batte nervosamente il piede per
terra. Ammira il mio successo, ma non le piace vedermi
stare senza far niente. Incrocia le braccia insofferente,
e mi pare di sentirla mentre dice: Non si arriva certo
sulla Luna stando con la testa per aria.
Il mio mestiere per non  progettare astronavi. Se
passo ogni giorno l'aspirapolvere, arrivano i clienti. Se
non lo faccio, arrivano comunque. Non mando avanti
un ospedale, in questa citt: mando avanti un emporio
orientale. La gente viene qui per comprare cachi di
stagione, anatre surgelate, garam masala. Tengo il negozio
pulitissimo. Vorrei che mia madre leggesse le
note positive degli ispettori sanitari. (Non esistevano
nemmeno gli ispettori sanitari, in Vietnam.) Rifornisco
gli immigrati, latini inclusi, e coraggiosi cuochi
caucasici che si cimentano con la cucina internazionale.
Faccio ottimi affari, preparo pasti da asporto cinque
giorni la settimana, ma non per questo sono costretta
a sgobbare da mattina a sera. Nel pomeriggio mi
prendo una pausa tra la folla dell'ora di pranzo e i pendolari
che passano di qui tornando a casa. Sperimento
ricette, mi occupo dell'inventario o chiamo i fornitori
per chiedere se hanno taro in polvere o altri articoli che
i miei clienti non trovano al Wal-Mart. Mi piace la
quiete che c' in negozio in quei momenti, il sole che
filtra attraverso le persiane disegnando striscioline di
luce sulle variet di riso disposte nello scaffale d'angolo.
Se non ho niente da fare, guardo Oprah.
La domanda di oggi  Il vostro partner  anche vostro
amico? e, nonostante non sia un problema che
mi riguarda, lo trovo comunque divertente.
L'ospite  uno psicologo. Usa un questionario e sostiene
di poter predire con un'attendibilit del novanta
per cento quanto durer un matrimonio. Ha in
mano un foglio in cui ha annotato le risposte del marito
di O. a domande poste in precedenza.
Mi piacerebbe ascoltare, ma la mia collaboratrice,
Marcy, si  messa a litigare con la madre. Quando ti
deciderai a lasciarmi vivere la mia vita? le chiede.
Sua madre, Gladys, le dice Fai un grosso errore.
Un po' di silenzio! strillo io.
Per un attimo, tacciono, poi Marcy lascia perdere e
viene a guardare la TV, con Gladys alle calcagna.
L'ospite chiede a O.: Qual  la musica preferita di
Stedman?
O. piega la testa di lato, come per pensare, ma puoi
scommettere che ha gi la risposta. Marvin Gaye annuncia.
Il tipo controlla sul foglio, poi guarda O. rammaricato,
come se fosse lui ad avere la risposta sbagliata.
Veramente sono i Bee Gees.
O.  allibita. I Bee Gees! esclama. La platea mormora.
Marcy tira indietro i capelli, li attorciglia e li raccoglie
in una crocchia disordinata, fermandoli con una
matita. Dev'essere l'ultimo grido. I Bee Gees. Fighi.
I Bee Gees sono degli sfigati. Non conosco i Bee
Gees. Ma conosco O.
I Bee Gees sono tanto sfigati da essere fighi. Come
Perry Como. How Deep Is Your Love  il massimo.
Marcy e O. sanno di cosa parlano, anche se non
sono d'accordo. Devi essere cresciuto in questo Paese
per sapere, e Gladys e io siamo cresciute in Vietnam.
A Gladys non importa di non sapere, e in un certo
senso anche questo  il massimo.
Potrebbero rapirti! dice Gladys a Marcy, riprendendo
il discorso che le sta a cuore - Marcy che minaccia
di andare a lavorare da Gap.
Chi vuoi che mi rapisca da Gap, Ma'! Marcy afferra
una scopa e torna verso i frigoriferi. Sua madre la
segue.
Prendo il mio pranzo, una ciotola di ph, dal banco
e lo sistemo sulle ginocchia. Mentre arrotolo delicatamente
i noodles con le bacchette, esamino le striscioline
di cipolla verde, i granelli di chili e menta, i teneri
tocchetti di pollo, impigliati qua e l come pesci in una
rete. Gli effluvi del brodo formano una nube tiepida e
corposa intorno al mio viso. Riesco a sentire la cannella,
il limone, un accenno di sale. Gli ingredienti del
ph possono apparire banali a chi non cucina: spaghetti,
carne sminuzzata, brodo, erbe. Ma la semplice
parola brodo contiene un universo di sapori. Davvero,
non  cos semplice.
Persino dall'altro lato della stanza, Marcy e Gladys
fanno un tale baccano mentre litigano che mi passa l'appetito.
Marcy apre una cassa e comincia a sistemare confezioni
di pesce surgelato in uno dei miei congelatori.
Gladys  accanto a lei, avvilita, le braccia conserte. Marcy
lavora sodo, ed  per questo che la tengo qui, ma sono
stufa di assistere tutto il giorno ai loro battibecchi.
Invadi i miei spazi dice Marcy sventolando la
mano come se sua madre fosse un insetto.
Finirai nei guai piagnucola Gladys col suo vocino.
Gladys non ha nemmeno cinquant'anni, ma  gi
curva come una vecchia signora e inizia a perdere i capelli.
 cresciuta negli altipiani centrali, vicino a Kontoum,
credo, e parla vietnamita con un accento tanto
marcato che faccio fatica a capirla. Il suo inglese  ancora
peggio, ma sua figlia si rifiuta di comunicare in
vietnamita, cos non le rimane che parlare in inglese.
Gap non va dice Gladys. Non mi piace la gente.
L'ultima parola  quasi un lamento: geeeeeen-te.
Sentire il suo accento mi conforta sul mio.
Marcy infila l'ultimo pacco di pesce nel congelatore,
poi si ferma un attimo a sfregarsi le dita fredde. Guarda
sua madre. Ogni tanto finge di non capire le parole di
Gladys. Adesso le dice: Dammi tregua.
Gladys sbraita per il negozio in vietnamita: Mai, diglielo
tu.
Io non m'immischio. Marcy lavora per me gi da tre
anni e, quando sua madre non c', mi confida che non
ha intenzione di cambiare. Si diverte a prendere in giro
sua madre.
Gladys fissa Marcy. Insomma!  la sua parola
preferita. La inserisce, in inglese, persino in mezzo a
una conversazione in vietnamita stretto. In bocca a lei,
in effetti, suona vietnamita: "In sho ma. Poi sgambetta
fuori dal negozio, la sua tipica mossa di quando  all'ultima
spiaggia.
Finalmente un po' di pace. Immergo la punta del mignolo
nel brodo, ormai  tiepido. A ogni modo, ne
mando gi qualche cucchiaiata. Mi sento quasi un genitore,
quando mi convinco a mangiare. Dopo tanti
anni, mi si legge sul viso: la mia pelle  diventata
opaca e molle come la buccia dell'uva rimasta troppo
tempo al sole. Tutti dicevano che somigliavo a mia madre,
ma mia madre a quarant'anni aveva la pelle morbida
e sana. Persino durante la guerra, quando mangiavamo
soltanto patate, le guance di mia madre erano
rosee e piene. Ed eccomi qui, in America e ricca, a sembrare
pi vecchia di quanto apparisse lei negli anni
peggiori della guerra.
La campanella all'ingresso tintinna, guardo chi  e
vedo l'organizzatrice di funerali che s'intrufola in negozio.
La riconosci subito dai capelli: rossi e selvaggi,
fitti di riccioli, una dote rara che al resto del mondo
non  stata concessa. Ciao, Mai. Come va? mi
chiede, neanche fossimo grandi amiche. Posa lo
sguardo su di me, in attesa. Le sue dita si appoggiano
sull'orlo del banco.
Bene le rispondo. Posso dire addio al mio pranzo.
Star qui per ore, come se fosse la cosa pi naturale del
mondo ciondolare nel mio emporio e importunarmi.
Forse comincia ad avere qualche rotella fuori posto. Fa
la spesa nel mio negozio da anni, ma fino a qualche
tempo fa veniva ogni due settimane per rifornirsi di t
allo zenzero, salsa chutney, o quello che compra lei. Mai
avuto problemi, prima d'ora. Una volta, quando il direttore
vietnamita di Hardee mor in un incidente
d'auto, la aiutai ad allestire un altare per il funerale.
Sembrava assolutamente normale, allora. Non era una
chiacchierona. Nelle ultime settimane, invece, pare
impazzita. Spunta ogni due giorni e mi riempie di domande.
Non domande normali, come Quanto deve
cuocere questo tipo di pesce? oppure La salsa Hoisin
sta bene sul pollo? Fa domande bizzarre, del tipo
Ma la gente di Hanoi mangia i noodle all'uovo? e
Cosa si cucina in Vietnam per Capodanno? Finisco
per passare quindici, anche venti minuti a risponderle.
La conversazione prolifera come l'erbaccia, e mi
distrae.
Pi di una volta ho provato a scamparla, fingendomi
occupata. Ma lei sta in agguato. Il suo tono sembra
discreto, in realt  mirato e incalzante, e ti raggiunge
attraverso i corridoi, dove ronza intorno a Marcy e
Gladys, tempestando anche loro di domande. Loro amano
queste attenzioni. Lei ha il tipo di capelli che vedi
alle eroine delle soap, e ti guarda come se fossi la persona
pi affascinante del pianeta. Gladys conversa raramente
con gli americani, ma i commenti di quella
donna la esaltano come se il governo stesse proclamando
il suo pieno inserimento in America. Marcy, che spesso
 lunatica e scortese, gonfia il petto e si sente adulta
all'idea che una persona pi grande, e attraente, si
rivolga a lei per avere informazioni. Non appena la donna
si avvicina, interrompono quello che stanno facendo
e dedicano alla sua curiosit la concentrazione che di
solito riservano ai loro battibecchi. Ma nel rispondere
divagano. Una volta, quando lei chiese a Gladys Chi
 il compositore vietnamita pi dotato? Gladys spieg
che aveva lasciato la scuola a undici anni per andare
a lavorare. Quando domand a Marcy: Perch il rosso
 considerato un colore fortunato? Marcy fin per
descriverle un matrimonio cinese a cui aveva partecipato
a Charlotte l'anno passato. Cos'hanno in testa?
Se un cliente ti chiede il tofu, gli daresti il formaggio?
La verit  che quella donna vuole sapere del Vietnam,
e Marcy fa fatica a capirlo. E Gladys? Ebbene, Gladys
 cresciuta in un villaggio a tre ore a piedi dalla citt
pi vicina. Prova a domandare a un contadino di Castle
Hayne di nominare il compositore americano pi
dotato. Probabilmente risponderebbe i Beatles.
Van Cao ho detto io, ma non mi sono offerta di
prestarle il CD.
Questo pomeriggio, l'organizzatrice di funerali appoggia
la borsa sul banco e si fa aria con la mano.
Come si fa con un tempo cos? chiede, affettando
esasperazione. Un giorno si congela, e il giorno dopo
si cuoce.
Gi le dico.
Ci sono settimane come queste in Vietnam? In cui
il tempo cambia cos spesso?
Si pu essere pi molesti? Mi costringo a pensare ai
pomeriggi di sole accecante seguiti dalla pioggia battente,
poi di nuovo il sole e subito dopo l'arcobaleno.
Giorni le rispondo.
Emette un singulto stravagante. Che tragedia! Non
oso nemmeno immaginare.
Non  tanto diverso, qui le ricordo. A Wilmington
ci sono momenti in cui l'odore fecondo dell'aria estiva
mi ricorda esattamente casa. Ma l'unico mio desiderio
 liberarmi di lei. Metto da parte il mio ph, tiro fuori
una pila di moduli per gli ordini, e inizio a compilarli.
Ah, ecco esclama a un tratto, mentre apre la borsa
e ci infila le mani. Ti ho portato questi. Estrae cinque
numeri sbiaditi del National Geographic e li appoggia
sul bancone. Quando la guardo si stringe nelle
spalle: Mio marito  abbonato. Ne abbiamo miliardi.
I suoi gesti sono quasi impacciati, ma sembra anche curiosa
della mia reazione. A malincuore, do una scorsa
alle copertine. Su ognuna c' una foto del Vietnam.
Quattro risalgono agli anni Sessanta e ai primi Settanta.
La pi recente, pubblicata tredici anni fa, nel
1989, ha per titolo Vietnam: il difficile cammino
verso la pace e promette articoli su Hanoi, Hue e Saigon.
Hanoi nel 1989, dieci anni dopo la mia partenza
da l. Mi sento come se mi stessero offrendo di sbirciare
quello che sarebbe stato il mio futuro.
Guardo Shelley. In realt, sono colpita da questa sua
gentilezza, ma gli scambi che non riguardano il lavoro
mi mettono a disagio. Grazie rispondo.
Armeggia con la cerniera della borsa per richiuderla.
 bello che servano a qualcosa mi dice; poi, dopo un
silenzio imbarazzante, borbotta Devo andare a casa,
adesso. Tamburella per aria con le dita in un piccolo
saluto e se ne va.
Per un po' rivolgo solo qualche occhiata alle riviste.
Una parte di me vorrebbe ignorarle del tutto, ma sono
tentata di guardarle. Con cautela, le avvicino, sfioro le
copertine con le dita. Poi apro un numero recente,
tanto per vedere. Contiene immagini familiari - bufali
indiani, donne con indosso l'o di, bambini che mangiano
ciotole di riso a colazione - e che mi ricordano
quelle che usavano i giornali del Nord nel descrivere la
guerra nel Sud - bambini ammalati, genitori angosciati,
una flottiglia di imbarcazioni a vapore della marina
americana che avanza lungo il Mekong. Anche se le
foto mi interessano, rimango beatamente impassibile.
Sono americana, ora, e sperimento le stesse sensazioni
di curiosit e compassione che qualsiasi cittadino
americano proverebbe di fronte alle foto di un Paese
esotico, di una guerra di tanto tempo fa. Ho retto
molte emozioni negli ultimi vent'anni, e in gran parte
avrei preferito evitarle, cos  una piacevole sorpresa osservare
foto del Vietnam senza provare, be', nulla.
Marcy si avvicina. Wow esclama, sparpagliando le
riviste sul bancone. Ma il Vietnam non le interessa veramente.
Dopo un paio di minuti, se ne va.
Scorro tutte le immagini. Poi, facendomi forza,
spingo di lato le altre, preparandomi a esaminare il numero
pi minaccioso, quello dedicato ad Hanoi. Sono
pronta, equipaggiata, immune. Mi ci vuole un attimo
per scoprire che dopotutto non sono invulnerabile. L,
a pagina 558, la mia citt mi si offre in tutta la sua
squallida magnificenza, un tesoro perduto di cui credevo
di non sentire pi la mancanza. Nei dieci anni
che separano il giorno della mia partenza dal periodo
in cui sono state scattate queste foto, la mia citt 
cambiata poco. In una foto, la sposa davanti a una zanzariera
trasparente mi ricorda mia cugina. Un'altra
ritrae un uomo con una bicicletta identica a quella che
aveva la mia famiglia. Ogni dettaglio in ciascuna foto
parla di me. Scarpe di gomma consumate. Porte di legno
con la vernice scrostata. Lastre irregolari e ghiaiose
di marciapiedi di citt. Una donna che striglia un
bambino in una pozza d'acqua, tenendolo per le gambe
per non farlo scivolare. Mi mancano mia madre, mio
padre, mia sorella, mia nipote. Il Vietnam.
Pochi giorni dopo, Shelley ricompare. Questa volta,
Marcy  alla cassa mentre io sono appollaiata su uno
sgabello tra le merci a ripartire un cesto di basilico in
sacchetti da un etto.
Al campus mi conoscono tutti sento dire a Marcy.
Persino quelli che io non conosco mi conoscono. Il
suo corpo  snello ma formoso e i vestiti le stanno aderenti
come la pelle di un pomodoro maturo. Non  difficile
capire perch  celebre all'universit.
Anche coi jeans logori e la maglietta sudicia, sembra
una di quelle ragazze delle linee erotiche pubblicizzate
dalle TV via cavo.
Prova a studiare chimica mentre i ragazzi continuano
a ronzarti intorno per chiederti il numero di telefono
si lamenta.
Dev'essere dura per te. La voce di Shelley suona
comprensiva e divertita allo stesso tempo.
Alla fine mi si avvicina. Ehi fa. Poi indugia, torcendosi
un ricciolo.
Sorrido. Come va? chiedo. Non voglio ammettere
che sono stata sveglia fin dopo l'una del mattino a leggere
e rileggere le sue riviste, ma voglio farle capire che
mi ricordo del suo gesto.
Bene, credo risponde, ondeggiando leggermente.
Immagino che, con un lavoro come il suo, sia sempre
depressa, almeno un pochino. In Vietnam non ci mescoliamo
con chi si occupa di funerali. Quella gente se
ne sta in disparte, come se fosse il prezzo da pagare per
guadagnarsi da vivere seppellendo i nostri morti.
I suoi occhi scorrono sul contenuto dei miei scaffali,
sembra che stia passando in rassegna i titoli di un giornale.
Mi serve qualcosa di buono da preparare per
cena riflette.  alta e robusta, un tipo di bellezza genuina,
non ricercata.
Oggi indossa un vestito di seta di un blu cangiante,
un genere che su un'altra donna potrebbe risultare
pomposo, ma lei pare non farci caso. La verit  che un
estraneo non noterebbe il vestito. Non con dei capelli
come i suoi. Avr bisogno di uno specchio, ogni tanto,
per meravigliarsene? Li considerer una qualit o un
fardello? O entrambi? Non riesco nemmeno a immaginare
come faccia a pettinarli.
Mio padre diceva sempre che il cielo ha dato a
ognuno un dono straordinario. Marcy ha il suo corpo.
Mia madre aveva i suoi begli occhi grigi. Mio padre la
sua voce. Shelley ha quei capelli. E io? Non lo so ancora.
Prende una busta gialla Knorr di preparato per zuppa
di tamarindo, guarda l'immagine sulla confezione.
La gente mangia queste cose in Vietnam?
Tamarindo, s. Ma non so se hanno quella base. Si
pu usare per il canh chua. La zuppa acida.
Zuppa acida? Fa una smorfia.
Annuisco come per rassicurarla.  buona. Quand'ero
piccola mia madre me la preparava nelle occasioni
speciali. Chiss perch, mi preme che lei mi
creda.  buona.
Ride. Sembra cos a suo agio. Mia madre mi preparava
i rv dinner, piatti pronti da mangiare davanti
alla TV mi dice. Probabilmente non sai nemmeno
cosa sia un rv dinner.
Ho imparato molte cose dalla TV via cavo preciso.
Voglio farle sapere che sono perfettamente integrata
nella societ americana.
Si appoggia contro gli scaffali, osservandomi mentre
preparo un altro sacchettino di basilico.
Swanson proponeva intere cene a base di tacchino.
Diventavamo matte. Se mia madre usciva, ci toccava mangiare
cene Swanson e guardare le corse dei cavalli.
Parla come se ci stessimo scambiando informazioni
di vitale importanza. Poi si fa seria in volto. Non vorrei
che pensassi che mia madre ci desse solo quella roba
da mangiare.
La guardo, sorpresa che le interessi il mio giudizio.
Non lo penso mormoro.
La risposta sembra soddisfarla. Prepara una quiche
incredibilmente buona, ma non impazzisco per i suoi
sformati.
Non posso evitare di ridere. Dice Ti dar la ricetta
della quiche. E tu mi spiegherai come si fa la zuppa
acida. Siamo tornate alla zuppa acida?
Mi concentro sul basilico, riempio un altro sacchetto.
Ok rispondo, con la sensazione di sperimentare
qualcosa di insolito. Non sembra pericoloso,
per. Sembra pi interessante del previsto. Che cosa
implica scambiare ricette con un'estranea?
Shelley spinge avanti lo sgabellino di Marcy e ci si
siede, poi si d dei colpetti sulle ginocchia per segnalare
che  pronta. Faccio io i nodi per chiuderli propone.
Ben venga un po' d'aiuto. Le passo un sacchetto.
Lo tiene aperto un istante, aspira l'aroma di quell'erba,
e poi, visibilmente appagata, lo annoda con
mani esperte.
Ok dice. La zuppa acida, adesso.
Mi ci vuole un momento prima di cominciare. La verit
 che mi vergogno un po' del mio inglese. Non mi
sfugge una parola alla TV, posso leggere quello che voglio,
ma non parlo abbastanza spesso, e so che, quando
mi capita, sembro un'idiota. In questo momento provo
l'impulso di dire a Shelley Sono pi intelligente di
quanto credi. Ma suonerebbe ancora pi stupido.
Zuppa acida. Prendo una manciata di basilico dal cesto.
Si prepara quando fa caldo inizio. Ti fa sudare
ma ti rinfresca. Guardo la busta Knorr sul pavimento
accanto alla borsa di Shelley.  un piatto semplice, in
realt. Posso scriverti la ricetta. Servono aglio, zucchero,
ananas maturo per bilanciare gli ingredienti
acidi - tamarindo, citronella, pomodoro scandisco. E
poi, siccome non mi viene difficile, vado avanti. Le dico
cose che non  necessario sapere, cose che tutto a un
tratto sembrano importanti. Le racconto che, quando
viene bene, ha il sapore dell'estate: il sapore dei frutti
della terra, della pelle sudata, delle cose fresche. Aggiungo
che durante i mesi caldi della mia infanzia, col
cibo razionato e la guerra, mangiavamo raramente pesce,
ma riuscivamo a procurarci il tamarindo, un ananas
grande come un pugno, qualche pomodoro. Se non
avevamo zucchero, mia madre lo sostituiva con lo sciroppo
di canna. Nelle sere estive, tutta la famiglia si
rannicchiava sul marciapiede di fronte a casa, tenendo
in equilibrio sulle ginocchia scodelle di zuppa fumante.
L'odore poteva farti lacrimare gli occhi, ma il
brodo andava gi a meraviglia, una miscela agrodolce
perfetta. Tutta Hanoi stava fuori in serate come quelle,
a mangiare la zuppa, a bere t caldo, a sgranocchiare
chili nella speranza che il sudore sui nostri volti potesse
catturare la brezza leggera che spirava dal fiume. Ero
solo una bambina, allora, le spiego. Sono passati pi di
trent'anni, ma mi pare ancora di vedere la pila di scodelle
vuote abbandonate sul marciapiede, e di sentire
mio padre, accovacciato sull'uscio, raccontare storie ai
bambini del vicinato. Durante quelle estati mio padre
attirava folle di gente. Lo chiamavano ng Ngn Tieng,
il signor Millevoci. Con impercettibili slittamenti di
tono, poteva trasformarsi in un cane feroce, in una vecchia
brontolona, in un ladro astuto. I bambini pi
grandi si contendevano i posti accanto a lui. I pi piccoli
se ne stavano qualche metro pi in l, sbirciando
da dietro le spalle dei genitori. I miei primi ricordi ruotano
attorno ai momenti in cui ascoltavo le sue storie,
incantandomi a guardare i riccioli appiccicati come
un'elegante calligrafia sulla pelle umida del collo di
mia madre.
Shelley ascolta, sigillando i miei sacchetti con piccoli
nodi stretti. Ogni volta che alza lo sguardo, i suoi occhi
mi scrutano. Sono sorpresa che un'americana
possa ascoltarmi con tanta attenzione, o interessarsi di
particolari tanto insignificanti. Dopo un po', dice
Non  il Vietnam di cui ho sentito parlare.
No ribatto io. Gli americani non avevano ancora
sganciato le loro bombe. Eravamo solo in quattro nella
mia famiglia, allora: mio padre, mia madre, mia sorella
Lan e io. Questo prima che Lan sposasse Tan e lo perdesse.
Prima che mettesse al mondo My Hoa. Prima
che io mi innamorassi di Khoi. Prima che arrivasse il
cancro per portarsi via mia madre. Si stava bene, allora
le racconto.
Shelley si ferma. Mio marito  stato in Vietnam. Si
occupava delle salme dei soldati, a Danang.
Ti ha raccontato cose diverse? Il cesto del basilico
 vuoto. Vi dispongo i sacchetti annodati sparpagliati
come palloncini pieni d'erba sul pavimento.
Non mi ha mai raccontato nulla risponde.
Non puoi fargliene una colpa.
Spesso le mie parole suonano pi crude di quanto
vorrei. Ora Shelley distoglie lo sguardo ed  evidente
che l'ho ferita. La guardo, incerta su ci che dovrei dire.
Poi, all'improvviso, sorride, come per rassicurarmi.
No, non gliene faccio una colpa dice.
Dalla cassa, sento Marcy chiamare Ehi, Mai. Un
attimo dopo, compare davanti a noi, senza trovare
niente di strano nel fatto che io stia appollaiata, a
imbustare basilico, in compagnia di una cliente. Posso
usare la cucina, oggi pomeriggio, per preparare una
torta per il compleanno di Travis?
Ci sovrasta, una mano sul fianco, bella ragazza vietnamita
perfettamente americana.
Una torta?
Annuisce. A Marcy e al suo fidanzato piacciono gli
hobby. Ci tengono molto a fare le cose partendo da
zero, anche se una torta comprata da Food Lion sarebbe
pi buona e avrebbe un aspetto migliore. Possono trascorrere
un sabato intero a decorare a mano carta da
regalo, per poi passare la sera da Marz, un locale alla
moda, dove Travis suona la batteria in un gruppo chiamato
Maximum Go Go e Marcy balla in una specie di
gabbia, come una squillo di Saigon.
Va bene le rispondo.
Dondola tra i talloni e le punte. Finito il lavoro, faccio
un salto a comprare le uova. Vorrebbe suonare
come un'affermazione, in realt  una richiesta.
Usa pure le mie le dico, con un cenno di saluto.
Queste manovre di Marcy mi fanno quasi tenerezza.
Mi regala uno dei suoi sorrisi smaglianti di riconoscenza
e saltella verso il bancone. Non invidio a Marcy
la sua giovinezza o la sua bellezza, ma mi piacerebbe ricordare
come ci si sente ad avere tanto a cuore carta da
regalo, sorprese, torte di compleanno.
Shelley sorride. Dev'essere bello sussurra, esattamente ci che sto pensando io.
...
.
...
CAPITOLO 3.
...
.
...
Shelley.
...
.
...
Ecco un'ulteriore riprova della natura arbitraria
della vicenda adozioni: Carolyn Burns, che ci
concedeva solo cinque giorni per accettare il nostro
abbinamento a Sonya, adesso mi d un mese per
decidere su questo bambino vietnamita. Lei chiama
l'improvviso cambiamento di procedura atteggiamento
comprensivo data la situazione, ma ovviamente
 senso di colpa.
Non mi dispiace, in ogni caso, avere un po' di tempo
in pi. Questo abbinamento a un bambino di venti
mesi nato nei pressi di Hanoi, non rappresenta solo
un repentino mutamento di et, genere, nazionalit ed
etnia, ma ci pone un problema personale. Anni fa, tentai
di chiedere a Martin della sua esperienza in Vietnam,
ma lui rispose soltanto Non c' niente di interessante
da raccontare e lasci cadere l'argomento. Ho
appreso di pi su questo Paese nelle ultime due settimane
da Mai Pham all'emporio orientale di quanto abbia
sentito da Martin in vent'anni. Mi aspetto che Martin
si tiri indietro quando mi decider a dargli la notizia,
ma non ne sono sicura al punto di non fare nemmeno
un tentativo. Non si sa mai. Forse vedr il bambino
come un'opportunit di sostituire i suoi brutti ricordi
del Vietnam con qualcosa di allegro. O forse no.
Sono talmente restia a sentire la sua risposta che ho
aspettato quasi due settimane prima di sollevare la questione.
Tra l'altro, negli ultimi tempi le cose non vanno
proprio a gonfie vele. Abbiamo dovuto fronteggiare
un'emergenza dietro l'altra. Si  rotto un tubo nel bagno
del piano superiore della casa funeraria, creando
un'orribile chiazza sul soffitto del salone d'ingresso. Un
membro del Consiglio cittadino  stato stroncato da un
infarto, e abbiamo dovuto allestire in quattro e quattr'otto
una cerimonia gremita e reggere tre giorni di costante
contatto con la stampa. L'indomani, il fratello
di Rita, Mavis,  morto in casa di riposo. Poi Abe, il figlio
di Martin, si  rotto un braccio in un incidente di
moto e Martin  dovuto correre fino a Chapel Hill. Sono
state settimane pesanti per tutti, quindi Martin ha deciso
di premiare l'impegno dei nostri collaboratori con
un giorno di riposo. Quando l'aveva fatto in passato,
qualcuno era comunque venuto al lavoro, capitalizzando
un giorno di vacanza in pi, ma oggi, con l'agenda vuota
e il bel tempo, sono rimasti tutti a casa.
A me piacerebbe andare in spiaggia. Non ci siamo
stati neanche una volta, questa primavera, nemmeno
per una passeggiata. Potrei sempre andarci da sola, ma
mi sentirei in colpa a lasciare Martin in ufficio. Si rifiuta
di prendersi una pausa. Evidentemente, promettendo
di rimettersi in carreggiata, si  preso pi sul serio
di quanto abbia fatto io. Nelle settimane passate, ha
mostrato un impegno che non gli vedevo da mesi. In
aggiunta al carico di lavoro straordinario, si  messo ad
aggiustare l'impianto idraulico, ha ottenuto un leasing
per una nuova vettura e ha partecipato a gruppi di discussione
parrocchiali sulla fine della vita. Oggi ha
fatto un po' di tutto, dal compilare il registro delle telefonate
di Rita al cambiare le lampadine dei bagni.
Non ha mai parlato dell'istante di smarrimento provocatogli
dalla morte del piccolo Rivenbark, ma il suo
comportamento  una specie di promemoria per noi:
Guardatemi. Ora sto meglio!
Trascorro la mattina in ufficio. Intorno a mezzogiorno,
scendo al piano di sotto e, seguendo il rumore,
lo trovo nella cappella principale che passa l'aspirapolvere.
L'ha fatto ieri Mauricio. Devo urlare per farmi sentire.
Spegne l'aspirapolvere e si guarda intorno scettico,
palesemente riluttante ad accettare che il tappeto sia
gi abbastanza pulito.  tirato e pallido in volto.
Posso parlarti un minuto? chiedo.
Abbassa lo sguardo sull'aspirapolvere.
Gli prendo la mano. Lascialo qui.
Usciamo nel giardino della contemplazione, tra le
sale da ricevimento e la cappella. Quando io e Martin
eravamo appena sposati, qui c'erano solo un sentiero
erboso e un paio di panchine dall'aria abbandonata.
Nessuno usciva mai, e lo scorcio di pallido verde che
offriva alla vista, guardando fuori dalla finestra, rappresentava
il suo unico valore. Nel giro di un anno ho
costruito fitte aiuole lungo i bordi e le ho riempite di
tante piante che adesso abbiamo fioriture in tutti i periodi
dell'anno. Oggi, i boccioli di gelsomino della
Carolina ricoprono i tralicci e i tulipani rossi si affollano
sotto la finestra della cappella. A fine estate,
quando crescono i viburni e sbocciano i girasoli selvatici,
il giardino diventa un simbolo della lussureggiante
profusione della vita. Ogni tanto coltivo anche
i pomodori. La gente non si aspetta di trovare uno scenario
cos selvaggio nel cortile di una casa funeraria,
ma escono comunque a fare due passi. Talvolta le persone
in lutto trascorrerebbero qui ore intere.
Tra queste mura, il traffico di Market Street diventa
un brusio distante. Volgo il viso al sole e chiudo gli occhi,
immaginando di essere in spiaggia. Di cosa si
tratta? chiede Martin.
Apro gli occhi. Sembra impaziente. Nonostante la
pioggia di ieri, l'erba  asciutta e invitante, cos lo faccio
sedere accanto a me, prendendogli la mano. La tengo
tra le mie. Abbiamo una nuova possibilit esordisco.
Si mostra pi contento del previsto, ma non gli ho
ancora detto tutto.  un maschio. In Vietnam.
La sua faccia  attraversata da una gamma di espressioni
brevi ma vivide: sorpresa, ansia, infine determinazione.
Fantastico dice.
Se non te la senti, possiamo aspettare che ce ne sia
un altro.
Il suo tono si colora di una nota di irritazione. Cosa
vuoi che mi importi delle origini del bambino?
Potrebbero essere un problema.
Non ho niente contro il Vietnam.
Mi piacerebbe credergli. Ho letto e riletto le informazioni
che accompagnano l'abbinamento. Il nome
del bambino  Nguyen Hai Au. Qualcuno del Centro
per l'infanzia di Ha Dong, vicino ad Hanoi, l'ha trovato
in uno scatolone al cancello dell'orfanotrofio quando
aveva solo pochi giorni. Adesso ha quasi due anni e ha
avuto pi sfortuna di me, nell'odissea dell'adozione. La
prima volta, quando era ancora in fasce, una famiglia
vietnamita aveva gi preparato i documenti ma poi
prefer adottare una femmina. Sei mesi fa, una coppia
americana aveva deciso di adottarlo ma poi arriv una
gravidanza e cambi idea. La maggior parte delle famiglie
adottive vogliono neonati o bimbi di pochi
mesi, non un bambino che abbia vissuto abbastanza da
sviluppare paure, gusti, ricordi. Nguyen Hai Au ha
raggiunto la soglia di et oltre la quale si rischia di trascorrere
l'infanzia in orfanotrofio. Ha bisogno di una
casa subito. Vorrei che Martin fosse in grado di amare
questo bambino. Ho parlato del Vietnam con Mai, la
donna dell'emporio orientale. Ho comprato alcune
guide continuo.
Il viso di Martin  teso, ma ci prova. Il cibo  delizioso,
laggi afferma.
Che ne diresti se imparassi a cucinarlo?
Splendida idea. Si stende sull'erba, stavolta  lui
che chiude gli occhi. Sono contenta di vederlo riposarsi,
ma non ha un aspetto rilassato. Come se non volesse
concedersi distrazioni.
Infilo la mano sotto la sua camicia e gli tocco la pancia
tiepida. Ricordo bene che i primi tempi trovavo questa
parte del suo corpo cos attraente che dovevo per
forza poggiarvi la bocca. A volte mi sentivo un animale
che agisce seguendo esclusivamente l'istinto. Adesso,
invece, il suo corpo pare soltanto delicato e triste. Di
cosa sono fatti i corpi, in fin dei conti, se non di tristezza,
ossa e tessuti?
Bene, allora accettiamo dico, offrendogli un'ultima
occasione per tirarsi indietro.
Martin posa la mano sulla mia. Di' di s.
Stavo per perdere le speranze sussurro.
La voce di Martin si sente appena. Anch'io.
...
.
...
CAPITOLO 4.
...
.
...
Xuan Mai.
...
.
...
Un marted, passata l'ora di pranzo, chiedo a
Marcy di stare alla cassa. Devo fare una telefonata.
Fa' pure con calma. Va al banco e tira fuori una
catasta di diagrammi che ha riposto in un cassetto. Sta
seguendo un corso di cucito.
La mia borsa  appesa a un gancio dietro la porta
della cucina. Apro il borsellino e prendo un biglietto tra
le monete. Ieri, uno dei miei clienti, il capitano Weatherbee
del distretto di polizia di Wilmington, ha scarabocchiato
un nome sul retro del suo biglietto da visita.
Hannah Ellis. E il suo numero di telefono.
Tengo per un attimo in mano il cartoncino, osservando
la grafia grossolana, lo scarabocchio a matita
sulla carta avorio. Poi alzo la cornetta e compongo il
numero.
Pronto? La voce, flebile,  quella di una persona
anziana.
S, pronto... ehm... vorrei parlare con Hannah Ellis.
 lei?
S, tesoro, sono io.
Tesoro? Mi chiamo Mai Pham. Il capitano Mark
Weatherbee mi ha fatto il suo nome.
Le serve un ritratto?
S, esatto.
Venga pure oggi pomeriggio. Diciamo alle tre. Abito
al 417 di Nun Street. Non ci sento molto bene al telefono,
dunque venga qui e ne parliamo. Arrivederci.
Riattacca senza darmi il tempo di dire una parola.
Marcy chiamo, avviandomi verso l'ingresso. Vado
a fare commissioni. Torno tra un paio d'ore.
Marcy ha abbandonato i suoi schemi di cucito e
adesso sfoglia una copia di Real Simple, con un
vaso di metallo pieno di azalee in copertina.  per questo
che la gente viene a vivere in America? Ok fa.
Non alza nemmeno gli occhi.
Gladys sbuca da un corridoio. Mai, dille che mi sta
dando un dispiacere esclama in vietnamita.
Diglielo tu, Gladys. Prendo le chiavi dalla borsa ed
esco nell'afa.
Hannah Ellis vive in una villetta verde chiaro, tra due
case pi grandi. Il piccolo giardino consiste di due
aiuole divise a met da un vialetto. Sono piene di rose
primaverili, con i boccioli sfumati di rosa e giallo. Una
donna attempata con un vestito a fiori, non pi grande
di una bambina di dieci anni,  seduta sul dondolo in
veranda. La guardo dal marciapiede.
Lei  quella delle tre? La sua voce  pi forte di
quanto sembrasse al telefono.
Annuisco.
Hannah Ellis mi fa segno di salire. Non riesco
nemmeno a vederla, se resta laggi, tesoro. Cammino
fino al portico. Di dov'?  cinese?
Non  una domanda promettente per una persona
che dovrebbe realizzare due ritratti per me, ma salgo
ugualmente i gradini. Hannah Ellis mi porge la mano.
Le sue dita sono bastoncini fragili. Vietnamita le rispondo.
Sono del Vietnam. Mi chiamo Mai Pham.
Sorride, dondolandosi avanti e indietro sulla sedia
come se facesse ginnastica, poi m'invita a sedermi su
una sedia accanto a lei. Be', allora benvenuta in America.
Mi siedo sul bordo mentre Hannah Ellis si allunga
verso un tavolinetto dall'altro lato, riempie due
bicchieri di t freddo e me ne offre uno. Allora, perch
 qui? domanda.
Perch non ho niente e, se perdo la capacit di credere
agli spiriti, mi resta ancora meno. Ho bisogno di
due disegni le dico.
Che tipo di disegni?
Bevo un sorso di t. Il capitano Weatherbee dice che
lei sa fare ritratti. Come in tribunale. Io le descrivo la
persona e lei la disegna.
Hannah Ellis fa scorrere la mano sulla superficie appannata
del bicchiere, poi se la passa sulla fronte per
rinfrescarla. Fa un gran caldo, ma detesto stare troppo
tempo chiusa in casa mi spiega. Ogni tanto si alza
la brezza e sento il profumo delle mie rose. Mi guarda.
Immagino faccia piuttosto caldo laggi in Vietnam.
Molto caldo.
Mi piace il modo in cui lo dice: "Lei la disegna". Si passa un altro po' d'acqua sulla fronte. Ehi, lo sente? Sente il profumo delle rose?
Un alito di vento soffia attraverso i cespugli. Sento il profumo.
Hannah Ellis si dondola. I ritratti servono per identificare un criminale?
No.
Come ha conosciuto Weatherbee, allora?
Un cliente. Viene a pranzo nel mio locale.
Ho passato cinquant'anni a disegnare identikit.
Non voglio pi pensare a criminali per il resto della vita.
Non si tratta di criminali.
Posa il bicchiere sul tavolino e comincia di nuovo a dondolarsi. Dopo un po' mi chiede Di chi vuole che faccia il ritratto?
Di mia madre dico e di una bambina. Mia nipote.
Ne deduco che non possiede foto.
No.
Be',  il motivo per cui la gente viene da me.
Dondola ancora un po'. Sono morte?
S e poi, siccome quella parola rimane come sospesa nel vuoto, aggiungo Sono buddista. Usiamo i ritratti per onorare i nostri cari.
Annuisce. Non ci trovo niente di sbagliato.
Il dondolio rallenta. Hannah Ellis prende una borsa
di tela nera da terra, ne estrae un album da disegno, un
carboncino, e una copia sgualcita di un libro intitolato
Catalogo di classificazione facciale a uso delle forze dell'ordine.
Deve descrivermele in modo dettagliato. Le far
qualche domanda su entrambe, a partire da sua madre.
Lavoreremo sulle immagini finch vorr, poi dovr aspettare
qualche giorno, forse una settimana, prima che abbia
qualcosa da mostrarle. Se non sar soddisfatta, dovr
pagarmi comunque. Quindi lasci che glielo chieda:
 sicura di avere bene in testa il loro aspetto?
Faccio segno di s. Forse non sono graziosa come mia
madre, ma per vederla non devo far altro che guardarmi
allo specchio. Per quanto riguarda My Hoa, be',
ogni tanto vorrei non averla davanti con tanta chiarezza.
Hannah Ellis mi porge il libro. La copertina di tessuto
 consistente e molle, levigata da anni di usura.
Pagina 41, struttura ossea femminile. Cominceremo da qui.
Accadde nel 1979, nel terzo anniversario della morte di
mia madre. Quella mattina, My Hoa bevve quattro
tazze di nu'c gao rang, l'acqua di riso tostato che le preparavamo
spesso per il suo stomaco delicato. Mia sorella
Lan si era alzata per prima, aveva tostato il riso,
aveva mangiato una ciotola di riso avanzato, poi era
scappata al lavoro. Nostro padre, B, era uscito poco
dopo, ansioso di assicurarsi un posto al circolo dei reduci
per la sua partita mattutina a scacchi cinesi.
Quando My Hoa si svegli, alle sette, avevo gi versato
l'acqua bollente sul riso, lasciandola filtrare in un bicchiere.
Vestii mia nipote con la maglietta e i pantaloncini
gialli che d'estate indossava ogni giorno, il
completo che Lan la sera lavava e stendeva ad asciugare.
Poi riempii con il nu'c gao rang una vecchia
tazza da t e gliela passai. Sapeva che lei, Khoi e io
avremmo trascorso la giornata all'Unification Park, e
dopo essersi arrampicata sul suo sgabello al centro
della stanza cominci a battere i piedi per terra con impazienza.
My Hoa voleva che il tempo passasse pi in fretta,
io invece volevo rallentarlo. Khoi aveva trovato una barca
che l'avrebbe portato via, e quella sera, con una sacca
di libri sulle spalle, avrebbe preso un autobus per Hai
Phong, sarebbe salito su un peschereccio e sarebbe partito.
Aveva uno zio ricco a Los Angeles, o in California
- non conoscevo bene la differenza, allora - un uomo
che possedeva due Ford e una casa con un'intera stanza
per Khoi. Per mesi, avevamo progettato di fuggire insieme,
ma negli ultimi due giorni ci avevo ripensato.
Per quanto odiassi la vita ad Hanoi, non me la sentivo
di abbandonare la mia famiglia, e mio padre e mia
sorella non avevano la minima intenzione di lasciare
il Vietnam. B aveva smesso di credere nel comunismo,
ma era rimasto fedele a un governo che era stato in grado
di dare una buona istruzione a un reduce semianalfabeta.
Oltretutto, si aspettava di riabbracciare mia
madre nell'aldil e temeva che sarebbe stato pi difficile
ritrovarla se fosse morto oltreoceano. Mia sorella
aveva rifiutato una prestigiosa borsa di studio a Mosca.
Perch mai avrebbe dovuto espatriare su una barca malmessa?
Khoi non si era messo a discutere con loro, n
con me, ma non aveva disdetto il mio passaggio in barca.
Non si sa mai. Nel caso non avessi cambiato idea,
promise che entro cinque o dieci anni, dopo aver messo
via una montagna di dollari, avrebbe convinto la mia
famiglia a partire e, una volta in America, mi avrebbe
sposata. Gli sorrisi, fingendo di credergli, ma avevamo
solo diciannove anni. Cinque o dieci anni sembravano
un'eternit, e avevo sentito parlare delle ragazze americane.
Mi vestii, mentre My Hoa trangugiava la sua bevanda.
Le riempii di nuovo la tazza, e lei la vuot, ridendo.
Era piccola per la sua et, ed era uguale a suo
padre, Tan, un uomo minuto e intelligente che era tornato
a casa dalla guerra soltanto per morirvi pochi anni
dopo a causa delle ferite riportate. Nessuno di noi
aveva mai fatto cenno a quella somiglianza, ma non
scorder facilmente la notte in cui sorpresi mia sorella
a contemplare la sua bambina addormentata. Non
avevo mai perduto un uomo amato, cos immaginai
che la possibilit di vederlo e non vederlo fosse allo
stesso tempo una benedizione e una condanna.
Con gli occhi di My Hoa incollati addosso, mi misi
la mia unica camicia decente, di cotone e bianca, sulla
quale avevo ricamato dei fiori di lavanda. Di fronte allo
specchio, mi raccolsi i capelli con un fermaglio bulgaro,
li lasciai ricadere, quindi li raccolsi di nuovo, consapevole
che il mio viso scarno e il mio corpo scheletrico
sarebbero stati l'ultima immagine che Khoi avrebbe
conservato di me. In quel momento, desideravo solo essere
bella. Volevo i lineamenti delicati della mia amica
Thuy, i seni rotondi della mia vicina Hang. Volevo i capelli
di mia sorella, corposi e sempre lucenti. Aprii il
cassetto di Lan e pescai tra i suoi vestiti una boccettina
segreta di profumo. Non sapendo cos'altro farne, me
ne passai un po' sulle guance. My Hoa, con gli occhi
spalancati e seri, infil la mano nella tazza e si spalm
il nu'c gao rang su tutta la faccia.
Zietta! mi chiam. Ancora t. Guardai l'orologio.
Avremmo fatto tardi all'appuntamento con Khoi,
ma non potevo rifiutarglielo. Nel nostro rituale domestico,
l'obiettivo di riempire lo stomaco di My Hoa
era diventato un'ossessione. Tutti noi - Lan, B e io -
avevamo inventato decine di trucchi per farla mangiare
e bere. La sera tardi, mentre lei dormiva nel letto di Lan,
enumeravamo i nostri successi come ladri dopo una
giornata di furti. Lan riusciva a darle qualche boccone
di crema di riso distraendola con dei racconti. B le
metteva in bocca pezzettini di pane mentre la vestiva.
Io la rifocillavo di nu'c gao rang, chiamandolo t per
farla sentire grande. Alimentazione surrettizia. Era il
nostro passatempo e il nostro scopo nella vita. E My
Hoa me ne stava chiedendo ancora. Versai un po' di
riso nel bicchiere, lo ricoprii d'acqua e ci soffiai sopra.
Quando si raffredd, My Hoa si acquatt accanto a me,
sbirciando nel bicchiere. Buono, il t mormorava.
Mentre My Hoa aspettava di poter bere il suo nu'c
gao rang, presi la scatola degli attrezzi di B ed estrassi
i tagliandi per le razioni di cibo. In previsione dell'anniversario
della morte di mia madre, avevamo messo da
parte per tutto il mese i buoni per la carne cos quella
sera avremmo potuto mangiarne. Il governo definiva
la religione reazionaria, ma mia madre aveva sempre
insistito affinch la famiglia commemorasse i suoi
morti con offerte di cibo e accendendo incenso davanti
all'altare degli antenati. Dopo la morte di mia madre,
perdemmo lo slancio. Non era facile trovare l'incenso
in una citt di atei dichiarati, e cos, all'avvicinarsi di
ogni anniversario, ci limitavamo a risparmiare i tagliandi
per poterci concedere un buon pasto. La cuoca
in famiglia ero io, quindi mi toccava pedalare fino al
mercato, fare la fila per ore e comprare ci che serviva.
Quella sera, mentre Khoi si sarebbe imbarcato per lasciare
per sempre il Vietnam, io e la mia famiglia ci saremmo
seduti per terra e avremmo mangiato carne per
cena.
Pochi minuti prima delle nove My Hoa era pronta.
Riposi in borsa del riso avvolto in una foglia di banano
e sistemai My Hoa nel seggiolino di rattan sul retro
della bici. Le misi una reticella rosa sul viso per proteggerle
gli occhi dalla polvere, quindi spinsi la bici per
il cortile, fuori dal portone e lungo il vialetto, fino alla
strada. Il sole non era ancora spuntato sopra i tetti delle
case a est che gi la camicia mi si era appiccicata alla
schiena. Procedemmo oltre il Lago Hoan Kiem, poi
lungo Ba Trieu Street. Al cancello dell'Unification Park
udii il mio nome, mi voltai e vidi Khoi. Era in sella alla
sua bici, con un piede su un pedale e l'altro a terra per
tenersi in equilibrio. I ragazzi di Hanoi stavano sempre
seduti a quel modo, con i gomiti appoggiati sul manubrio
ad aspettare che un treno passasse o che una
madre o una sorella finissero di contrattare per un
trancio di pesce. Khoi per aveva il dono di far apparire
bella anche una sosta su una bici. Era ancorato alla
terra solo con la punta dell'alluce. In quel momento,
non era altro che aria e luce per me. Avevo paura di
sfiorarlo, come se potesse scomparire.
My Hoa, che non sapeva aspettare, marci attraverso
i cancelli del parco, dando per scontato che io e Khoi
l'avremmo seguita, cosa che facemmo. Era ancora abbastanza
piccola da credere di avere il mondo in mano
e, nelle ultime settimane, non faceva che dimostrarlo.
A casa, si appropriava di tutto. Aveva un vecchio sacco
di iuta in cui conservava una collezione di fettucce di
colori diversi, un libro di poesie consunto, tre calzini
di suo nonno, il mio pettine, una matita, sette bacchette
e un ricciolo di sua madre avvolto con cura nella
carta di giornale. Khoi, che la chiamava Principessina,
le costruiva bambole con legnetti, brandelli di
tessuto e fil di ferro. Ogni sera, prima di andare a letto,
My Hoa appoggiava le bambole contro il muro, si
sedeva sul pavimento e le ammirava. Le chiamava il mio
popolo.
Ci incamminammo per l'ombreggiato sentiero principale
del parco, diretti alle altalene. Ogni due secondi
osservavo Khoi, cercando di memorizzare il suo modo
di tenere le mani in tasca e come i suoi sandali di gomma
sollevavano la polvere. Quel giorno era l che passeggiava
con me nel parco. L'indomani per me non sarebbe
stato pi reale di un fantasma, di una persona morta.
Le lettere dall'America non arrivavano, dunque che
differenza c'era tra vivere l ed essere morto? Quel pensiero
mi prosciug la bocca. Dovetti girarmi, e guardare
My Hoa, dicendomi che anche senza Khoi avrei sempre
avuto mia nipote. Mi sarebbe ancora rimasto qualcosa
di prezioso.
I miei genitori avevano il culto dell'istruzione. Durante
la mia infanzia, mio padre imparava poesie a memoria
e mia madre, che poteva scordarsi di viaggiare,
continu a lavorare sul suo francese. Per lei quei valori
avevano un senso poich proveniva da una famiglia
istruita. Ma mio padre era figlio di contadini; sosteneva
che il suo lignaggio proletario risalisse all'et delle
scimmie. Mia madre gli aveva trasmesso i suoi ideali,
tuttavia, e lui vi credeva con lo zelo tipico dei neofiti.
Per questo penso che nessuno dei due farebbe salti di
gioia se scoprisse che possiedo un emporio a Wilmington,
in North Carolina. Mi consente di evolvermi? si
chiederebbero, Mi aiuta a migliorare il mondo? Be',
posso solo dire che questo lavoro mi si addice. Apprezzo
la chiarezza delle mie responsabilit. Ne apprezzo anche
i limiti. E mi piace che mi offra l'opportunit di osservare
i piccoli drammi che si consumano nella societ
- Gladys e Marcy, gli ospiti di Oprah, i miei
clienti - senza esserne coinvolta in alcun modo. Ultimamente,
per,  diventato un po' pi complicato
mantenere le distanze.
Un pomeriggio, circa una settimana dopo la mia visita
ad Hannah Ellis, Shelley fa il suo ingresso e, senza
preamboli, spara: Devo dirtelo. Sto per adottare un
bambino vietnamita. Ho cercato di scoprire qualcosa
sulla sua terra. Il suo viso  luminoso, vulnerabile, in
ansia per la mia risposta. Distolgo lo sguardo. Fuori, nel
parcheggio, la luce accecante di mezzogiorno comincia
ad addolcirsi. Pi avanti, nel corso della giornata,
una folla di clienti si riverser in negozio per chiedere
sacchi di riso, pescegatto surgelato o chili. Ogni volta
che la porta si aprir, trasciner dentro l'odore fresco
della primavera. Ma a quest'ora la porta rimane quasi
sempre chiusa e l'aria  quella artificiale del condizionatore.
Dunque  un'adozione il motivo per cui viene
qui? In fin dei conti, sono una mera fonte di informazioni
sul mio Paese a uso e consumo di una futura
mamma? Una strana emozione mi invade, una sensazione
che posso paragonare solo a quella provata molto
tempo fa, quando scoprii che la mia compagna di
classe preferita veniva a trovarmi solo perch adorava
la cucina di mia madre. Erano anni che non mi sentivo
ferita, ma adesso riconosco facilmente quell'emozione.
Cos, non reagisco gentilmente come dovrei. Perch?
Il tono sarcastico  chiaro, forse pi marcato di
quanto volessi. Arrossisce. Contrae le labbra. Guarda altrove,
poi di nuovo me, mi fissa. Ho sempre desiderato
un bambino dice con semplicit. E c' un bambino
in Vietnam che ha bisogno di una casa.
Adesso provo un po' di imbarazzo, anche questa
una sensazione che non sperimentavo da anni.
Discutiamo. Naturalmente avevo sentito parlare di
infertilit. Se ne parla ogni mese o due a Oprah ma,
come con i servizi sull'alcolismo o sull'Alzheimer, guardo
per dieci, venti minuti, poi spengo. Nella mia esperienza
ci si preoccupava di non restare incinta, non il
contrario. Ovviamente, ad Hanoi capitava che la gente
non riuscisse ad avere figli esattamente come capita
qui. Avevo una zia sterile, ma nessuno toccava l'argomento.
Il cugino di mio padre lasci la moglie perch
non poteva dargli un figlio, e quasi tutti considerarono
quel gesto perfettamente naturale e giusto. Ricordo
anche la coppia di Lao Cai che viveva in fondo
al vicolo. Noi bambini del vicinato ci spiegammo l'assenza
di figli inventando una storia persino pi bizzarra:
il marito e la moglie erano in realt fratello e sorella.
Non avevo mai considerato che l'incapacit di avere figli
potesse rappresentare una tragedia. L'amore, la morte,
la guerra causavano tragedie. Come fai a rimpiangere
qualcosa che non  mai esistito?
Shelley non usa la parola tragedia, tuttavia. Non ha
atteggiamenti da vittima o da persona da compatire.
Recita la litania della sua esperienza con un distacco
schietto, persino divertito. Ma i numeri si impilano
l'uno sull'altro fino a formare una valanga di sofferenze
e sfortuna. Cinque anni di tentativi. Sei gravidanze.
Sei aborti. Due interventi chirurgici falliti.
Quattro medici. Tre terapie intensive per la fertilit. Sei
cicli di ormoni. Centinaia di iniezioni. Migliaia di dollari
in spese mediche per trattamenti non coperti dall'assicurazione.
Un anno intero a supplicare il marito
per convincerlo all'adozione. La terza gravidanza di sua
sorella, che provoc l'apprezzato e repentino ripensamento
di suo marito. Infine, tre mesi di contrattazioni
con l'ufficio adozioni, dieci ore di colloqui con gli assistenti
sociali, centinaia di pagine di documentazione,
otto mesi di attesa, cinque viaggi a Raleigh, tre
a Charlotte, due certificati di nascita smarriti, migliaia
di dollari da versare, un'adozione mancata a
poche settimane dal giorno in cui speravano di partire
per andare a prendere una bambina europea.
E poi mi propongono questo bimbo del Vietnam
conclude con un leggero sospiro esasperato, come fosse
l'ultima battuta non troppo divertente di una serie interminabile
di scherzi architettati per impedirle di
avere un figlio. Mi metto a ridere, ma l'espressione nei
suoi occhi mi sorprende. Non sembra sconfitta. Piuttosto
direi fiduciosa. Senza alcun fondamento, tuttavia
fiduciosa.
Credo che otterrai questo bambino balbetto. Mentre
lo dico, m'interrogo. Come faccio a saperlo? Perch
dovrebbe importarmi? Non posso saperlo. Eppure
m'importa. S, m'importa.
Shelley accenna un sorriso, poi si volta. Porta una
mano agli occhi, se li strofina. Se sta piangendo, non
vuole che io lo sappia. Poi mi dice Ti ho portato una
cosa. Aspetta. Esce in strada, verso il parcheggio, torna
un minuto dopo con le braccia cariche di libri.
Faccio posto sul bancone per i libri che lei lascia scivolare
sul vetro. Sono tutte guide del Vietnam. Le fissiamo
insieme. Ho raccolto materiale sulla sua terra
spiega, indicando col mento. Dai un'occhiata. Insieme
sfogliamo le pagine dei volumi. Con questa
montagna di informazioni pratiche su cui concentrarsi,
l'atmosfera si distende. Indico diversi luoghi famosi.
Scherziamo. Shelley ha una domanda per ogni illustrazione,
per ogni pagina. Sei mai stata qui?
Quanto dista questo? Si sofferma spesso a prendere
appunti ai margini o ad ammirare qualcosa. Mentre
scrive, guardo le foto di Hanoi, sono pi recenti di
quelle del National Geographic. Mi sento pi coraggiosa
rispetto a quando guardavo quelle riviste, e
scopro di esserne contenta. Una guida, della Lonely
Planet, ha un intero inserto dedicato al Quartiere vecchio,
il mio circondario. Noi non chiamavamo quella
zona Quartiere vecchio. Tutta la citt era vecchia, cadente,
angusta e rugginosa. C' una foto di un'alba
nebbiosa sul Lago Hoan Kiem - detto Lago della
spada restituita - dove mia madre faceva la sua ginnastica,
e una foto di una venditrice di buri ch, noodle
di riso con maiale arrostito. Ne ricordo cos bene
la fragranza che l'aria asettica del mio negozio sembra
d'un tratto riempirsene. Poi riconosco l'immagine del
mercato Dong Xuan, mi lascio andare e rido.
Shelley mi guarda. Che c'? mi chiede, come se le
spettasse una spiegazione. Mi fa venire in mente gli interrogatori
occasionali che avevano luogo tra me e
mia sorella. Ci sentivamo in diritto di essere informate.
I pensieri esistevano soltanto per essere condivisi.
Indico la foto - una fila di donne del mercato che offrono
le loro merci - e provo a spiegare. Queste
signore comincio sono molto rozze. Brutali. Ero ancora
una bambina, mia madre un giorno mi d i soldi
per comprare i germogli di bamb. Quando arrivo l,
quelle prendono il loro ortaggio -  lungo, morbido
come la cosa che hanno gli uomini, be', insomma, hai
capito - e mi fanno "Ehi, ragazzina! Fai un po' di pratica
con questo, prima di incontrare tuo marito".
Ha capito di cosa sto parlando? Sembrerebbe di s.
Shelley sorride divertita. Caspita. E tu cos'hai fatto?
Sono scappata. Sapevo che mia mamma si sarebbe
arrabbiata vedendomi arrivare senza germogli, ma
avevo troppa paura di comprarli.
A quel punto, ti sar passata anche la voglia di
mangiarli commenta. Guarda di nuovo la foto. 
successo in questo mercato di Hanoi?
Certo che s, e sto quasi per dirglielo, ma poi mi ricordo
di una vecchia bugia da sostenere. Gran parte dei
vietnoamericani identificano quelli del Nord con Ho
Chi Minh, e cos, per pi di vent'anni, ho dichiarato
di essere del Sud. A Saigon le rispondo. Aspetta. Ti
faccio vedere. Vado verso i frigoriferi e riempio un sacchetto
di germogli di bamb, poi li porto a Shelley. In
realt sono deliziosi. Dimentica ci che ti ho raccontato
su quelle signore. ,
Scruta gli ortaggi giallo pallido, lunghi e molli. Ora
capisco dice titubante. Non sono come quelle striscioline
che trovi nel cibo cinese.
Tutt'un'altra cosa. Tagliali per il lungo, saltali con
molto aglio, un po' di salsa di pesce. Cuocili a lungo per
intenerirli. All'ultimo momento aggiungi dello scalogno,
per l'estetica e per il profumo.
Tiene il sacchetto con molta attenzione, sembra un
bambino che stringe un sacchettino con un pesce
rosso. Li preparer stasera afferma risoluta, come se
si prendesse un impegno.
Sto per suggerirle di aggiungere un po' di maiale ma
veniamo interrotte dal trillo smorzato di un telefono
nascosto da qualche parte. Shelley rimesta nella borsa
fin quando non lo trova. Pronto? S, sono io. Le sue
labbra risucchiano l'aria. Maledizione. Mi ero dimenticata.
Rimette il telefono in borsa, tira fuori le
chiavi. Mio marito se la prender a morte mormora,
poi, trasformandosi di nuovo in una cliente,
chiede Quanto ti devo per il bamb?
Agito la mano. Lascia stare.
Sorride e si mette a raccogliere i suoi libri, poi si
ferma. Sai cosa? Nei prossimi giorni sar impegnatissima
con il lavoro. Tienili tu per adesso. Corre
fuori prima che io abbia la possibilit di ribattere.
Ritorno dietro il bancone, prendo un panno da un
secchio pieno di saponata, e inizio a sfregare la crosta
rappresa del pescegatto caramellato che ho servito a
pranzo. In pochi minuti, una scia di schiuma azzurrognola
si spande sopra la superficie d'acciaio inox. Il
tavolo  sudicio, ma oggi non ho pazienza. Lascio la
pezza l sopra, mi sciacquo le mani e le asciugo sui pantaloni.
In una busta dentro la borsa trovo il ritratto di
mia madre disegnato da Hannah Ellis. Sostiene di
averci messo cinque ore a completarlo. Tutto quel
tempo, ed  venuta con un'espressione troppo compiaciuta
sulle labbra. Tuttavia, una miscela di miei ricordi
e il talento di Hannah Ellis si sono combinati e
hanno prodotto un'immagine che  chiaramente
quella di mia madre. Per descriverla, la gente usava
sempre la parola xinh, graziosa, non dip, bella.
Non  una differenza di quantit, come qui in America,
ma di qualit. La parola bella mi fa pensare a
qualcosa di liscio, lussureggiante, corposo, come la
panna o il velluto. Mia madre, invece, emanava freschezza,
luminosit, uno splendore che ti si rifletteva
addosso, come la luce del sole quando rimbalza sull'acqua.
In qualche modo, nella forma del viso, nel
lampo degli occhi, Hannah Ellis  riuscita a catturare tutto questo.
Nemmeno dopo il terzo colloquio, per, ha disegnato
un solo schizzo che somigliasse a My Hoa. Per un motivo
o per l'altro, nessuno dei disegni riusciva a cogliere
la risolutezza che, nel suo viso, era palese espressione
della sua personalit: la piega severa della bocca, la seriet
delle sopracciglia, la concentrazione negli occhi
che, anche tra i giochi pi frivoli, la faceva apparire intenta
a raggiungere un obiettivo. Mi rendo conto che
Hannah Ellis ci  rimasta male, ha temuto di aver
perso, dopo tanto tempo, il suo dono. Pu darsi. Ma
forse  lo spirito di My Hoa che non vuole farsi trovare da me.
Avrebbe venticinque anni, adesso, qualcuno in pi di
Marcy, e questo  al tempo stesso interessante e insopportabile.
Sapevamo tutti che tipo di bambina fosse,
ma che tipo di donna sarebbe diventata? Che tipo di
amante? Che tipo di madre? Tante domande, nessuna risposta possibile.
...
.
...
CAPITOLO 5.
...
.
...
Shelley.
...
.
...
Appena raggiunto l'ufficio, parcheggio accanto
all'auto di Martin e mi accorgo subito che dentro
c' lui. Ci guardiamo, un po' a disagio, poi
abbassiamo i finestrini. Dove vai? chiedo, in tono
amichevole e spensierato, sperando non sappia che ho
dimenticato di avere un appuntamento con un cliente.
In questo momento, ho davanti il mio capo, non mio
marito.
Devo andare dal notaio risponde. Ha un'espressione
di mesta rassegnazione, come se non l'avessi deluso
solo oggi, ma sempre. Qualcosa  cambiato tra noi
ultimamente e, bench mi sforzi di cercare altre ragioni,
non posso evitare di individuare l'inizio di tutto
nella mattina in cui ha acconsentito ad adottare il
bambino. In questi giorni c' tensione tra noi. Mi rimprovera
di trascurare il lavoro, di farmi distrarre troppo
dall'adozione. Sar anche vero che preferisco impacchettare
basilico all'Emporio Good Luck piuttosto che
confortare i dolenti, ma non ha ugualmente motivo di
avercela con me. Sarei potuta volare in Europa a lottare
per la bambina, e invece non l'ho fatto. Non dimostra
forse un profondo senso di responsabilit nei
confronti di Martin e del nostro lavoro? Questo per
non posso dirglielo.
Non  cos tardi insisto.
Dietro gli occhiali, un sopracciglio s'inarca.  talmente
assorbito dal lavoro che non ha ancora trovato
il tempo di guardare il dossier del nostro abbinamento.
Lo guarder pi tardi mi ripete, ma non lo fa mai.
D'altro canto per, ha tempo a sufficienza per occuparsi
dei vialetti della casa funeraria, che sono sbrecciati
da tre anni, ma che proprio questa settimana ha
deciso di ripavimentare. Persino a casa ha un atteggiamento
professionale e distante, rimane sveglio fino
a tardi a controllare i conti e va in ufficio all'alba. Certi
giorni, si accorge a stento di me, e si comporta come
se ci legassero soltanto le comunicazioni a singhiozzo
che ci scambiamo in ufficio. So che c' un problema,
ma ho paura di portarlo a galla. Non voglio peggiorare
le cose.
Mi dispiace sussurro.
Puoi metterci un po' pi di testa, d'ora in poi?
Sono troppo sorpresa dal suo tono per rispondere. E
poi, prima che io possa ribattere, alza il finestrino e se
ne va.
Dovrei correre dentro, ma non riesco a muovermi.
Mi accascio contro il poggiatesta. Quando qualcosa mi
ferisce, parte dalle spalle, poi sale lungo il collo, fino
alla nuca, dopodich, infuocato e pulsante, si insedia
dietro le orecchie. A Martin importa pi della persona
che soffre in ufficio o di quella che in questo momento
sta soffrendo in automobile? Ricordo una notte - eravamo
sposati da poco - in cui il telefono squill mentre
facevamo l'amore. Era mia madre. Ci fermammo,
guardandoci come due adolescenti sorpresi sul divano.
Shelley? Le segreterie telefoniche erano ancora
una novit. Provai un attimo di panico al suono della
sua voce, che di colpo aleggiava inaspettata nella
nostra stanza da letto. Martin affond il volto tra i miei
ricci, il peso del suo corpo mi impediva di schizzare
fuori dal letto. Le sue parole calme, ferme, si spandevano
nell'aria rispondendo a mia madre. Non siamo
in casa, adesso, Margot.
Pensavo che foste gi a casa.
Ti dico di no insistette lui.
Dove potete essere? continu mia madre, pensando
ad alta voce.
Siamo in spiaggia. Al centro commerciale. Siamo
volati sulla Luna. Siamo in Africa...
La sua voce era un solletico leggero, un mormorio nel
mio orecchio. Sentii la sua mano scendere, decisa e persistente,
tra le mie gambe. Stiamo scalando l'Everest.
Abbiamo un incontro col presidente. Shelley  ospite
al "Saturday Night Live".  diventata un matador.
Forse siete al centro commerciale riflett mia madre.
Riattacca, per favore. Ormai la stavo implorando.
Sembr ponderare le varie ipotesi. Va bene, chiamami
pi tardi si decise infine. Sentii riagganciare, il
breve segnale acustico, poi silenzio.
Martin si spinse dentro di me. Risi e gemetti al
tempo stesso. Sentii le labbra di Martin sul collo. Le sue
mani frugavano tra le coperte in cerca delle mie. Continuammo
a fare l'amore. Dopo un po', la pelle madida
di sudore, sussurr: Non voglio perdermi neanche un
giorno con te.
Ero entrata nel mondo delle imprese funerarie da
circa un anno. Avevo molto da imparare, ancora, ma
avevo gi imparato la cosa pi importante. Questo lavoro
ti fa essere grato di tutto ci che hai, persino grato
di provare gratitudine, come fosse una consapevolezza
esclusiva, riservata a coloro che guardano in faccia la
morte ogni giorno. Come abbiamo potuto, io e Martin,
dimenticare tutto questo?
Sono le due e mezzo quando entro. Rita mi passa un
paio di note. York ha chiamato di nuovo per l'ordine
dell'urna. Tua sorella chiede se puoi andare tu a prendere
Keely a scuola domani cos lei potr dedicarsi ai
preparativi per la festa. Mr Sloane ti aspetta nella sala
ricevimenti.
Li metteresti in frigo? Appoggio i germogli di
bamb sulla sua scrivania.
Cosa sono? Guardiamo la busta contemporaneamente.
Ripenso a Mai, in piedi davanti alle donne del
mercato vietnamita, che riceve una precoce e sconcertante
lezione sul sesso.
Vorrei dirle: Peni. Invece rispondo semplicemente
La cena e vado verso la sala.
A quest'ora le sale da ricevimento sembrano grandi
tappeti vuoti, privi di ogni funzione pratica. I nostri appuntamenti
di lavoro si concludono di solito entro
mezzogiorno e gli impegni pomeridiani non cominciano
mai prima delle cinque.
Quando  deserto, questo posto ha un aspetto talmente
triste che devo ricordarmi che tutti la considerano
la casa funeraria pi graziosa di Wilmington.
Probabilmente  perch, a differenza delle nuove sale
mortuarie, progettate come centri per convegni aziendali,
il nostro edificio  nato come abitazione privata.
Nel 1912, un banchiere di, Wilmington di nome
Thomas Lask la costru per s e la sua famiglia di sette
persone. Il nonno di Martin, Paolo, la compr dai
Lask e la convert in casa funeraria negli anni Trenta,
costruendo per s una casa pi piccola accanto, dove
adesso viviamo io e Martin. Eccetto che per l'insegna
Marino & Sons e per l'enorme parcheggio, l'edificio somiglia
ancora a un'abitazione, in stile anteguerra, con
le sue maestose colonne bianche e le rifiniture verde
bosco. Ad Halloween, capita spesso che i ragazzini passino
a reclamare dolci. La scambiano per una casa vera
e propria. Alcuni ci vengono per scommessa. La maggior
parte per le coppette di gelato che Martin offre a
chiunque indossi un costume.
La struttura non  cambiata molto da quando Paolo
la compr. Un tempo, le veglie e le visite avevano
luogo nei salotti delle famiglie dei defunti, cos ci sembr
sensato mantenere la spaziosa sala d'ingresso,
l'imponente scalone e le eleganti sale da ricevimento.
Pochi anni fa, io e Martin cambiammo i colori di
base, dal rosso e oro ai toni pi smorzati del blu e del
malva, ma con l'idea di rinnovare, non di alterare la
struttura. Conservammo i lampadari a bracci, i mobili
in mogano, il ritratto di Paolo sopra il camino. Paolo
mi piace, ha un'aria solenne ma anche vagamente
perplessa. Pensare che questo lavoro possa avergli procurato
qualche affanno mi rassicura, poich mi ci  voluto
del tempo per sentirmi a mio agio, qui.
Entro nel salone, che somiglia a un soggiorno, 
solo un po' pi professionale, come la sala d'attesa di
una banca. Teniamo i tavoli sgombri tranne che per le
scatole di Kleenex e qualche mazzetto di biglietti da visita
di terapeuti o gruppi di sostegno. Mr Sloane 
seduto su una poltrona accanto alla finestra. Nella sua
tuta blu, ha un'aria piuttosto energica per essere un
uomo sulla sessantina, se non fosse incurvato su se
stesso e non fissasse lo spazio tra le gambe come uno
che si sporge dal parapetto di un ponte meditando di
buttarsi gi.
Mr Sloane dico. Devo farle le mie scuse. Mi dispiace
moltissimo. Gli porgo la mano.
Sembra trasalire e gli ci vuole un momento per riconnettersi
al mondo esterno. Non si preoccupi risponde.
La sua stretta di mano  abbastanza decisa, ma
meccanica.
Occupo la sedia accanto alla sua. Come va?
chiedo. Nel nostro settore non  una domanda retorica.
Mr Sloane si d delle pacche decise sulle gambe.
Mrs Marino, ho preso una decisione su Sylvia e mi
serve il suo aiuto.
Far tutto il possibile. Tengo le mani in grembo e
aspetto che vada avanti. Sua moglie, sapendo di avere
pochi mesi di vita, aveva lasciato istruzioni piuttosto
dettagliate, compresa l'assegnazione dei posti a sedere
durante il funerale e la richiesta di far suonare all'organista
Be Thou My Vision prima della cerimonia.
Mr Sloane si appoggia allo schienale, sospira, si
passa una mano tra i capelli e sistema qualche ciocca
fuori posto. Penser che sono pazzo ridacchia.
Ne dubito. Ne ho sentite di tutti colori.
Mi scruta, valutando le mie possibili reazioni, poi
dice Ho deciso di seppellire Sylvia a pancia in gi.
Annuisco. Be', questa  nuova.
 un problema per voi?
Non credo. Devo parlarne con Bennet, che  il
responsabile del servizio. Probabilmente l'ha gi sistemata
sul dorso. Mi alzo, guardando l'orologio. So benissimo
che ora , ma voglio sottolineare che restano
solo poche ore prima della veglia.
Mr Sloane sembra stupito di vedermi reagire cos in
fretta. No, no. Si sieda, Mrs Marino. Non dobbiamo
farlo per la veglia. Non sono pazzo. Avvicina la mia
sedia alla sua, poi mi fa segno di sedermi. Mi siedo, ma
in punta, arrotolando un bigliettino tra le dita.
Mr Sloane si appoggia allo schienale e si mette una
Nike impolverata sul ginocchio. C' un alone di sudore
sulla sua maglietta. Magari ha fatto jogging qui fuori.
Lei ha figli, Mrs Marino?
Be', no.
Stringe gli occhi. Strano. Pensavo ne avesse. Mio figlio
minore andava a scuola con un Marino.
Martin ha avuto due ragazzi dal matrimonio precedente.
Abe e Theo.
Mr Sloane annuisce. Esatto. Theo Marino.
S.
Strofina i polpastrelli sull'ombra di barba che ha in
viso. Il fatto , Mrs Marino, che noi abbiamo avuto tre
figli. Li conoscer stasera. E sa qual  stata la cosa pi
difficile della gravidanza per Sylvia? Dormire sul
fianco. Non c'era verso. Non so come abbia fatto a superare
quei mesi, agitandosi e rigirandosi a quel modo.
Avvilente. Una volta nati i bambini, non le importava
di potersi concedere poche ore di sonno, purch potesse
dormire a pancia in gi. Mi sentivo tremendamente in
colpa ogni volta che la mettevo incinta, costringendola
a quella pena. Povera cara. Riesce a immaginare?
Scuoto la testa.
Mr Sloane appoggia i piedi per terra, si lascia andare
sulla poltrona, guarda fuori dalla finestra. Poi l'anno
scorso si  ammalata di cancro.  stata una santa. Con
un cancro alle ossa, dicono sia come provare il dolore
del parto, ma per mesi e mesi. I medici le davano gli antidolorifici,
ma lei li rifiutava, dicendo che la buttavano
gi. S'interrompe e mi guarda.  eroico, non crede?
Assolutamente.
Annuisce. Sylvia non si lamentava di niente continua,
poi si rivolge a me e solleva un dito. Tranne che
di una cosa. Sa quale?
Il suo sonno?
Sorride. Esatto. In ospedale la facevano dormire di
schiena. L'ultima settimana finalmente acconsent a
prendere gli antidolorifici. Sapeva che era arrivata la
fine. Mi disse "Richard, sono pronta".  stato il suo
modo di dire addio. "Sono pronta". Si sporge di nuovo
in avanti, fissando per terra. La sua voce si affievolisce.
Continuava a parlare, per. Questo era sorprendente.
Diceva "La pancia. La mia pancia". E si muoveva da una
parte all'altra. Scuote le spalle, un paziente imprigionato
a letto.
Non voleva stare sulla schiena dico.
Fa segno di s con la testa. Anche quando non sapeva
nient'altro, di questo era consapevole.
Mr Sloane punta su di me due occhi speranzosi.
Quindi dobbiamo seppellirla a pancia in gi concludo.
Sorride, arrossisce, poi lascia cadere la testa e si porta
le mani al volto. Mi allungo verso il tavolino in mezzo
a noi e gli avvicino la scatola di Kleenex. Non mi piace
lasciar sole le persone mentre piangono, cos resto
seduta, osservando il profilo di Mr Sloane. Penso che
dovr chiedere a Bennet di girare il corpo. Penso a quanto
quest'uomo abbia amato sua moglie. E penso a cosa
farei, se dovessi scegliere tra avere dei figli e morire a
sessant'anni o vivere pi a lungo e in salute ma senza
mai avere figli.  stupido porsi domande del genere. Martin
direbbe che sono matta. Ma so cosa sceglierei.
Quando Mr Sloane se ne va, salgo in ufficio. Il computer
ronza ancora, ma lo schermo  in standby e un
ampio anello di panna si  depositato sulla superficie
del mio caff. Sul desktop ci sono due cataloghi: uno
 di York, da cui mi rifornisco per registri, urne e cartoline
di preghiera; l'altro contiene i dettagli di una linea
di feretri di metallo che stiamo prendendo in considerazione
tramite Messenger. Le cremazioni sono
sempre pi richieste e sono alle prese con l'inventario
delle urne. I venditori mandano email da giorni per sollecitare
una decisione, dunque apro il catalogo di York
e inizio a valutarlo. Mi servono due nuovi modelli di
urna per animali domestici, uno per veterani, uno per
bambini e un paio con le ghirlande in rilievo, che i vedovi
invariabilmente scelgono per le loro mogli.
A quanto pare, non riesco a concentrarmi su nessuno
di essi, cos il suono dell'interfono di Rita mi distrae
e mi solleva. Shelley?  una donna con un forte
accento, dice di chiamarsi Mai.
Alzo la cornetta. Mai? Avr dimenticato il portafogli?
Ciao dice. Mi sembra che ti piaccia cucinare.
Be', s.
Sento il tintinnio del registratore di cassa. Carta o
bancomat? chiede. Poi Che ne diresti di darmi una
mano a cucinare, qualche volta? Ti insegno a preparare
piatti vietnamiti per il tuo bambino.
Il mio bambino? Nessuno l'ha mai chiamato il mio
bambino. L'ufficio adozioni lo chiama l'abbinamento.
Mia madre e mia sorella lo chiamano il
bambino vietnamita. Martin non lo chiama affatto.
Dunque, il mio bambino? Queste parole, da una donna
che conosco appena, suonano come la prima conferma
della possibilit che io diventi sua madre.
Certo rispondo. Un'ondata di felicit mi travolge,
potente e inaffidabile come una scarica di adrenalina.
Quando? Voglio prolungarla.
Che ne dici di domani? Il venerd faccio un piatto
che si chiama bun thang. Noodle con vari tipi di carne
e verdura. Davvero un gran lavoro. Sei libera?
A che ora? L'agenda  sulla scrivania ma non
controllo.
Bisogna iniziare alle sette del mattino. Forse 
troppo presto per te.
No. Alle sette. Va bene.
Dopo aver riattaccato, apro l'agenda, gi architettando
il modo per spostare gli impegni di venerd. Ma
sono fortunata. Sono davvero libera. Poi, prima di dimenticarmene
del tutto, scrivo che devo andare a
prendere mia nipote. Quindi chiamo Bennet per dirgli
che dovr mettere il corpo a pancia in gi.
Alle cinque meno venti, sto infilando la giacca per la
veglia Sloane quando bussano alla porta. Shelley?
Martin apre la porta titubante, affacciandosi nella
stanza. Un tempo - la settimana scorsa - sarebbe filato
dritto dentro. La nostra unione perde terreno. Disimpariamo
qualcosa l'uno dell'altra giorno dopo giorno.
Ciao. Mi abbottono la giacca e con un certo imbarazzo
do una scrollata ai capelli, afflosciati dal caldo.
La breve gioia provocata dalla conversazione con Mai
si  dissolta, com'era prevedibile, nella tesa incertezza
che colora la mia vita in questo periodo. Vado alla porta
e la apro completamente.
Martin  l, il mento basso, gli occhi puntati sui miei.
La sua espressione  fredda ma non ostile. Mr Sloane
mi ha detto che l'hai aiutato a uscire da un incubo,
oggi pomeriggio.
Scuoto la mano. Mi sono limitata ad ascoltare.
Tuttavia sono contenta di essere di nuovo una brava
professionista. Martin sorride. Malgrado quello che 
successo, non dimentico che  un uomo generoso. Il
giorno in cui scoprii che mia sorella Lindi aspettava il
terzo figlio, Martin mi trov in giardino mentre cercavo
di piantare otto dozzine di bulbi in un'aiuola di tulipani
grande come una vasca da bagno.
Ehi mi disse. Lindi aveva chiamato per avvisarlo
che sapevo.
Martellavo la terra con la mia paletta. Sono cos
stanca di commiserarmi.
Martin prese la mia mano, i guanti e tutto il resto,
mi tir su, poi mi abbracci. Va tutto bene sussurr,
accarezzandomi i capelli.
Non va affatto bene. Mi staccai da lui. Avrei sempre
provato quel senso di desolazione? Non va bene
niente! avevo urlato. Ammettilo, almeno.
Martin sussult. Abbass le braccia e il suo sguardo
si pos su di me con l'espressione disperata di chi
vede annegare la persona amata. Poi chiuse gli occhi
e, quando li riapr, disse l'unica cosa che volevo sentirmi
dire. Shelley sospir adottiamo un bambino.
Un marito pu riuscire a sorprenderti, anche dopo
tanti anni. E tu puoi sorprenderti di quanto  profondo
l'amore che provi per lui. Adesso, senza pensarci, faccio
scivolare la mano dietro al suo collo e lo tiro dentro
l'ufficio, mi spingo contro di lui fin quando col
corpo non chiude la porta, per ricordargli che sono sua
moglie. Non ci sfioriamo da giorni. Odora di detersivo
e sudore. Mi tiene stretta. E poi, di colpo a disagio, ci
lasciamo. Va alla finestra e guarda le auto che riempiono
il parcheggio per le veglie. Prendo cipria e rossetto
dalla scrivania e mi ritocco il trucco. Credo che
entrambi siamo in imbarazzo, ma avverto calore tra di
noi, almeno.
Devo chiederti una cosa dico.
Si volta e mi guarda. Cosa?
In realt, potrei domandargliene mille, di cose, in
questo momento. Attenzioni. Gentilezza. Complicit.
E, quanto tempo  che non facciamo l'amore? Ma
gliene chieder una soltanto. Stasera, puoi guardare
le foto del bambino?
Sono sorpresa del tempo che impiega a collegare
foto del bambino con quel bambino e, quando infine
ci riesce, il suo corpo si curva. Si frega energicamente
la guancia come se avesse freddo e poi sospira. Dopo
cena? Pu andar bene?
Annuisco, probabilmente con troppo entusiasmo.
Siamo due persone, ognuna sulla sua isola deserta. Ma
per la prima volta, dopo giorni e giorni, ci stiamo
scambiando dei segnali. Stasera va benissimo gli rispondo.
Sorride, ma il suo sguardo  triste. Poi mi saluta distratto,
come se avessimo discusso del piano ferie o
roba simile, e sparisce.
Gi al parcheggio, le macchine cominciano ad arrivare.
Rita  in fondo alla scalinata, ad accogliere le persone.
Un attimo dopo, dietro di lei compare Martin, e
si fa avanti per stringere la mano a qualcuno.
Dopo cena, riponiamo gli avanzi dei germogli di
bamb saltati e ci accingiamo a parlare al tavolo della
cucina. Cerco di essere ottimista. Questo tavolo ricorda
bei momenti della nostra vita insieme. Lo trovammo da
un antiquario vicino ad Asheville pochi mesi dopo il
nostro matrimonio.  di frmica gialla, con fregi bianchi
lungo la superficie, accompagnato da quattro sedie
gialle ammaccate. Nella stessa bottega, Martin scov
un'edizione del 1962 di The Joy Of Cooking e sulla
strada verso casa decidemmo di preparare tutti i dolci
descritti in quel libro. Ci volle un anno, ma li provammo
quasi tutti. Quarantasette torte. Torta del sole.
Torta tutti-frutti. Torta allo zucchero tostato. Torta
alle spezie. Ogni volta che guardo questo tavolo penso
Quante torte! In parte  per questo che sono ingrassata
di otto chili, da quando mi sono sposata. All'inizio
di un amore, non te ne importa niente. E poi?
Be', ci sono momenti in cui le torte offrono consolazioni
che un marito non sa dare.
Martin ha preparato il t e ha riempito due tazze.
Spingo la teiera e le tazze ai bordi del tavolo, lontano
dalla mia cartella di documenti. Non voglio che qualcosa
goccioli sulle foto del mio bambino.
La disponibilit di Martin a guardare dimostra apertura,
seppur lieve. Passa un dito sopra la cartella e questa
semplice volont di toccarla mi fa sperare che un
giorno sar entusiasta. Quando  arrivata? mi
chiede. Sta solo facendo conversazione, ma non mi va
di confessargli quanto tempo ho aspettato prima di
mostrargliela.
Da pochi giorni. Nove. Che differenza fa, dopotutto?
Sfoglio i documenti: certificati di vaccinazione, certificati
medici, certificato di abbandono. Ho le fotocopie
degli originali in vietnamita e la traduzione di
ogni pagina in inglese. Le foto del bambino sono in
una busta manila. Una scritta in stampatello sul retro
riporta Fotografie: Nguyen Hai Au. Scorro la scritta
con il dito, la mostro a Martin.  il suo nome gli
dico. Chiunque abbia abbandonato il bambino, ha
avuto cura di mettere un pezzo di carta tra i suoi vestiti
con sopra il nome, Hai Au. Nguyen, secondo Carolyn
Burns,  talmente comune in quel Paese che
equivale a dire John Doe da noi.
Martin alza un sopracciglio, annuisce con interesse,
come se gli avessi mostrato una strabiliante riproduzione
di una calligrafia nell'ultimo numero di Discover.
Aggiungo Non so ancora come si pronuncia.
Vediamo le foto. Il suo mento indica la busta.
Prendere le foto e porgergliele  pi difficile di
quanto credessi. Ce ne sono solo due; una che lo ritrae
appena nato e un'altra, scattata un anno dopo, di lui
che si aggrappa alle sbarre di un lettino. Le ho guardate
solo tre, forse quattro volte, ansiosa di non banalizzare
quell'esperienza, temendo che, come per le foto di Sonya,
il troppo guardare potesse portare sfortuna. Martin
prende la prima foto da un angolo, si aggiusta gli
occhiali, come per vedere meglio. Non riesco a decifrare
la sua espressione. Io ho pianto, la prima volta che
le ho viste. Ma sarebbe sperare troppo, per ora, cos mi
limito a osservarlo. Martin scruta il mio piccolino
sdraiato su una stuoia. Le braccia del bimbo si staccano
leggermente dal corpo. La testa  adagiata su un cuscinetto
blu. Sembra confuso ma curioso. Ha solo poche
settimane, ancora cos vicino al grembo, ma gi
strappato a esso due volte - la prima, alla nascita, la seconda,
quando lei, chiunque fosse, lo abbandon. Con
poche occhiate, ho imparato a riconoscere la lanugine
dei suoi capelli, la curva dei piedi, i suoi occhi, scuri
come mirtilli, che mi fissano. Vorrei essere l'aria che
soffia leggera sulla sua guancia.
Martin guarda la foto.  carino dice. Molto carino.
Dopo aver scorso le foto, i moduli ufficiali, e i documenti
da compilare e firmare, indugiamo a tavola, il
contenuto della pratica sparpagliato davanti a noi
come la mappa di un'avventura che lui esita a intraprendere.
Martin sfoglia distrattamente il manuale
informativo dell'ufficio adozioni. Sto in piedi dietro di
lui, frugando nella busta dei certificati medici, in cerca
del foglio che attesta che il bambino  risultato positivo
al test per l'anemia, ma non a quello dell'epatite
e dell'AIDS.
Il telefono dell'ufficio squilla e Martin, che stanotte
 di turno, va al banco e risponde. Marino & Sons.
Poi Ciao, Mill.  Millicent Tweedy, la capoinfermiera
del centro medico di New Hanover. Ok, sar l tra
poco.
Chi  morto? domando quando riaggancia.  una
reazione automatica, dopo tutti questi anni. Trovo il referto
medico del bambino e lo porgo a Martin.
 in piedi al banco, una mano sulla nuca, l'altra
prende appunti. Da dietro, il suo corpo appare sottile
e pi fragile. Dice Una donna di nome Myra Kapner.
Ebrea. Infarto. Devo informare il rabbino.
Lascia messaggi telefonici per Bennet e Albert, chiedendo
loro di inserire il caso nel programma di domani.
Chiama il rabbino Solomon a casa. Domani 
venerd, dunque dovremo organizzare la sepoltura in
fretta, prima che cominci il Sabbath, al crepuscolo.
Sebbene abbia finito, Martin non torna a tavola. Resta
accanto al telefono, arrotolando e srotolando il
pezzo di carta.
Poso il certificato sul tavolo, davanti alla sua sedia,
poi mi siedo di fronte. Che c'? Voglio sapere.
Martin sospira. Lo capisco dalle spalle. So che sar
difficile per te. Il tipo di cose che si dicono quando si
sta per rendere tutto pi difficile.
Che cosa?
Si volta e torna al tavolo. Lo sguardo sofferente sul
suo viso  una cosa che non avevo mai visto prima.
Non mi  rimasto abbastanza amore da dare a un'altra
persona.
Provo a ridere. L'amore genera amore dico.
Scuote la testa. D'accordo, non amore. Preoccupazione.
Cosa significa essere genitori se non amore e preoccupazione?
Mi sento come se un grosso vaso di vetro mi si sfracellasse
sul cranio. Stai cercando di comunicarmi
qualche novit?
Le sue dita si trascinano tra le carte sul tavolo. Non
credo di potermi occupare di un bambino, Shelley. Ci
ho pensato molto.
Mi stai dicendo che non vuoi pi nessun bambino?
Si guarda le mani. So quanto ti costa aggiunge. Ci
stavo provando sul serio, lo sai.
Provando a fare cosa? gli chiedo, costringendolo a
guardarmi. Provando a prendere in giro tua moglie?
A questo punto Martin sembra uno dei nostri clienti,
quando hanno perso da poco una persona amata. I loro
occhi sono sperduti, disorientati, vagano a destra e sinistra,
come se cercassero una verit migliore sul muro,
all'ingresso, o sulle ombre vacue delle loro mani. I familiari
di Myra Kapner probabilmente hanno questo
aspetto mentre camminano desolati dalla clinica verso
il parcheggio. Una cosa  sapere, razionalmente, che
qualcuno  morto. Un'altra  riuscire a crederci.
Lascio Martin in cucina, gli occhi sul tavolo, in
cerca di ci che lui ha perduto: la nostra vecchia, comoda
vita senza figli, immutata e immutabile. Mio
marito  diventato di pastafrolla. Cosa avrei fatto,
molte settimane fa, quando rinunciai a Sonya, se avessi
saputo che il tormento di Martin ci avrebbe portati a
questo? Sarei salita su quell'aereo lasciandolo qui a
badare a se stesso? Vado in camera e mi metto a letto, mi
raggomitolo sotto le coperte e guardo fuori dalla finestra
la magnolia che piantai l'anno in cui mi trasferii
qui. Nel buio, le foglie larghe e dure si sporgono verso
il cielo come scafi di piccole barche. Immagino di essere
sott'acqua, a osservare un'intera regata che mi
passa sopra la testa, nuotatori, orde di gente, marinai
con muscoli e abbronzatura dorata. Capita a tutti di
sentirsi cos, come se la vita degli altri fosse pi felice
della nostra?
Qualcuno una volta mi disse che la gente rivela l'essenziale
di s gi al primo incontro. Il problema, ovviamente,
 che non  facile distinguere i dettagli significativi
da quelli trascurabili. Anche Martin rivel
tutto, ma mi ci sono voluti tutti questi anni per capire
quali dettagli contassero.
Facevo l'educatrice al Campeggio estivo Merry Acres
e i bambini di Martin erano nostri ospiti. Ogni marted
e gioved pomeriggio tutto il gruppo andava in
spiaggia. In quei giorni, Martin si presentava nel primo
pomeriggio, e per le due ore successive guardava i suoi
figli nuotare. All'inizio lo ritenevo vecchio (aveva trentadue
anni, io solo venti), solitario e goffo, con quella
sua camicia a maniche lunghe e le scarpe lucide. Perch
trascorreva i pomeriggi in quell'inutile e faticosa
attivit? Era cos impacciato mentre si trascinava tra le
dune e si sedeva sopra quello che sembrava un asciugamano
per gli ospiti. Spesso portava un vecchio cappello
verde da baseball e lo usava per sventolarsi. Altre
volte, teneva un giornale aperto sulla testa: sembrava
un campeggiatore grande e grosso sotto una tenda minuscola.
Ogni tanto, per il sudore, gli scivolavano gli
occhiali dal naso, lui li toglieva e poi strizzava gli occhi
verso l'acqua scintillante, come uno che non sa
bene cos'ha di fronte. Sembrava a disagio, ma determinato
a restare. Mi annoiavo in fretta con gli altri
educatori, cos un giorno gli rivolsi la parola.
Abe e Theo avevano sette e sei anni, allora. Erano in
acqua fino alla vita, cantavano a squarciagola e si dimenavano
in una specie di danza sfrenata.
L'acqua era calma come quella di una vasca da bagno.
Abe fece qualche passo verso l'acqua pi alta ed
esegu un'abile capriola. Theo si tapp il naso con le
dita, si abbass e spinse la testa sotto la superficie.
Scomparve per un attimo, poi un piede teso spunt dall'acqua
e l'altro sgusci di lato, ricadendo subito. Infine
riemerse con la testa sputacchiando. Non male gli
aveva urlato Martin. Provaci ancora.
Theo fece un altro tentativo, con scarsi risultati.
Ha dei figli meravigliosi commentai. Sapevo che
aveva divorziato e mi faceva un po' pena, solo con i
bambini. La sua ex moglie si era trasferita in Florida,
cos tutta la responsabilit ricadeva su di lui. I suoi ragazzi
erano splendidi, per, e mi parve giusto dirglielo.
Martin si gir verso di me. La sua espressione mi rivel
che lo sapeva gi. Trova anche lei? mi chiese,
senza alcuna traccia di autocommiserazione. Visto da
vicino, sembrava divertito e abbastanza contento. La
sua pelle era piuttosto liscia per essere quella di un padre,
e aveva grandi occhi color caff che adesso erano
posati su di me. Ero appena tornata dalla Scozia, dove
avevo frequentato il terzo anno di universit, e mi ero
ripromessa, tra le altre cose, di smettere di odiare il mio
corpo.  imbarazzante, in ogni caso, stare di fronte a
un estraneo con indosso soltanto un costume da bagno.
Nascosi le dita dei piedi sotto la sabbia rovente e
portai una mano all'orecchio, in modo da coprire un
seno. Abe strill Pap! e Martin distolse gli occhi.
Seguii la traiettoria del suo sguardo fino all'acqua e
osservai i bambini. Sarebbe stato il momento giusto per
andarmene, ma non lo feci. Volevo che mi guardasse
ancora.
Martin si sdrai, reggendosi sui gomiti. I suoi occhi
rimasero sui ragazzi, ma mi chiese Quali spiagge conosce?
Un modo piuttosto bizzarro per intavolare una conversazione,
ma avevo voglia di rispondergli. Mi sedetti
a pochi metri da lui. Per un po' la sabbia mi bruci le
gambe. Myrtle Beach, ovviamente risposi. Sono
stata agli Outer Banks. A Biloxi. Queste per quanto riguarda
il nostro Paese. Ho vissuto in Scozia per un
anno. Sono stata in una citt di nome Arbroath, sulla
costa.
Adesso mi guardava con maggiore interesse. Una giramondo,
dunque comment, con un velo di ammirazione
nella voce.
Non saprei dissi, ma in cuor mio ero lusingata.
Qual  la sua spiaggia preferita?
Il mio sguardo segu la duna dorata fino all'acqua.
La spiaggia aveva le curve morbide di un corpo steso
languidamente al sole. Questo posto non ha nulla da
invidiare agli altri risposi.  cos ampio, e la sabbia
talmente fine. Amo i colori del nostro oceano.
In acqua, i bambini si rincorrevano in circolo,
allontanandosi dalla riva. Theo! Abe! Venite qua li richiam
il padre, con tono disinvolto ma leggermente
incalzante. Mi resi conto che veniva qui per vigilare
sulla loro sicurezza e, sebbene la cosa mi provocasse
una punta di fastidio - era il mio compito, dopotutto
- la sua ansia paterna nei confronti dei bambini mi intener.
Abe si lanci in un maldestro stile libero fino
alla spiaggia. Theo lo seguiva nuotando a cagnolino.
Quando furono a una distanza ragionevolmente sicura,
mi guard di nuovo. Cos la sua preferita  la spiaggia
di Wrightsville?
Non sembrava sorpreso o sprezzante, solo curioso.
Presi una manciata di sabbia e m'impanai le gambe.
Chiss perch, ma parlandone con uno sconosciuto, i
miei mesi in Scozia si trasformavano davvero in un'avventura.
Il suo interesse nei miei confronti mi rendeva
interessante anche ai miei occhi. Non direi gli risposi.
Credo che la mia preferita sia quella spiaggia in
Scozia. Arbroath. Un fine settimana, quando il mio
soggiorno a Edimburgo era agli sgoccioli, salii su un autobus
per Arbroath e presi una stanza in un piccolo Bed
& Breakfast sul Mare del Nord. La stanza non aveva
neanche la finestra. Appena vi misi piede, scoppi un
temporale e cos passai il pomeriggio rannicchiata a
letto a leggere Noi e il nostro grasso: un manuale di self-
help contro il grasso e contro le diete, il libro che cambi
la mia vita, quell'anno. Qualche ora dopo feci una
corsa sotto la pioggia e comprai fish Se chips in un chiosco
sull'altro lato della strada. Per due giorni interi assaporai
l'euforia di trovarmi l da sola. Sebbene fossi in
Scozia gi da sette mesi, il mio anno di studi all'estero
era stato pianificato nei dettagli da un gruppo di
docenti americani. Quel fine settimana segn il mio
primo, incerto esperimento di viaggio solitario. Era
stato Simon a darmi l'idea, un compagno del corso di
letteratura russa che aveva viaggiato in Africa ed Europa
portando con s solo il passaporto, qualche centinaio
di sterline e uno zaino non pi grande di un cuscino.
Io e Simon avevamo affrontato insieme i giorni pi rigidi
di marzo, nudi sotto il suo copriletto indiano a fumare
erba. Con le cantilene cadenzate della musica sufi
in sottofondo, Simon mi parl dell'hashish di Marrakesh,
dell'hashish di Atene, dell'hashish di Nizza. I racconti
di Simon, combinati all'erba, alla musica sufi e
alla sua barbetta a punta rendevano quella stanza di
dormitorio il luogo pi esotico che avessi mai visitato.
Sul finire di marzo, quando le cime dei crochi purpurei
cominciarono finalmente a spuntare nei giardini
fangosi intorno a Charlotte Square, mi stufai di Simon.
Per essere un uomo di mondo, era piuttosto provinciale
in materia di sesso, e scoprii di non poter reggere racconti
di droga per pi di un mese. Dopodich lo mollai,
ma non smisi di fantasticare su Marrakesh, Calcutta,
Nizza. Quando decisi di andare ad Arbroath, lo
considerai una prova generale per la mia vera avventura.
Dopo la laurea, avrei lavorato e messo i soldi da
parte, poi sarei partita. Seguendo l'ispirazione del momento,
fin quando i soldi fossero bastati, con uno
zaino grande quanto un cuscino. Questo viaggio
avrebbe segnato il confine tra la mia giovinezza e il resto
della mia vita.
Martin si tolse il cappello e si fece aria. I suoi capelli,
scuri e spessi, erano schiacciati sulla testa e formavano
dei piccoli anelli sudati intorno alle orecchie. Non era
affatto vecchio, in realt, per essere un padre.
Arbroath disse, sentendosi la parola in bocca. Parlamene.
Vidi per la prima volta la spiaggia di Arbroath il
giorno dopo il temporale. Non era bella ricordai.
Era stretta e rocciosa e cos fredda che nessuno vi nuotava.
Ma l'oceano sembrava uscito da un film. Onde
alte e violente. Quella era acqua dove si pu annegare.
Controllava i ragazzi e, anche se avrei voluto che mi
guardasse, non dubitavo che mi stesse ascoltando. Socchiuse
gli occhi, in direzione dell'oceano, riparandoseli
con il cappello. Le piaceva?
Be', s. Mi piacciono gli scenari drammatici. Ma
c'era di pi. Non l'avevo mai raccontato a nessuno.
E a chi avrei dovuto raccontarlo? Mia madre aveva mostrato
il suo interesse verso la Scozia trascorrendo un
pomeriggio sul divano a sfogliare gli album di foto, facendo
domande tipo Era bello? o Ti  piaciuto?
Mia sorella Lindi, che aveva passato un anno in Spagna,
reagiva a ogni mia descrizione dicendo Eh, s. 
successo anche a me. Dopo una settimana a casa,
smisi del tutto di parlare della Scozia.
Strano come si riesca a rivelare a estranei cose che
non abbiamo mai pensato di dire ai nostri cari. Con
quel pap che mi ascoltava, continuai a raccontare.
Tra la strada e la spiaggia c'era un argine ricoperto di
graffiti. Avevo l'impressione di leggere il diario segreto
di qualcuno. Una scritta diceva "La povera Misty 
morta qui. Signore, prendila con te nel paradiso dei
cuccioli".
Le mie parole suonarono talmente stupide che m'interruppi,
ma lui sorrideva, come se trovasse interessante
perfino Misty. Ripresi. Era tutto cos intimo. Un
intero brano sembrava scritto in arabo. Un altro diceva
"Qual  il problema? Qual  il problema?" e ancora
"Julia, ti prego, perdonami!" Devo aver camminato per
chilometri, leggendo quella roba.  stato stranissimo.
Il biglietto dell'autobus valeva quattro ore, e gran parte
del tempo la passai dando le spalle all'oceano.
Martin disse C' tutta una storia l.
Dove?
"Julia, ti prego, perdonami".
Annuii, di colpo euforica. La sua curiosit per la mia
vita era irresistibile, affascinante.
In quel momento, dal bagnasciuga Theo url Pap,
guardami! Martin mi rivolse un'occhiata furtiva, quasi
per assicurarsi che non me ne sarei andata, poi, tornando
a suo figlio, il suo viso si illumin del pi raggiante
dei sorrisi. Attraverso gli anni, ho sempre pensato
a quel sorriso come il momento in cui mi innamorai
di lui. Credevo di aver incamerato le informazioni
pi salienti che lo riguardavano - era attraente,
curioso, interessante, gentile, e un padre attento. Ma non
mi ero concentrata su un particolare altrettanto rivelatore:
nessun altro genitore sentiva la necessit di rimanere
in spiaggia a tener d'occhio i propri figli. L'ansia
che dimostr quel giorno  cresciuta negli anni, e adesso lo sta distruggendo.
...
.
...
CAPITOLO 6.
...
.
...
Xuan Mai.
...
.
...
Cucinare  un atto violento. Affondo la lama
nella carne dei polli, rompo uova, sminuzzo
bellissime verdure. Distruggo, poi ri-creo. A ripetizione.
 la cosa pi utile che faccio nella vita, nutrire
la gente. Immagino mia sorella, i miei parenti, i
miei amici d'infanzia da soli, nelle loro cucine dall'altra
parte del mondo, che affettano, sbattono e friggono,
preparano da mangiare per altre persone, proprio
come me. Anche se solo nella mia mente, cucinare mi
lega a loro.  un evento solitario e prezioso, per me, cos
mi stupisco di aver invitato qualcuno a condividerlo.
Ma dopo tutti questi anni, credo di essere pronta per
qualcosa di nuovo.
Pochi minuti prima delle sette, posteggio il furgone
davanti all'ingresso. La pioggia cade torrenziale, provo
a saltare dal furgone alla porta ma m'infradicio comunque.
Una volta dentro, mi tolgo l'impermeabile bagnato,
accendo le luci, poi la ventola. In giornate come
questa,  tutto quello che posso fare per impedire che i
muri grondino umidit. Il mio orologio segna le 6 e 54.
Quello da parete sopra lo scaffale dei noodle, le 6 e 59.
A parte il mio furgone, fuori c' solo un'auto verde in
fondo al parcheggio. Magari non si far viva, e sarebbe
un sollievo. Non so se abbiamo altro di cui parlare. Quelle
poche conversazioni potrebbero essere state un caso.
Da quando vivo in questo Paese non ho mai parlato davvero
con nessuno. Nemmeno quando vivevo con Khoi
a San Francisco parlavamo molto, o se ci provavamo, non
ne veniva fuori nulla e alla fine lasciavamo perdere. Non
parlo neanche qui a Wilmington. Naturalmente comunico
con Marcy, Gladys, i miei clienti, i fornitori, ma
sono scambi di informazioni, niente a che vedere con
ci che facevo ad Hanoi con Lan, i miei genitori e i miei
amici. Nelle sere d'inverno, Lan e io ci sdraiavamo sotto
le coperte, troppo infreddolite per stare sedute a leggere
ma troppo sveglie per dormire. Allora chiacchieravamo,
seriamente ma in modo distratto, a volte prestando
attenzione, altre no. Non importava l'argomento; starcene
l a bisbigliare al buio dava un conforto di cui non
sapevo nemmeno di aver bisogno. Soltanto a distanza
di molti anni, in effetti, osservando Marcy e Gladys nelle
loro giornate migliori, mi sono resa conto di quanto
mi mancassero quelle conversazioni senza scopo.
Colpetti sul vetro, mi giro. Shelley, infagottata in un
impermeabile giallo, sbircia dalla porta. Con tutti quei
capelli nascosti tra le pieghe del cappuccio, il suo viso
appare spaventato e malinconico. Mi saluta triste.
Dove hai parcheggiato? le chiedo mentre la faccio
entrare. Vedo solo il mio furgone e l'automobile verde
laggi.
Si toglie la giacca, liberando i capelli in una cascata
di gocce di pioggia. Quella  la mia Honda dice, indicando
la macchina verde. Si scosta due riccioli bagnati
dal viso, tiene in mano l'impermeabile gocciolante,
senza sapere bene cosa farne.
Lo prendo e l'appendo all'attaccapanni accanto al
mio, altrettanto bagnato. Come mai hai parcheggiato
cos lontano?
Si aggiusta la camicia. Guardavo il cielo risponde.
Fuori il cielo  grigio. Come il marciapiede. Grigio.
Sembra che stia per mettersi a piangere. Sei sicura di
essere dell'umore giusto? le domando.
Certo.
In cucina, riempio il bollitore elettrico e attacco la
spina mentre Shelley gironzola, curiosando. Non c'
molto da vedere. La stanza  un annesso all'edificio originario,
un casotto dal tetto di metallo. Tutte le sere,
prima di tornare a casa, impiego quasi un'ora a scrostare
resti di cibo dalle stoviglie, a togliere l'unto dai
banconi, a spazzare pezzetti di broccoli crudi e bucce
di cipolla. L'ufficio di igiene mi ha dato una valutazione
pari al 99,5 per cento. Avrei meritato 100, ma l'illuminazione
principale  troppo distante dalle cucine
e il proprietario dell'edificio non vuole saperne di spostarla.
Ecco un'altra cosa che si rifiuta di fare: sostituire
il tetto. In giornate come oggi, la pioggia si abbatte
come una valanga di pietre sopra la testa. Devo quasi
urlare. Ho solo caff vietnamita dico, prendendo da
un cassetto due filtri da caff di metallo che si incastrano
ai bordi dei bicchieri. Non ho macchine tipo
Mr Coffee.
Va benissimo Shelley si frega le mani per scaldarsi.
Sono le 7 e 06. Ci laviamo le mani e mettiamo le cuffie
di plastica. I capelli di Shelley riempiono la sua
come gommapiuma in un cuscino. Apro lo sportello di
un frigorifero e prendo una salsiccia di maiale cotto al
vapore.  grande quanto un filone di pane, prodotta a
Westminster, in California, ma preparata alla vietnamita,
avvolta in un sottile strato di foglie di banano per
mantenerla fresca e umida. Srotolo le foglie, lasciando
disperdere il sentore di banana e scoprendo la carne
rosa pallido. Devi tagliarla molto fine le spiego.
Prendo un coltello da un cassetto e le do una dimostrazione
su un tagliere, affetto qualche rondella di salsiccia,
poi le metto una sull'altra e le taglio a met, pi
e pi volte, fin quando non ottengo una pila di pezzi
sottili come fiammiferi.
Impugna il coltello e si mette al lavoro. Tiro fuori dal
frigo un sacchetto di germogli di soia e li porto nel lavandino
per lavarli. Io e Shelley stiamo a pochi metri
di distanza, alle estremit del bancone. Chi ti ha insegnato
a cucinare? mi chiede.
Mia madre le rispondo, vergognandomi un po'. Non
sar mai una cuoca alla sua altezza, in grado di capire,
intuitivamente, che abbrustolire un peperoncino sulla
fiamma dar al brodo il giusto tocco di affumicato,
o che rosolare un pollo impedisce che si asciughi troppo
durante la cottura. Non ho mai inventato nulla, come
faceva lei. Cerco solo di seguire le sue tecniche e ricordare
le sue ricette. Lei s che potrebbe insegnarti a cucinare
come si deve per tuo figlio.
Guardo Shelley. Ha smesso di tagliare.
Ho detto qualcosa che non va? le domando.
Mio figlio. Ma le parole vengono fuori spezzate. La
voce  rotta e stentata, mi accorgo che sta piangendo.
Tengo gli occhi sui germogli, chiedendomi cosa fare. Ho
visto altre persone piangere in vita mia, certo, ma non
ricordo come mi comportavo in quelle circostanze. Si
perde l'abitudine. Chi ho visto piangere? Mia madre non
piangeva mai. Mio padre pianse quando mor mia madre
e io gli tenni la mano, ma non posso farlo con Shelley.
Khoi non piangeva (piangevo io, e lui faceva quello
che poteva - che non era molto - per consolarmi).
Mia sorella pianse quando suo marito Tan part per la
guerra, ma cerc di essere stoica, in quell'occasione. Poi,
quando lui mor, lei non ci volle accanto. Sono sicura
di aver visto amici in lacrime per la fine di un amore,
o dopo un esame andato male, ma la mia mente gira
a vuoto appena provo a richiamare ci che feci io - sempre
che abbia fatto qualcosa - per aiutarli.
Restiamo a lungo in silenzio. Shelley prende dei fazzoletti
dalla borsa e vi affonda il viso, dimenticandosi
della salsiccia. Scuoto i germogli nel colatoio e li lascio
asciugare, poi comincio con i pancake. Il suono che
emette - un debole singhiozzo ritmico - mi fa venire
in mente l'ultima volta che piansi davanti a B. Fu qualche
giorno prima che Khoi decidesse di lasciare il Vietnam,
e io di non andare con lui. Mio padre sosteneva
che a diciannove anni fossi abbastanza grande da prendere
le mie decisioni da sola e, dopo settimane di tentennamenti,
ero sorprendentemente sicura di aver fatto
la scelta giusta. Eppure piangevo. B non cerc di confortarmi
in modo esplicito, ma non volle al tempo stesso
abbandonarmi a me stessa. Mentre ero sul mio letto
in lacrime, lui si sedette al tavolo a smontare un orologio
rotto e cominci a parlare. Niente di ci che disse
riguardava la mia decisione, e ricordo che, anche tra
i singhiozzi, capii esattamente cosa stava cercando di
fare. Raccontava della sua adolescenza, dei suoi genitori,
di mia madre, di un uomo al circolo dei reduci che
ricavava giocattoli da vecchie lattine. Niente di tutto ci
aveva una particolare importanza, ma mi serv.
Mischio un po' di salsa di pesce alle uova e sbatto il
composto finch il rosso e l'albume si amalgamano. Poi
verso il primo pancake nella padella e inizio a parlare.
Nella cucina vietnamita, devi pensare a tutto. Non
solo al gusto. Devi pensare all'effetto d'insieme quando
il cibo  sul piatto. All'odore. Devi accostare consistenze
diverse. Per esempio, uova soffici con germogli croccanti.
Il colore rosso con il colore verde. Dolce e salato.
Ci vuole contrasto.
Vorrei tanto non sembrare un'idiota quando parlo
inglese ma, una volta cominciato, mi viene abbastanza
semplice andare avanti. Parlo. Friggo. Quando si formano
bolle sulla patina gialla, le buco con una forchetta.
Una fragranza ricca e corposa si diffonde nella
stanza. Parlo di condimenti, tempi di cottura, zucchero.
Parlo di noodle da mettere a bagno, da bollire,
da riscaldare umidi nel microonde per ammorbidirli.
Finisco con i pancake e sguscio un chilo e mezzo di
gamberetti. Discuto dei diversi modi di tagliare la cipolla,
a seconda del piatto per cui servir. Non smetto
pi di parlare. Riempio l'aria di tutto ci che ho imparato
o immaginato sul cibo. E il metodo di mio padre
sembra funzionare. Shelley piange fin quando ne
ha abbastanza, poi smette. Senza dire niente, si alza, si
lava le mani, e si rimette all'opera. Taglia e affetta, trasformando
l'intera salsiccia in minuscoli pezzettini. I
suoi bastoncini sono molto pi regolari di quanto
siano mai stati i miei, una fascina rosa di carne sul
bordo del tagliere. Mi fermo per dire Sei proprio
brava perch ammiro sul serio la sua abilit.
Solleva una mano per scostare la cuffia dalla fronte.
Ha gli occhi rossi e gonfi, ma asciutti, adesso. Mi sorride.
Non conoscevo il trucco del microonde per i
noodle.
Alzo le spalle. L'ho letto su "Iron Chef".
Dall'altro lato del bancone, il caff ha finito di filtrare.
Ho gi messo il latte condensato nei bicchieri e
adesso mescolo. Tieni dico gentilmente mentre le
porgo un bicchiere. Ora sembra calma, ma non pi allegra.
Tutto bene? chiedo.
Annuisce, sgranchisce le sue lunghe gambe.  scura
in volto. Mio marito si  tirato indietro sull'adozione.
Completamente?
Completamente.
Perch?
Beve un sorso di caff, poi spiega  un periodo difficile.
Probabilmente pensa che un bambino gli farebbe
saltare i nervi.
Fa un lavoro difficile commento.
Si spazientisce. Ciascuno ha i suoi problemi ribatte.
Poi, sfregandosi un occhio gonfio col polso, aggiunge
Non riesco pi a essere comprensiva. Sono soltanto
arrabbiata. Continuo a pensare di essere troppo
giovane per rinunciare a essere felice. Le sue parole
sono franche, vengono fuori senza esitazioni, come fossimo
in confidenza da anni.
Abbasso lo sguardo sul caff. Come faccio a parlarle
di dolore e felicit? Se lo aspetterebbe da chiunque? O
se lo aspetta proprio da me?
Prende un altro sorso, quindi chiede Cosa conta
davvero nella vita? Con un lavoro come il mio, finisci
per forza col domandartelo. Voglio dare valore a ci che
potr apprezzare anche alla fine dei miei giorni. Il denaro
non  fondamentale, dopotutto. La posizione sociale
conta molto poco. Contano le cose essenziali.
Conta l'amore. La famiglia. Conta la felicit. Mai, non
credi che ne abbiamo diritto?
Alzo gli occhi. Sostiene il mio sguardo.  un diritto,
la felicit? Era alla felicit che pensava mia madre
quando fugg dal suo villaggio, in pericolo di vita? E
mio padre aveva in mente la felicit quando and a
combattere per la rivoluzione?
A dire il vero, s. Mio padre diceva sempre che avevano
combattuto per le ragioni pi egoistiche - buon
cibo, una vita migliore per s e i propri figli.
Il Partito comunista parlava di Libert e Indipendenza,
ma parlava anche di HPNH phuc. Felicit. La
gente si era battuta anche per la felicit. In tutti questi
anni, l'avevo dimenticato.
Rispondo a Shelley Ne abbiamo diritto e poi, con
sorpresa, aggiungo una verit pi piccola, ma che rivela
qualcosa di me.  da tanto che non penso pi alla felicit.
Shelley sorride. Nonostante tutte quelle lacrime, il
suo viso  raggiante. Aspetta dice alzandosi voglio
farti vedere una cosa. Prende la borsa, appesa allo
schienale della sedia, e tira fuori una busta dalla tasca
laterale. Estrae una foto e me la mostra. Lui  mio figlio.
Non sono sicura di quello che intende. Ha l'aria decisa,
per, mentre mi porge la foto aspettando che io
la prenda. Pulisco la mano sui pantaloni e tengo la foto
dai bordi. La guardiamo insieme. C' un bambino su
una stuoia di rattan sul pavimento. Si intravede un disegno
rosso, e l, dietro le spalle del bimbo, vedo una
parte della scritta che in cinese tradizionale sta per
doppia felicit. Non so leggere il cinese, ma chiunque,
in Vietnam, riconoscerebbe quella parola. Ogni
vietnamita  stato seduto su una stuoia come quella,
con la stessa scritta, le fibre marroni e flessibili che trattengono
un leggero odore di campagna. Ogni bimbo
vietnamita  stato adagiato su una stuoia cos, avvolto
nella trapunta, a fissare madre, padre, fratello, soffitto,
cielo. Felicit, dice. Doppia felicit.
Come si chiama? chiedo.  un bel bambino. Carnagione chiara. Un mucchio di capelli.
Non so pronunciarlo. Volta la foto per mostrarmi
il nome scritto sul retro. Nguyen Hai Au.
Hai Au le dico, scandendo le sillabe: Hai-Oh.
Bel nome. Insolito.  un uccello marino.
Shelley guarda la foto. Hai Au ripete, provando il suono con la sua voce.
Finiamo di cucinare. Shelley affetta lo scalogno e
trita il pollo lesso mentre io scaldo diversi litri di brodo
e dispongo gli ingredienti nel bancone a vapore. Confeziono
un paio di porzioni di bun thang per Shelley,
poi la accompagno alla porta. Sembra rilassata, adesso,
quasi contenta. Avevo dimenticato questo senso di solidariet con un'altra persona.
Quando siamo prossime all'ingresso, Shelley si
blocca. Un uomo con un impermeabile blu  seduto sul
marciapiede, appoggiato alla vetrina. Ha le ginocchia
contro il petto, la testa di lato come fosse svenuto.
Shelley si avvicina al vetro e lo osserva. L'ho visto solo
una volta, anni fa a un funerale, ma sospetto che sia suo marito.
Credi che abbia voglia di noodle? le domando.
Shelley tiene la mano sul vetro. Non credo risponde.
Resta cos a lungo, senza decidersi a uscire.
...
.
...
CAPITOLO 7.
...
.
...
Shelley.
...
.
...
Martin  venuto a piedi fino all'emporio, almeno
tre chilometri di strada. Una bella passeggiata,
in un giorno di sole, tagliando per i
prati di Forest Hills, ma con la pioggia  ridicolo. I jeans
color polvere di Martin sono sporchi di fango, ha le
scarpe che colano e rivoli d'acqua scorrono dal suo impermeabile
sul sedile dell'auto. Un giornale arrotolato
e zuppo spunta dalla tasca della giacca come una specie
di talismano che si  dimostrato inefficace. Lo
sento tremare e mi allungo a spegnere la ventola per
non farlo ammalare. L'aria in macchina  densa, carica
di umidit, come dentro a una nuvola. Fuori, la pioggia
ha ripreso a cadere. Le grondaie straripano e le automobili
scivolano sulle pozze d'acqua con uno whooosh.
Imbocco Country Club Drive, tenendo gli occhi
sulla strada. Ad Hanoi, d'estate, capitano spesso acquazzoni
improvvisi e torrenziali. Saranno cos?
Perch sei venuto a piedi? chiedo, fingendo semplice
curiosit.
Cerco di tenere le cose insieme mi dice, come se
questo spiegasse tutto. Appoggia i gomiti sulle ginocchia,
si sfrega la faccia. Stanotte, l'ho sentito uscire con
l'auto per fare un ritiro all'ospedale. Non  tornato a
letto, suppongo sia stato sveglio tutta la notte. Questo
spiega perch non  andato al lavoro, ma perch camminare
sotto la pioggia? E dove sono i suoi occhiali? Me
li immagino galleggiare sperduti lungo un canale di scolo di Forest Hills Drive, ma potrebbero benissimo giacere
dimenticati sul tavolo della cucina.
Voglio solo spiegarti cosa intendevo l'altra sera. La
sua voce  pericolante, quasi fosse tenuta insieme da
saliva e nastro adesivo.
Le tue "spiegazioni" si concluderanno con te che rifiuti
di adottare il bambino? domando.
Ci sono cose che non ti ho mai detto. Cose che ti
potrebbero aiutare a capire.
Sei ancora deciso a rifiutare quest'adozione?
S.
Non preoccuparti gli dico. Ho sentito gi abbastanza,
davvero. Allungo la mano e gli do un colpetto
sul ginocchio. Raramente ho visto Martin cos sconvolto,
meno che mai a causa mia. Una volta, non troppi anni
fa, mi disse che gli rendevo la vita pi bella, pi lieve,
pi facile da reggere. Non so come si senta adesso, ma
di certo non gli sto rendendo pi facile niente. Per quel
che mi riguarda, provo solo una specie di preoccupazione
distaccata, la stessa che sentirei per chiunque avesse
appena macinato chilometri sotto la pioggia, con scarpe
inadatte e senza ombrello. Per il resto, sono distante.
La decisione di Martin mi ha fatto arroccare sulla
mia. E vedere Mai cucinare e mandare avanti il negozio,
tutta sola - e per giunta in un Paese straniero - mi
ha aiutato a capire quali difficolt si possono affrontare.
Se Mai  riuscita a organizzarsi una vita in completa
autonomia, forse posso farcela anch'io.
Si chiama Hai Au dico, provando a pronunciarlo
esattamente come Mai. Il bimbo. Hai Au.  il nome
di un uccello marino.
Martin non d segno di aver sentito. Con la coda dell'occhio,
vedo che si passa una mano tra i capelli bagnati.
Mi arrivano gocce d'acqua sulla guancia. Sono
esaurito dice. Non posso ricominciare da capo. Non
posso sopportare altro dolore. Non riesco nemmeno a
pensare all'eventualit di provare altro dolore.
Sembra sperare che una volta compresi i suoi sentimenti,
cambier idea, ma non dovrebbe chiedermelo.
C' qualcosa di immorale nel chiedere a una persona
di rinunciare a qualcosa di essenziale come avere un figlio.
Domandereste a qualcuno di rinunciare alla salute?
Alla vista? Alla possibilit della gioia?
Shelley, non te ne importa niente, vero?
Pare sia giunta l'ora delle confessioni. Bene, non mi
tirer indietro. Sarei potuta andare a Bratislava. Per
Sonya. La madre era disposta a incontrarmi.
Mi guarda. Che vuoi dire?
Non ci sono andata perch tu avevi bisogno di me,
qui. E poi, siccome non riesco a trattenermi, aggiungo
Ho rinunciato a quella bambina per te. In un
certo senso, non ha pi importanza. In ogni caso, non
vuole un bambino. Ma voglio che sappia comunque.
L'aria ora  talmente umida che si potrebbe pensare
che le pareti della macchina siano porose. Martin dice
Mi dispiace. La sua voce  mite e gentile. Gli credo,
ma non mi basta pi. I miei pensieri tornano ad Hai Au,
l'uccello marino. Spero sia al caldo e all'asciutto, l in
Vietnam.
Per la prima volta, dopo tanto tempo, mi sento leggera,
quasi senza peso, sollevata dal fardello di dover convincere
Martin a seguirmi.
Che sciocca, penso, ci ho messo tanto a capirlo. Sta
a te scegliere gli dico. Io adotter questo bambino. Puoi
farlo con me oppure no.
Non dice niente. Raggiungiamo l'angolo di Market
Street e mi fermo al semaforo rosso. Di fronte a noi, le
auto che passano all'incrocio sono ombre indistinte
nella pioggia. Se non fosse per i fari, sparirebbero del
tutto. Accanto a me, Martin scivola sul sedile, facendo
stridere l'impermeabile contro la tappezzeria umida. Le
sue mani graffiate, pallide e gonfie, restano immobili
sulle ginocchia. Mi fa quasi pena.
Parli come se si trattasse di adottare un cagnolino
dice. Prometti che sarai tu a dargli da mangiare e a
portarlo fuori. Ma per un bambino non funziona cos,
Shelley.
Sottolineare che lui  un genitore e io no spazza via
ogni ombra di comprensione possibile. Forse sta provando
deliberatamente a ferirmi. Nel caso, sarebbe la
prima volta. In tutti gli anni passati insieme, non abbiamo
mai superato certi limiti. Ma era molto tempo
fa, prima di tutto questo.
Un fulmine lampeggia tra le cime degli alberi, un
momento dopo sento il fragore del tuono. La mia voce
ostenta sicurezza, una sicurezza che non sento affatto.
So come funziona con un bambino. E poi mi lancio.
Sto cercando di dire che se non vuoi adottare questo
bambino con me, ti lascio.
Il resto della strada lo facciamo in silenzio. L'aria 
carica di vapore. Ora che l'ho detto, la rabbia  svanita.
Mi sento sollevata, ma anche esausta, come se avessi
assolto un compito sgradevole e necessario. Entro nel
vialetto di casa, fermo la macchina vicino alla porta.
Lascia i vestiti bagnati nella vasca, li metter in lavatrice
gli dico, nel tentativo di aggrapparmi a qualcosa
che alluda alla nostra quotidianit comune.
Martin guarda dritto davanti a s, verso la fila di querce
che fanno la guardia alla nostra propriet. Quando
infine si decide a parlare, la sua voce  tesa nello sforzo
di non perdere il controllo. Quand' che hai smesso
di vedermi come l'uomo che ami per iniziare a considerarmi
uno strumento per avere un bambino?
Gli dico la verit: Mai. Mi guarda, quel volto amato
esprime rabbia e disperazione.  cos difficile credere
che possa amarti e volere anche un bambino? gli
chiedo.
Sta piangendo, adesso, ed  la cosa peggiore alla
quale abbia mai assistito. La tristezza si diffonde nell'abitacolo
come una malattia contagiosa. Fino a stamattina
ero logorata dal desiderio di avere un figlio.
Tuttavia, ora che ho preso la mia decisione provo solo
dolore, e mi rendo conto che questo singolo momento
cambier le nostre vite per sempre.
Tendo la mano verso di lui, ma si scansa. Non  un
dolore che possiamo condividere.
Voglio essere sicura che tutto sia a posto comunico
a Carolyn Burns al telefono. In un modo o nell'altro
avvertivo le esitazioni di Martin, e avevo smesso di tormentare
l'ufficio come al mio solito. Adesso, non ho
pi motivo di trattenermi.
Va tutto a meraviglia risponde.  una risposta professionale,
non emotiva, ma, una volta tanto,  qualcosa
di positivo. Passiamo i venti minuti successivi a fare
il punto su ogni dettaglio: biglietti aerei, prenotazioni
d'albergo, documenti da fare autenticare prima della
partenza. E suo marito non verr con lei, giusto?
Esatto confermo, ed  vero. Abbiamo deciso che
partir da sola. Devo stare attenta a quello che dico
riguardo a Martin. Ci sono due fasi nel procedimento
di adozione, la prima in Vietnam, la seconda, la ri-adozione,
qui negli Stati Uniti. Per come la vedo io, il nome
di Martin pu rimanere sui documenti per il Vietnam.
Poi, potr semplicemente rifiutare l'adozione al mio ritorno.
Non  un problema, vero?
Assolutamente no. Metta in conto di partire entro
un mese.
Un mese? sembra quasi troppo presto.
Dopo aver chiuso con Carolyn Burns, sto infilando
i vestiti di Martin in lavatrice quando suona il telefono.
 mia sorella, Lindi. Devi essere l a mezzogiorno in
punto mi comunica.
L dove?
Sapevo che l'avresti dimenticato. A prendere Keeiy
all'asilo! Sono alla frutta, qui, Shelley. La festa di compleanno
di Keely. Hai presente?
S, certo mento. Abbiamo un funerale ebraico,
oggi pomeriggio mi giustifico. Ho troppe cose per la
testa. Nei primi anni, con questo genere di scuse me
la cavavo sempre, ma adesso non le beve pi nessuno.
Lindi conduce la sua vita come un generale una
campagna militare, e la mia promessa di aiutarla a organizzare
la festa di compleanno di sua figlia equivale
all'impegno preso da un governo in un'operazione
multilaterale. Mi daresti una delusione, Shelley.
Ci penso io prometto.
Chiudo con Lindi e guardo l'orologio. Quasi mezzogiorno.
Il mio figliastro Abe viene da Chapel Hill apposta
per la festa. Se vado a prendere Keely all'asilo potr
occuparsene lui, oggi pomeriggio. Se Lindi non
avesse chiamato, mi sarei completamente dimenticata
di Keely. Ed eccomi qui, in procinto di prendermi
interamente carico di un bambino.
L'acquazzone si  smorzato in una pioggerella mentre
io e Keely torniamo a casa. Abe, grazie a dio,  gi
al tavolo della cucina. La fasciatura al braccio rotto nell'incidente
in moto non gli impedisce di affondare la
forchetta nel recipiente pieno del bun thang di Mai. Da
adolescente Abe soffriva di acne e si odiava. Adesso le
cicatrici sbiadite e la corporatura snella lo fanno sembrare
una rockstar annoiata, sebbene sia timido e non
si renda ancora conto di essere bello. Sorride, quando
vede che ho portato la piccola festeggiata, che si aggrappa
alle sue gambe.
Hai visto tuo padre? gli chiedo, dandogli un bacio
sulla guancia. Metto Keely sul seggiolone.
Abe si protende sui noodle come un amante appassionato.
 di sopra. Non ha un bell'aspetto. Non riesco
a immaginare che cosa possa avergli detto Martin.
Prendo un paio di ciotole dall'armadietto e le poso
sul tavolo, verso il brodo di Mai in un tegame per scaldarlo,
poi metto dei noodle sul vassoietto di Keely.
Abe, devi per forza mangiare dal contenitore? Non
stai scrivendo una tesi sui batteri?
Non di questo tipo.
Gli faccio una smorfia. E devo ancora metterci il
brodo. In realt trovo conforto in questi scambi banali.
La vita va avanti, evidentemente, anche se stai per
divorziare.
Keely si attorciglia i noodle intorno al naso, 'atte
strilla. Le verso del latte.
Siamo seduti tutti e tre a tavola, a mangiare il bun
thang, discutendo del girino che Keely sta allevando all'asilo.
Sento Martin muoversi al piano di sopra, ma
non si presenta fin quando non mi alzo a lavare i piatti.
Fresco di doccia e sbarbato,  riuscito a rientrare nei
panni del coscienzioso direttore di una casa funeraria.
Guarda un po' chi c': la festeggiata! Evidentemente,
 pi lucido di me. Non l'ha dimenticato.
Io due! Keely solleva le braccia in aria, manifestando
l'intenzione di abbracciarlo. Uno schizzo di
latte le disegna due baffetti sul labbro superiore.
Aspetta un attimo le dice. La prende con cura dal
seggiolone e la porta al lavandino, dove le pulisce faccia
e mani con un panno umido. Ora va meglio. Buon
compleanno! esclama. Poi la fa volare. Keely urla.
Abe e io stiamo appoggiati al tavolo a guardarli. In
momenti come questo il desiderio di avere un bambino
mi faceva star male. Adesso sto male anche per Martin.
Stasera c' la festa di Keely gli rammento.
Fa la faccia sorpresa. Davvero? chiede a Keely. A
che ora?
Ora della nanna risponde imbronciata.
Alle sei intervengo. Forse trover una scusa per
non venire.
Abbiamo il funerale di Kapner alle quattro. Arriver
alle sei e mezzo. Rivolge a Keely un magnifico sorriso.
Non lo facevo un cos bravo attore.
Martin d a Keely un bacio sul naso, tocca la spalla
di Abe, poi infila la porta e sparisce. Non mi ha rivolto
un solo sguardo. Do un'occhiata ad Abe. Se n' accorto.
A casa di Lindi e Richard il giardino  coperto di fieno,
che assorbe il fango e contribuisce a creare l'effetto
fattoria, il tema della festa. Ora che le nuvole si sono
dissipate, tra gli alberi filtrano i raggi del sole e una leggera
brezza spira dalla spiaggia, regalandoci forse l'ultima
sera fresca prima dell'estate. Gli ospiti di Keely
corrono qua e l, offrono carote agli agnellini, accarezzano
il vitello, cavalcano il pony. Oltre che di prendere
la festeggiata a scuola, ero incaricata di portarla
alla festa entro le sei meno un quarto. Compiuta la
missione, mi intrattengo al tavolo degli aperitivi con
Abe, Theo e Anna-Sophie, la sua ragazza, a sorseggiare
Martini nei barattoli per la marmellata. Intorno a noi,
i bambini si lanciano all'inseguimento delle galline, i
genitori li seguono a distanza come cowboy attenti a
non spaventare il bestiame. Si parla di vodka.
Anna-Sophie dichiara: Non scelgo certo i liquori in
base alla forma della bottiglia.
Theo, che divide il suo tempo tra i tentativi di diventare
pittore e i tentativi di diventare musicista,
considera Anna-Sophie, che  olandese, estremamente
sofisticata.
Ogni tanto per le arie di superiorit di lei lo rendono
scontroso. Be', a me piace l'Absolut piagnucola.
Abe ridacchia. Dice E a me piace quella bottiglia,
ma sta solo cercando di seminare zizzania.
Individuo Martin dall'altro lato del prato. Si  cambiato,
si  messo una camicia di tela blu, i jeans scoloriti
che usa per le passeggiate in campagna, e un cappello
da cowboy residuo da qualche Halloween. Attraversa
il prato in direzione di Keely, che trotterella su un
pony pezzato. Se mi ha notato, non lo d a vedere.
L'apparizione di Martin in tenuta da cowboy serve a
deviare la conversazione.  arrivato Tex esclama
Theo. Martin solleva Keely dal pony e la tiene in braccio
mentre chiacchiera con un paio di cowboy che non
conosco. Keely gli circonda il collo con le braccia e il
suo sguardo afferma  mio. Anch'io una volta provavo
sensazioni simili.
Lindi mi fa un cenno dalla porta di casa. Infischiandosene
spudoratamente del tema fattoria che
ha scelto per la festa, indossa un tailleur pantalone Lily
Pulitzer rosa e verde, sotto un grembiule con la scritta
Se la mamma  felice, sono tutti felici. Mi scuso con
gli altri e corro da lei. Riesci a convincerli a mangiare?
Ha un tono stizzito.
Certo.
Lindi si passa la mano sul grembiule e si guarda intorno.
Lo chiedo a Richard da un quarto d'ora. Si acciglia,
indicando con un cenno del capo suo marito; di
solito  una persona mite, ma in questo momento incita
il pony alla corsa ragliando come un asino.
Mi aggiro tra i gruppetti, invitando le persone a entrare
e servirsi. Ci so fare con la gente, discreta e diretta
al tempo stesso.  una qualit fondamentale, nel mio
lavoro. Infine mi ritrovo accanto a Martin, che ha lasciato
Keely dai pony, con suo padre. Martin sta parlando
con il nostro contabile, Jim Daltry, e con sua
moglie, Mave. Si mostra affabile e premuroso.  un
uomo gentile, un uomo che chiunque potrebbe amare.
Mi travolge un'ondata di affetto nei suoi confronti.
Possiamo trovare una soluzione, lui e io. Ehi, voi.
Andate a mangiare qualcosa, su. I miei occhi si soffermano
su Martin.
I Daltry sorridono e annuiscono. Martin, senza nemmeno
guardarmi, si gira e se ne va. Ho tanto freddo.
Vorrei un bagno caldo, essere ovunque fuorch qui.
Mave e Jim mi guardano. Dovrebbero essere idioti per
non essersi accorti di niente. Mi accovaccio a osservare
i bambini sparpagliati sui plaid, con la bocca gi piena
di biscotti spalmati di miele. Cosa facciamo con questi
bambini esclamo e, dentro di me, mi dico che
l'anno prossimo a quest'ora anche mio figlio sar qui.
Alle otto e mezzo quasi tutti gli ospiti se ne sono andati.
Keely, con il mento ricoperto di zucchero a velo,
 rannicchiata sotto un tavolo con suo fratello Sauly,
tra di loro una scatola di Lego aperta sul pavimento. Il
loro pap  in veranda, strimpella con la chitarra Sugar
Magnolia insieme a Nathan, il figlio maggiore dai capelli
blu. Mia madre si  fatta dare un passaggio da un
amico di Landfall. Abe, Theo e Anna-Sophie sono partiti
sul furgone scassato di Theo. Mentre il fattore di
Scotts Hill riporta l'agnello nella gabbia, mia sorella
spiega a un cameriere dove sistemare le balle di fieno.
Io lo raccolgo in mucchietti con il rastrello. Non ho visto
Martin andarsene.
Lindi mi raggiunge. Sai cosa mi d fastidio? mi fa,
chinandosi a grattare il fango incrostato sul ricamo dei
suoi pantaloni.
Scuoto la testa, spargendo fieno qua e l. Mi chiedo
che fine abbia fatto Martin, che cosa ci diremo pi
tardi.
Il figliocentrismo.
Cosa?
I genitori che hanno occhi solo per i propri figli. Io
dico "La vostra Alexandra  adorabile, quando si aggrappa
alla sella  davvero irresistibile", e loro dovrebbero rispondere
"Oh be', Keely  cos carina quando corre dietro
alle galline". E invece dicono "S, Alex sembra nata
per andare a cavallo". Come se Keely non esistesse.
Keely  cos carina quando corre dietro alle galline.
Grazie, molto convincente.
Do una rastrellata al fieno, senza riuscire a guardare
Lindi. Dopo un attimo, sento il suo braccio intorno alle
spalle. Che c'?
Detesto rovinarle la serata, ma non riesco nemmeno
a mentire. Le racconto cos' successo. Quando
ho finito, concludo Ho bisogno di questo bambino.
Lindi mi guarda come se le avessi confidato di volermi
amputare un braccio. Non lo conosci nemmeno, questo
bambino mi fa notare. Vuoi rinunciare a Martin
per un bimbo che non hai mai visto?
Voglio essere madre le rispondo. Almeno tu dovresti
capirlo.
Lindi abbassa gli occhi e d un calcio a un cumulo
di sporcizia. Quell'uomo  cos egoista dice, improvvisamente
aspra, neanche il carattere di Martin
creasse problemi da anni.
Non  egoista preciso. Su questo devo essere onesta:
 un uomo buono. Ma ammetterlo non fa che peggiorare
la situazione. L'autocommiserazione mi scivola
dentro come il fango che si insinua tra i residui
sparpagliati di fieno. Ha gi due figli. Non ne vuole
altri. Io sono solo una vicemadre. Mi metto a piangere.
Lindi mi accompagna verso il vialetto. Ci fermiamo
alla cassetta delle lettere. Tengo il capo chino,
per non farmi vedere dai camerieri. Sono come un affamato
le spiego. Non ce la faccio pi. Questo bambino
ha bisogno di me. E io ho bisogno di lui pi di
quanto abbia bisogno di Martin, Lindi.  cos.
Lindi mi abbraccia. Lo so mi sussurra all'orecchio.
Mi tiene stretta. Potrei restare tra le sue braccia almeno
un anno. Dopo un po', le chiedo: Ti ricordi
tutte le mie telefonate? All'inizio, quando ero esasperata
dall'esitazione di Martin, e poi, dopo che ebbe
detto di s, quando continuavo ad abortire?
La mano di Lindi mi accarezza i capelli. Una volta
hai telefonato dal bagno. Avevi la carta igienica insanguinata
in mano. Piangevi cos forte che capivo solo
"Sanguino!" Credevo ti avessero aggredita.
Scoppio a ridere e il mio pianto si smorza. Non lo
sapevo dico contro la sua spalla, inzuppata di lacrime.
Keely strilla. Lindi si stacca da me di colpo per controllare
cosa succede sotto il tavolo, poi vede Keely e
Sauly che si azzuffano per i Lego. Catastrofe dice.
Vado a casa. Mi soffio il naso con un tovagliolo
che ho trovato in tasca. Saluta i ragazzi da parte mia.
Ci vediamo domani.
Mi prende la mano. Va meglio?
Annuisco. Lindi mi tiene stretta la mano per un attimo,
poi si gira e s'incammina verso la veranda.
Tornando a casa, le strade sono deserte. Mi sento
stordita, confusa, e mi viene in mente che stanotte non
ho chiuso occhio.  difficile credere che stamattina abbia
cucinato con Mai, difficile credere che in una singola
giornataccia possano accadere tante cose. La notte
 serena. Qualche stella sfavilla intermittente nei ritagli
bui tra le luci della strada, lanciando segnali che nessuno
di noi pu comprendere. Entro nel vialetto di
casa. L'auto di Martin non c'.
Dopo aver fatto un bagno, chiamo Theo, risponde
Anna-Sophie. Cerchi Martin? chiede. Ha sempre
un tono sospettoso.
Uhm. S.
Una mano copre il microfono, distinguo uno scambio,
seppur camuffato, di frasi concitate. Poi arriva
Theo. Ciao, Shelley.
Theo, posso parlare con tuo padre?
Che cosa vi succede? Raramente l'ho sentito cos
preoccupato. Theo  il buontempone di casa, serafico
e rilassato fino al punto di dimenticare il giorno dei
suoi esami di maturit. Ma queste novit lo innervosiscono,
 chiaro, o forse lo innervosisce il fatto che si
siano insinuate nella sua vita.
Cosa ti ha detto?
Mi ha chiesto se pu passare la notte qui. Il tono
di Theo  accusatorio, come se suo padre avesse infranto
le regole.  lui, non suo padre, quello che ha problemi
con le ragazze. Dimmi cos' successo insiste.
Non  successo niente. Me lo passi, per favore?
No. Non vuole parlarti. Shelley, hai una storia con
qualcuno?
Non posso fare a meno di ridere. Qui non si tratta
di banali tradimenti. Ed  quasi carino che Theo faccia
la parte dell'adulto preoccupato. Certo che no gli
rispondo. Sono anche un po' risentita. Non mi piace
che Theo mi parli come se la ragazzina fossi io. Non sa
stare sei mesi senza spezzare il cuore a qualche sventurata
fanciulla. Non venirmi a parlare di storie e tradimenti,
vorrei dirgli.
Senti, abbiamo litigato. C' di mezzo l'adozione.
Non  una tragedia. Tuo padre pu confermartelo.
Sostiene che volete divorziare.
Ha detto questo? Quando l'ha detto?
Adesso. Dice che sei tu a volerlo. C' un altro,
vero?
No! cerco di dirlo con fermezza ma mi sento
mancare la voce. Ti ripeto che riguarda l'adozione.
Non risponde. Puoi dirgli che vorrei che mi richiamasse?
Ancora silenzio. Theo, non  un problema
tuo, ok?
Ok.
Digli di richiamare.
Subito dopo, telefono a mia madre. Io e Martin dovremmo
andare da lei per il brunch domani, con Lindi,
Richard e i bambini.
Pronto? Dalla voce si direbbe seppellita sotto le coperte.
Certe volte fa le ore piccole a guardare le repliche
dei film su Turner Classics, altre va a letto alle nove
e mezzo.
Mi dispiace di averti svegliato, mamma. Ci sentiamo
domattina.
Ma no, non ero sveglia farfuglia, e poi Insomma,
non dormivo.
Martin non ci sar domani. Volevo solo avvertirti
di questo.
La notizia la sveglia del tutto.  morto qualcuno?
 una sua vecchia battuta, nemmeno troppo divertente
ormai, tuttavia l'apprezzo. Le ci sono voluti anni per accettare
che sua figlia avesse sposato un organizzatore
di funerali. Se qualcuno le chiedeva che lavoro facesse
Martin, lei rispondeva Ha una piccola impresa, sperando
che l'interlocutore lasciasse cadere l il discorso.
Poi suo marito Cai si ammal e Martin divenne la persona
con la quale sfogare il suo dolore. Sarebbe meglio
dire la sua rabbia, sebbene lei non l'avrebbe mai chiamata
cos. Lei e Cai erano sposati solo da due anni. Lui
aveva appena compiuto sessant'anni e lei ne aveva cinquantaquattro.
Andavano a teatro, davano feste, giocavano
a golf. Poi ebbe quell'attacco. Cadde per terra
in cucina poco prima di finire la colazione. Da quel
momento non fu pi in grado di mangiare da solo, di
andare in bagno, di dire una parola. And avanti cos
per dieci anni. Stavo male per lui. Non augurerei a nessuno
una morte come la sua. Ma stavo ancora peggio
per mia madre.
Non  morto nessuno le rispondo. Si tratta di me
e Martin. Ci stiamo separando, a quanto pare.
Che cosa dici?
Naturalmente  uno choc. Ci si aspetta che un disastro
coniugale si annunci in qualche modo, che sia pi simile
a un uragano che a un terremoto. Mia madre non
ha visto il cielo farsi nero. Nemmeno noi. Dicono che
l'arrivo di un bambino possa portare un matrimonio fragile
al punto di rottura. Nel mio caso, non avere un bambino
riesce a rompere un'unione solidissima.
Martin  a casa di Theo. Riesco solo a informarla
sui fatti.
Ah fa lei. Mia madre  capace di esprimere con
una sola sillaba pi di quanto riesca a fare tanta gente
con mille parole. Perch non ho i tappi alle orecchie?
Perch non riesco a zittire il dolore che risuona nella
voce di mia madre?
Shelley?
Adotter comunque il bambino. Potrei partire per
Hanoi gi il mese prossimo.
Non potresti...
No, mamma, non posso devo allontanare la cornetta.
Shelley...
Ti prego!
Quando mia madre spos Cai, si trasfer da lui, a Landfall,
un complesso residenziale esclusivo sulla Intracoastal
Waterway. Una casa a Landfall non costa meno
di duecentocinquantamila dollari. Quella di Cai costava
molto di pi, ma lui era andato in pensione
dalla Procter & Gamble con qualcosa come sette milioni
di dollari, quindi non era un problema. Compr
quell'orribile edificio all'italiana affacciato sull'acqua,
e impieg un anno a renderlo meno pacchiano, poi conobbe
mia madre al corso di golf e la spos. Organizzarono
un paio di ricevimenti, qualche cocktail in terrazza
e un buffet in piscina, poi Cai ebbe quell'attacco.
Trovo la mia famiglia gi seduta in giardino, all'ombra
del grande sanguinello. Lindi e Richard, in
abiti da tennis inamidati ma con l'aria provata dalla
sera prima, sorseggiano screw driver da alti bicchieri
con fettine d'arancia sui bordi. Keely  seduta a gambe
incrociate ed  immersa in un libro illustrato. Nathan,
con i suoi capelli blu,  stravaccato su una sedia
di fronte al molo e alla barca che lui e suo fratello
usano per pescare vongole. Sauly, il figlio di mezzo, 
allungato per terra a sistemare oggetti dentro sacchettini.
Mia madre armeggia coi fiori sul tavolo. Mi vede
per prima quando sbuco dall'angolo. Ciao, tesoro! Mi
serve il tuo aiuto.
Mia madre si muove sempre in fretta. Quando aveva
trentanni, scopr che mio padre l'aveva tradita e chiese
il divorzio il giorno dopo. Ventiquattro anni pi tardi,
dopo aver frequentato e piantato dio solo sa quanti uomini,
incontr Cai e tempo un mese lo spos.  cos
impaziente che, a sessantaquattro anni, fa ancora i gradini
due alla volta. Adesso mi trascina in cucina senza
nemmeno darmi il tempo di salutare.
Non ho detto una parola mi assicura, spingendomi
sullo sgabello del bar. Ho chiamato Martin
stamattina.
Mi sembra pi di una parola, mamma.
Ammicca. Intendevo a loro precisa, facendo un
cenno vago in direzione della porta.
Lindi lo sa.
Mia madre inizia a trasferire con un cucchiaio la macedonia
da un contenitore a una grande ciotola di vetro.
Dovevo parlare con Martin.
Che cosa ti ha detto?
Sostiene che  una scelta tua.
Ci guardiamo in faccia sopra la caffettiera. Ognuno
ha fatto le sue scelte le rispondo.
Incassa quest'informazione con lo stesso sospiro che
riserva a un amico che si accende una sigaretta. Non
le piace, ma si premura di far sapere che cercher di
prenderla bene. Dev'esserci una soluzione dichiara.
Non vedo quale.
Shelley.
Si chiama Hai Au. Il bambino.
Shelley?
Dillo. Hai Au. Pronunciare il suo nome equivale
a prendermi un impegno con lui. Dillo, mamma.
Sospira come se le avessi chiesto di fare una cosa
estremamente sciocca. Hai-Ho.
 davvero bello, se ti concentri sul suono. Ed 
perfetto perch  il nome di un uccello marino e lui
crescer qui, vicino alla spiaggia. Tra me e me, devo
ammettere che avrebbe avuto vita pi facile con un
nome pi semplice, come Mai, ma ce la caveremo, lui
e io.
Shelley! esclama. Stammi a sentire.
Il pavimento della cucina di mia madre  a scacchi
bianchi e neri. Ogni passo che ci fai lascia il segno. Ma
non ho mai visto un granello di polvere su quel pavimento.
O un graffio. Che c'?
Dovresti adottare un altro bambino.
No.
Probabilmente  l'idea del Vietnam che lo angoscia.
Sono sicura che lo prenderebbe, un altro bambino insiste.
La guardo. Non vuole nessun bambino, mamma.
La sua espressione muta leggermente, e capisco che,
suo malgrado, mi crede. Prima che possa aggiungere altro,
comunque, Sauly spalanca la porta e corre dentro.
Zia Shelley! strilla, anche se  a pochi centimetri da
me. Adesso ci mettiamo tutti a costruire api.
Api? Dammi un bacio.
Il bacio  meccanico, poi preme due sacchi di scovolini,
uno giallo e uno nero, contro la mia pancia. 
per la Festa della natura. Mi serve per luned. Un alveare
intero. Parliamo di migliaia di api. Sauly  una
versione di dieci anni di mia madre.
Migliaia?
Forse un milione.
Mia madre mette le mani sulle spalle di Sauly. Lascia
che la zia finisca di aiutarmi, poi veniamo da te e
potrai mostrarci l'alveare.
Prendo la macedonia. Porto questa, mamma dico.
Il suo viso  teso e ansioso. Seguo Sauly fuori.
A tavola, parliamo di api. E di come attaccare un milione
di scovolini annodati a un fustino di polistirolo
spruzzato di giallo per farlo sembrare un alveare. Sauly
ha un prototipo di ape. Suo padre ne ha un altro.
Nathan ha fatto una bizzarra scultura punk di Sid Vicious
che secondo lui dovrebbe rappresentare la regina.
Mamma, digli di smettere di scocciarmi piagnucola
Sauly.
Di punzecchiarti, intendevi replica Nathan, concedendo
finalmente un sorriso.
Lindi taglia una fetta di quiche. Nathan, lascia
stare tuo fratello dice.
Richard si serve un po' di macedonia. Interviene raramente
nei battibecchi di famiglia, forse per una
sorta di divisione dei compiti tacitamente pattuita.
Dov' Martin? chiede, mentre addenta una fragola.
Mia madre lo fulmina, con una leggera scossa del
capo che lo zittisce.
Apprezzo che Lindi non gli abbia raccontato nulla,
ma adesso Richard mi fissa. Io guardo mia madre.
Nathan alza gli occhi dal suo muffin. Chi 
morto? vuole sapere. Ha il gusto del macabro.
Non  morto nessuno.
Perch non  venuto, allora?
Mento. Doveva lavorare.
S interviene mia madre, pugnalando la sua quiche.
Povero caro. Ci ho parlato stamattina. Quando
mia madre mente, ogni sua parola echeggia: Non crederci.
Per fortuna, i ragazzi sono distratti. Sauly domanda
Zia Shelley, hai mai sentito parlare della danza delle
api?
Scuoto la testa. Non chiedo di meglio che sentire parlare
della danza delle api.
Sauly salta dalla sedia e si mette accanto al tavolo.
 il loro sistema per segnalare dove sono i fiori. Ci
sono due danze principali. La danza circolare e la
danza dell'addome.
Fai la danza dell'addome suggerisce Nathan.
Adoro la danza dell'addome.
Sauly guarda suo fratello con sdegno, poi riprende il
suo discorso. La danza circolare significa Abbiamo
trovato i fiori e sono vicini!' Si scosta di due passi dal
tavolo, poi cammina lentamente in circolo, facendo vibrare
tutto il corpo in un modo che dovrebbe far pensare
a un'ape. Poi, guarda, mi giro cos e vado nella
direzione opposta. Questo significa "Ehi, ragazzi, i fiori
non sono nemmeno a cento metri da qui".
Keely si alza. Danza dell'addome! grida. Lindi
mormora qualcosa a mia madre ed entrambe mi guardano.
Gli occhi di Richard corrono qua e l, cercando
di capire che succede.
Seguimi, allora propone Sauly a sua sorella. Traccia
un semicerchio, con Keely che lo segue a ruota, poi
si gira e attraversa il prato. Tutti e due dimenano il sedere.
Ogni volta che scuotiamo la coda, indichiamo un
pezzo di tragitto. Se ne facciamo dieci in quindici secondi
vuol dire che i fiori sono a cento metri. Sette vuol dire
seicento metri. Quattro vuol dire mille metri.
A questo punto, stiamo tutti osservando i bambini,
che vanno avanti e indietro per il prato in silenzio.
Dopo una decina di giri, Sauly riprende E se andiamo
a destra, significa che i fiori sono a destra del
sole. Se andiamo a sinistra, i fiori sono a sinistra del
sole.
Gli dico Non avevo idea che le api fossero cos intelligenti.
Sauly si ferma, ha gi il fiatone. Le api possono essere
anche pi intelligenti dei delfini.
Devo fare un annuncio dichiara mia madre.
Cosa? chiede Sauly, credendo di essere ancora al
centro dell'attenzione.
Zia Shelley avr bisogno di aiuto con il piccolo
Hai Ho afferma. Andr con lei in Vietnam.
Lindi, Richard, Nathan e io la guardiamo come se
fosse pazza. Prende un morso di quiche e rivolge lo
sguardo verso il canale. Keely e Sauly esclamano Urrah!
e ripartono con la loro danza nel prato, riferendo
alle loro invisibili colleghe api che i fiori sono l, da
qualche parte a sinistra del sole, zuccherini e puri, grondanti di nettare.
...
.
...
CAPITOLO 8.
...
.
...
Xuan Mai.
...
.
...
Gladys vuole giocare a Scarabeo, il che  ridicolo,
dato che il suo inglese  pessimo. Ma Marcy e
i suoi amici ci giocano, cos Gladys insiste perch
giochiamo anche noi. Siccome il pomeriggio scorre
lento e mi annoio, sistemiamo un tavolino di fronte al
bancone e ci mettiamo a giocare. Devo ammettere
che Scarabeo mi piace. Le tessere e i piccoli leggii di legno
sono gradevoli al tatto.  solo un gioco, ma ogni
pezzo  finemente levigato, privo di schegge o incrinature.
Dopo tutti questi anni, ancora non mi capacito
della qualit dei prodotti americani.
Di chi  quel disegno? vuole sapere Gladys. Compone
la parola r-a-t-t-o sul tabellone.
Quale disegno? chiedo, pur sapendo benissimo di
cosa parli. Formo t-o-p-o con due o e una p, poi pesco
tre tessere e le dispongo sul mio leggio.
Quello che ultimamente guardi sempre e ti porti in
borsa.
Non c' da stupirsi che Marcy non voglia Gladys tra
i piedi.  mia madre le dico. Poi, per evitare altre domande,
aggiungo Il capitano Weatherbee, il poliziotto,
mi ha parlato di una signora che sa fare ritratti
basandosi solo sui ricordi. Non avevo fotografie di
mia madre, cos le ho chiesto di farmene uno. Gladys
emette una specie di ticchettio con le labbra, si sporge
sulla sedia. Vediamo.
Inutile discutere. Prendo la borsa e lo tiro fuori.
Gladys tiene il disegno con una mano, e continua a
spostare lo sguardo tra me e l'immagine di mia madre.
Xinh esclama Gladys. Graziosa.
Non mi piace che rimanga a fissarlo. Tocca a te.
Distogliendo a stento gli occhi dal disegno, afferra
una t e una a, le dispone sopra e sotto la r di ratto,
e spunta la parola t-r-a.
Finito? le chiedo, tendendo la mano verso il ritratto.
Me lo restituisce a malincuore. Anche io vorrei un
ritratto di mia madre.
Ti dar il numero di quella donna le dico. Adesso
vogliamo giocare?
Gladys tasta una tessera, tamburellando svogliata sul
tavolo. Marcy ha sempre avuto una mia foto. Sai
cosa ho fatto quando l'ho messa su quella barca?
Non mi muovo. Non la guardo. Non voglio ascoltare
storie su Marcy, su Gladys o sulle barche. Fisso il tabellone.
Mi concentro su una parola da trovare.
Gladys continua Cucii una borsetta di plastica. Ci
misi una foto di me e Marcy, una lettera per lei, da leggere
quando sarebbe stata grande, e una banconota da
venti dollari. Era tutto ci che mi restava dopo averle
pagato il passaggio sulla barca. Poi le legai la borsetta
intorno alla pancia, sotto i vestiti, e le raccomandai di
non togliersi la camicia per niente al mondo.
Le mie lettere sono a, r, p, z, n, c e v. Non sopporto
l'idea che Gladys possa battermi a Scarabeo.
Aveva solo cinque anni, ma disse "Mamma, lo prometto".
Mi sentii morire. Un'ora dopo, era partita.
Metto una c e una n intorno alla o. c-o-n.
E sai che succede? Quando finalmente la rivedo, a
Charlotte, dieci anni dopo, ha ancora quella foto. Era
incorniciata sul cassettone a casa di mia cugina. Aveva
resistito per tutti quegli anni.
Alzo gli occhi per farle sapere che l'ho ascoltata.
Tocca a te dico.
Gladys ha il mento appoggiato su una mano e guarda
il tavolo. Non vedo i suoi occhi, ma mi accorgo che
piange. Di colpo tutti si mettono a piangere, quando
ci sono io. Fisso il tabellone e aspetto, ma non smette.
Cos faccio l'ultima cosa che mi sarei sognata di fare.
Metto una mano sulla sua, su quella mano dura da contadina
che non ho mai sfiorato in tutti questi anni, e
la lascio l fin quando ha finito. Quando infine tira su
col naso e solleva la mano per asciugarsi gli occhi, facciamo
entrambe finta di niente. Gladys prende due tessere,
una g e una e, e le mette sopra la n. g-e-n.
"Gen"?
Gen, come la bevanda. Gen.
Si scrive g-i-n.
Annuisce, non molto sorpresa, e toglie le lettere dal
tabellone.
Ritenta la incoraggio.
Osserva le tessere, ne prende una manciata. Intorno
alla n compone la parola i-n-g-a-g-g-i-o. Ingasgio
pronuncia, col suo accento agghiacciante. Eccolo l, sul
tavolo. Ha usato sette lettere per la parola, con tanto
di punteggio doppio. Ingaggio.
Tocca a te mi dice.
Alle quattro, Marcy e il suo fidanzato, Travis, passano
in negozio a prendere Gladys. Siccome Marcy balla in
quella gabbia del bar in centro, Gladys chiama sua figlia
sgualdrina dei marines, ed  buffo, considerato
che Gladys era davvero una sgualdrina dei marines.
Adesso Marcy guarda noi due, lo Scarabeo, la teiera, e
aggrotta ostentatamente le sopracciglia. Scusa, Mai
dice in inglese, poi continua Ges, mamma. Sono io
che lavoro qui. Non puoi farti una vita tua?
Gladys guarda sua figlia con un sorriso al tempo
stesso orgoglioso e preoccupato, come se fosse stupita
di aver creato una cosa tanto bella e temesse di poterla
perdere. Che vuol dire "farsi una vita"? borbotta rivolgendosi
a me in vietnamita; ma prima che io possa
rispondere, ha afferrato la borsa e ha seguito Marcy
fuori dalla porta.
Metto via il gioco, prendo il vassoio con tazze e teiera
e lo riporto in cucina. Lavo le tazze, lasciandomi
scorrere l'acqua tiepida sulle mani. Non sapevo che
Gladys e Marcy fossero state separate tanto a lungo.
Probabilmente non gliel'ho mai chiesto. Ogni vietnamita
ha la sua triste storia di barche, e la mia mi era
sempre sembrata troppo deprimente per ascoltarne
altre. Per molti anni ho cercato di non ascoltare nulla
di nuovo, di non sapere.
Acqua. La gente avrebbe dato tutto - l'oro nascosto nell'orlo
dei vestiti, i gioielli al sicuro dentro il tacco delle
scarpe - qualsiasi cosa per avere acqua come questa,
pulita e fresca, pronta da bere. Una volta che hai sperimentato
una sete del genere, non te ne dimentichi.
Posso rievocare in qualsiasi momento l'arsura in fondo
alla gola, il bisogno spasmodico di bere.
Io e Khoi trascorremmo sei giorni nel ventre umido
e puzzolente di quella barca. Eravamo due dei quarantadue
esseri umani ammassati nello scafo. Prima di
allora, eravamo insegnanti, meccanici, medici, studenti.
Eravamo puliti, civili, ottimi cuochi. Ma l, vivevamo
come animali. Facevamo pip, vomitavamo e
cacavamo davanti a tutti, nei secchi quando ne avevamo
la possibilit, per terra quando non l'avevamo.
Per dormire, ci rannicchiavamo come feti, avvolgendo
i nostri corpi intorno ai nostri magri averi. Non ci fidavamo
l'uno dell'altro. Non parlavamo.
Una tempesta sbatte le onde contro la barca, facendoci
urlare di terrore, vomitare fino a svuotarci completamente.
Non ricordo di aver avuto paura. Non
pensavo che a una cosa: dovevo avere Khoi. Per tutto
il tempo, quasi ogni giorno, ero totalmente concentrata
nello sforzo di montargli sopra. La mia mano era un
avvoltoio, un topo che si intrufolava nei suoi pantaloni
per agguantarlo. Intorno alle due o alle tre di notte, cedeva.
Allora, fin quando me lo concedeva, mi spingevo
su di lui, su e gi, su e gi. Il suo corpo mi sosteneva.
Quando si staccava da me, urlavo che sarei morta. Le
vecchie signore sulla barca mi davano della puttana.
Gli uomini dicevano che ero fica. Le donne pi giovani
guardavano da un'altra parte.
Una volta, passata la tempesta, Khoi mi condusse sul
ponte. Hai sempre desiderato vedere l'oceano disse.
Vieni su.  cos bello. Ma il sole abbagliante mi assal.
Mi coprii gli occhi con la mano e urlai che non
riuscivo a respirare. Alla fine il capitano intim a Khoi
di riportarmi di sotto o di buttarmi gi. Tornata nelle
viscere della barca, aspirai profonde boccate di quell'aria
rancida, succhiandola come un neonato.
La tempesta aveva portato la barca fuori rotta e
quando il carburante fin, andammo alla deriva. L'ufficiale
in seconda misurava le razioni con una lattina
di latte condensato vuota: ognuno aveva diritto a una
lattina di riso al giorno, e due volte tanto di acqua. Khoi
mischiava due lattine di acqua dolce con due di acqua
di mare e la usava per cuocere il riso. Mi imboccava con
le dita, e quando mi veniva da vomitare e sputavo, raccoglieva
i chicchi e mi imboccava di nuovo. Diceva
scherzando di aver ideato una nuova ricetta per la
salsa di pesce e che quando saremmo arrivati in America
l'avrebbe venduta guadagnando un mucchio di
dollari. Non sapeva che in America la gente non mangia
salsa di pesce.
Dopo sei giorni, una nave cisterna svedese avvist la
barca e la train fino a Hong Kong. Un pullman ci condusse
dal porto al campo profughi, dove mi stesero su
un letto della Croce Rossa, con un ago conficcato in ciascun
braccio. Le infermiere erano straniere. Nessuna di
loro parlava vietnamita e ogni volta che l'interprete, un
uomo di Saigon, si faceva vivo, gli chiedevo di strangolarmi.
Tutti pensavano che fossi pazza, e se ne convinsero
ancora di pi quando cominciarono a circolare
i racconti del mio comportamento sulla barca. La mia
follia, per, dovette conquistare le infermiere. Mi portavano
regalini - nastri rosa, una maglietta con la Torre
Eiffel, cioccolatini che mi rifiutavo di mangiare. Ogni
tanto, la piccola infermiera belga si sedeva sul mio letto
e mi faceva ascoltare musica pop con un mangianastri
portatile. La musica mi calmava. Una mattina mi
ritrovai aggrappata alla mano di quell'infermiera bionda.
Un pomeriggio, mentre lei riavvolgeva il nastro, piansi.
Deve avermi tenuto tra le braccia finch mi addormentai.
Pi tardi, quando servirono la cena, provai a
mangiare.
Il giorno in cui mi tolsero gli aghi, dormii tutto il pomeriggio.
Al risveglio, rimasi con gli occhi chiusi. Sentivo
la voce dell'interprete.
Una tragedia diceva. Le sue parole erano gentili ed
esitanti, prive di quella brusca efficienza che usava di
solito mentre lavorava. Ed era figlia unica?
Riconobbi la voce di Khoi. S rispose. Quell'unica
bimba perfetta. La verit, anche se era Khoi a pronunciarla,
mi fece tremare, ma ascoltarla mi sollev
allo stesso modo in cui vomitare mi sollevava dalla
nausea. Quindi, pensai, l'infermiera belga lo sa. E mi
aveva abbracciato. Per un attimo meraviglioso, fui in
grado di respirare di nuovo.
L'interprete fece un'altra domanda. Pensate di avere
un altro figlio?
Trattenni il fiato. Non lo sappiamo disse Khoi. La
sua voce era triste, convincente.  stato il sistema sanitario
a ucciderla. Sapevamo che non avremmo mai
avuto un altro bambino se fossimo rimasti in Vietnam.
Nella mia mente, vidi My Hoa, il suo viso pieno di
gioia e aspettative. Cosa voleva da me? Una fetta di
torta? Una canzoncina stupida? Una storia? Urlai.
L'aria m'inond le narici e la gola, facendomi soffocare
e annaspare sul letto. Qualcuno mi tenne ferma e
quando aprii gli occhi vidi Khoi.
Bastardo che non sei altro! bisbigliai. Cane rognoso.
Bugiardo. Assassino.
Trasal, ma la sua voce era ferma quando parl.
Forse sbaglio disse. Ma sto facendo del mio meglio.
Per favore. Cerca di capire.
Smisi di dibattermi e ci guardammo negli occhi a
lungo. Quando infine allent la presa, mi sollevai e gli
sputai addosso.
In qualche modo io e Khoi riuscimmo a costruire
qualcosa che somigliava a una vita, a San Francisco. Somigliava
talmente a una vita che dopo qualche anno
dovetti andarmene. Fu cos che mi trasferii a Wilmington.
Per un po' di tempo, Khoi mi sped pacchi ogni
mese, regali che sperava mi avrebbero riportato da lui:
cartoline del Golden Gate, cioccolata Ghirardelli, portachiavi
a forma di tram. Non era ci che gli piaceva
della citt. Erano le cose che, ai suoi occhi di immigrato,
l'avevano resa famosa. Ma San Francisco non
aveva mai contato molto per me, per cui, pochi mesi
dopo, cambi strategia e inizi a mandare cose che non
avrei trovato in North Carolina: zenzero candito, t alla
mela e all'acqua di rose, poesie nostalgiche di scrittori
espatriati. Non mi tentava, poich era proprio quello
che mi aveva spinta ad andare via. Non volevo legami
con la mia vita passata. Non volevo far parte di una comunit
vietnamita. Desideravo lo sfavillante anonimato
dell'America. Se avessi potuto sganciarmi completamente
dal Vietnam, l'avrei fatto, ma dovevo
guadagnarmi da vivere, e l'unica cosa che so fare qui
 gestire un emporio. L'ho ripetuto a Khoi al telefono,
l'ultima volta, nemmeno troppo tempo fa. Continua
a disperarsi all'idea che io non faccia altro che lavorare
per guadagnare. Mi ricorda che avevo deciso di studiare
letteratura. Una sera mi ha detto: Avevi grandi aspirazioni.
Si  forse dimenticato che sognava di diventare un
famoso architetto? Be' replicai anche tu, se  per
questo.
Ogni volta che ci infiliamo in un vicolo cieco come
questo, interrompiamo la telefonata il prima possibile.
 un problema che ho sempre avuto con Khoi, anche
se non lo vedo da anni. Di qualsiasi argomento parliamo,
arriviamo sempre a un punto di non ritorno. Ci
ritroviamo a toccare argomenti di cui non vorremmo
pi parlare, cos mettiamo gi il telefono solo per impedirci
di farci del male a vicenda.
Ma trascorsi due mesi al massimo, uno dei due ci ricasca.
Un paio di giorni dopo che io e Shelley abbiamo preparato
il bun thang, telefona Khoi. Come stai?
chiede, senza nemmeno dire Ciao. La sua voce  affettuosa.
Non si presenta mai, non occorre.
Sto bene gli rispondo. Tu come stai? Sono sotto
le coperte a guardare un balletto tedesco su PBS. Spengo
la TV e appoggio la testa sul cuscino.
Khoi e io non parliamo mai del pi e del meno, ma
ci mettiamo sempre un po', quando non ci sentiamo
da mesi, a capire da dove cominciare. Un attimo dopo
sospira. Sono sempre cos stanco.
Hai aperto il nuovo negozio?
S. La merce non fa in tempo ad arrivare sugli scaffali
dichiara senza entusiasmo. Khoi  ricco. Vent'anni
fa, in Vietnam, le nostre famiglie sarebbero rimaste a
bocca aperta all'idea che quel timido e dolce studente
di architettura avrebbe fondato una catena di supermarket
asiatici e sarebbe diventato uno dei vietnamiti
pi benestanti d'America. Ma, dal momento in cui ha
messo piede in questo Paese, ha sudato e risparmiato
per arrivare a questo punto. Per sei anni, ho sudato e
risparmiato con lui. Poi, il giorno in cui aprimmo il nostro
primo Lotus Superstore nel distretto di Richmond,
a San Francisco, decisi di andarmene. Khoi tent di
farmi cambiare idea, ma sapeva quanto ero testarda.
Dove andrai? mi chiese. In uno dei giornali vietnamiti
locali avevo visto un annuncio per un negozio di
generi alimentari orientale in vendita a Wilmington,
in North Carolina. Lo mostrai a Khoi. Qui gli risposi.
Adesso, a distanza di quindici anni, mi rimprovera
ancora di averlo abbandonato. Starei meglio se tu fossi
con me mi dice.
Non lo prendo troppo sul serio, in realt.  il suo
modo di comunicarmi che gli manco. Lo capisco, perch
anche lui manca a me. Non  propriamente amore.
No, forse  amore, ma non ha niente di romantico. Ho
perso la capacit di essere romantica molti anni fa,
sotto un albero dell'Unification Park. A Khoi ne  rimasta
un po' - si  sposato, dopotutto - ma, anche
quando parla di Thuy, sua moglie, avverto il suo senso
di vuoto.
Sto meglio dove sono ribatto come al solito. E anche
tu stai meglio lontano da me. Poi cambio argomento.
Come sta Gordon?
Il suo tono si fa pi leggero quando nomino suo figlio.
 nel coro maschile di San Francisco.  il secondo
vietnamita mai ammesso.
Faccio due conti. Ha sette anni, adesso?
Esatto. Il nostro unico problema  che si rifiuta di
parlare vietnamita. Ogni tanto lo ignoriamo quando
parla inglese, ma lui si precipita fuori dalla stanza, strillando
che non ha nessuna intenzione di parlare la nostra
lingua finta.
Be',  americano. Non puoi obbligarlo.
Devo nella sua voce avverto rassegnazione.  la
sua cultura.
Capisco. Il mio sguardo si posa sul ritratto di mia
madre fatto da Hannah Ellis. Ho allestito un altare sul
cassettone, e ora, ogni mattina, accendo l'incenso per
lei. Ma non ho ancora niente per My Hoa.
C' una cosa che devi sapere dice Khoi.
Vorrei poter ricordare le ultime parole di mia madre.
Cosa?
Porto Gordon ad Hanoi.
Chiudo gli occhi, sprofondo sotto le coperte. Un
bozzolo oscuro.
Mi hai sentito? Ad Hanoi.
Avrei dovuto aspettarmelo. Ho sempre considerato la
partenza dalla mia terra una rottura definitiva, come
recidere il fiore prima che appassisca sullo stelo. Ma la
gente, da un po' di tempo a questa parte, non fa altro
che tornare. Persino Gladys - che definisce i comunisti
diavoli rossi - parla di avviare un import-export
di scarpe a buon mercato. Pu tornare l e restarci, se
crede. Non m'importa molto. Di Khoi m'importa, invece.
Khoi sa dove si trova casa mia.
Non temere mi rassicura. Non far nulla che
possa ferirti.
Immagino Khoi e suo figlio, seduti su quelle sedie di
legno scricchiolanti a casa dei suoi genitori in Trang
Hung Dao Street. L'intera famiglia si stringer intorno
al tavolino, a bere t, ad ammirare il principino americano.
E amici e vicini accorreranno a frotte, per sapere
com' andata. Per anni hanno creduto che Khoi
e io fossimo morti.
Tutti verranno a sapere del tuo ritorno, Khoi. Non
si pu mantenere un segreto, ad Hanoi. La gente diceva
sempre che questa affollata citt in realt era un piccolo
villaggio. Faranno domande.
Lo ammette.  vero. Ma devo andare. Per Gordon.
Lo so. La mia voce  un mormorio sordo. Non 
necessario aggiungere niente. Khoi sarebbe tornato in
Vietnam anni fa, se non fosse stato per me. Ciononostante,
darei qualsiasi cosa per tenerlo lontano da l per
sempre.
Pensavo a una cosa.
Non dirlo neanche.
Lascia che vada a trovarli e parli con loro. Non si
sa mai. Sono passati vent'anni. La gente perdona.
Stai alla larga da loro.
Parto il 25 maggio. A mezzogiorno. Chiamami se
cambi idea.
Va bene. Sto per riattaccare.  tardi, Khoi. Mi alzo
alle sei.
Pensaci. Il 25, ok? Basta una telefonata.
Ok gli rispondo, ma non lo far mai, e lui lo sa.
Mia madre era convinta che il destino influenzasse tutto
- guerra, morte, malattia, fortuna, persino la scelta
dei pomodori al mercato. Quando una volta mi ammalai
e mi persi la gita della Giovent comunista alla spiaggia
di Do Son, non ebbe compassione per la mia sfortuna.
 il fato mi spieg. Non devi rimpiangere una
cosa che non eri destinata a fare. La sua mancanza di
solidariet mi addolor, e la sua logica mi sconvolse ancora
di pi. Era l'estate del 1975. Il Vietnam aveva appena
cacciato gli aggressori americani imperialisti ed
era l'invidia del mondo. Gli insegnanti ci dicevano che
in uno Stato moderno non c' posto per la superstizione.
Occorrevano intelletti lucidi, come quello di zio Ho. Mia
madre era ferma all'Et della pietra. Ripeteva  il tuo
destino, bambina. Stai lontana dall'acqua.
Non le credevo, allora. Le credo adesso.
Non si sfugge al proprio destino. Ho imparato, nel
peggiore dei modi, che sarei dovuta stare alla larga dall'acqua.
E ho imparato a riconoscere i segni. Ho notato,
per esempio, l'annuncio per l'emporio orientale Good
Luck proprio il giorno in cui aprimmo il Lotus Superstore
a San Francisco. E Shelley. Lei  un segno. In questo
periodo viene a cucinare con me due, anche tre
volte la settimana. Porta libri, elenchi di domande, foto
di Hanoi, e mentre spadelliamo, parliamo. Dentro di
me, chiamo queste mattine v' qu, andare a casa. Khoi
ha il suo modo di farlo, io ho il mio.
Non ho ancora capito come Shelley si leghi al mio
destino. Ma ecco un segno: si fa viva inaspettatamente
nell'ora esatta in cui Khoi vola via da San Francisco,
alla volta del Vietnam.
Sono sul retro del negozio con due anziane clienti.
Una di loro, con i capelli tinti di biondo e massicci gioielli
dorati, scruta le informazioni nutrizionali su una
conserva di rape.  carne? mi chiede.
La sua amica, una donna dal viso coriaceo con un
taglio di capelli da folletto, interviene. Connie,  un
vegetale. Ricordi? Rapa. Come le cime di rapa.
Connie  diffidente. A me sembra carne.
Mi appoggio al frigorifero. Connie e la sua amica
prepareranno una cena thai e mi hanno chiesto di aiutarle.
Pensano che io sia thailandese. Bene. Se vogliono
credere che venga dal Kenya, si accomodino.
Le rape stanno bene nel pad thai suggerisco. Sfogliano
il loro libro di cucina Delizie orientali.
Suona la campanella all'ingresso. Intravedo i capelli
rossi di Shelley alla porta, poi scompare tra gli
scaffali, sbuca da dietro un angolo e ricompare tra gli
ortaggi. Sono le tre del pomeriggio. L in California,
l'aereo di Khoi sta decollando.
Mai! esclama, prima che la vista delle clienti la
blocchi. Quando si accorge che non l'hanno notata, indica
se stessa, poi me, quindi sventola una busta.
Devo parlarti mi dice, muovendo le labbra in silenzio.
Annuisco e le faccio segno di aspettarmi di l. Con
aria riconoscente, si volta e si avvia a grandi passi in
cucina, i capelli come una fiamma che travolge una
strada deserta.
Quindici minuti dopo, sbrigata la questione della cena
thai, faccio capolino in cucina. Shelley ha preparato il
t. Mi porge una tazza e dice Un altro inghippo. Poi
spiega due fogli e li posa sul bancone. Mi sono fatta
spedire un fax dell'originale, per mostrartelo.
Ho finito per abituarmi alla velocit con cui parla,
al suo modo di entrare in un argomento come se ne
stessimo parlando da ore. Prendo i fogli. Il primo 
carta intestata dell'ufficio adozioni sudorientali. Gentili
signori Marino dice:
Come vi ho detto al telefono, sono spiacente per questo
nuovo rinvio della vostra adozione. Credo si tratti
semplicemente di spostare il vostro viaggio ad Hanoi
di un mese o due al massimo. A ogni modo, come sapete,
 impossibile fare previsioni, in particolare se si
tratta di leggi e regolamenti di un governo straniero.
Come da voi richiesto, mando via fax la lettera dell'ambasciata.
Non esitate a interpellarmi per qualsiasi
chiarimento. Apprezzo molto la vostra pazienza.
Cordialmente
Carolyn Burns
Ufficio rapporti con le famiglie
Adozioni sudorientali
La seconda pagina, col marchio dell'ambasciata del
Vietnam,  ancora pi breve:
Re: Caso di adozione #20166
Nome del bambino: Nguyen Hai Au
Luogo: Centro per l'infanzia Ha Dong, Hanoi
Agli interessati:
A causa di ritardi amministrativi, l'adozione di
Nguyen Hai Au  rinviata a data da stabilirsi.
Cordiali saluti
Mr Phung Van Luan
Console
Ambasciata del Vietnam
Shelley mi guarda con preoccupazione. Che vuol dire
"ritardi amministrativi"? chiede.
Gergo da ambasciata, credo.
Le sue labbra iniziano a tremare. Non so nemmeno
quando comprare i biglietti! esplode. Ultimamente,
non bastano l'ansia personale e la crisi del suo
matrimonio,  anche costretta a dibattersi tra le incertezze
burocratiche e il bisogno di sua madre di un
itinerario definito e prenotazioni certe per intraprendere
un viaggio in un Paese del Terzo mondo.
Leggo di nuovo la lettera e provo a interpretarla. Ricordo
le file di ore tutti i mesi solo per avere i tagliandi
per le razioni della mia famiglia. Per quanto ne so, ritardi
amministrativi significa solo ordinaria amministrazione
in vietnamita. Passo la lettera a Shelley e
cerco di mostrarmi sicura. Non preoccuparti. Questa
lentezza  normale.
Shelley si accascia sullo sgabello. Prende la sua tazza
di t, poi lascia ricadere la mano sulle ginocchia. Non
ce la faccio mormora, fissando il gatto sorridente sul
mio calendario, omaggio di un grossista coreano.
Piego i fogli e li rimetto nella busta. Potrei ricordarle
che desiderava capire il Vietnam; bene, la burocrazia 
il Vietnam. Ma sarebbe crudele. Avrai il tuo bambino
le dico, con un tono che vorrebbe essere ottimista. Ma
che ne so, in fondo?
Gli occhi di Shelley sono fissi su di me. Si attorciglia
una ciocca di capelli intorno al dito. Quando vai a
Washington, la prossima volta?
Scuoto la testa. Non ce la faccio.
Ma gli occhi gi le brillano all'idea. Per favore,
vieni all'ambasciata con me.
Posso andare e tornare da Charlotte in un solo giorno.
Ma per Washington devo guidare la domenica notte,
fare acquisti il luned mattina, rimettermi in marcia
e tornare a casa il pomeriggio stesso. Sei ore all'andata,
sei ore al ritorno. Il marted sono sempre a pezzi.
Non ti sarei d'aiuto le dico, cercando di togliermi
d'impiccio. Sono solo una Viet Ki'u, non sono pi
una vera vietnamita. Odiano quelli come me.
Shelley si limita a guardarmi. Non dirmi di no mi
prega.
La madre di Shelley l'accompagna al negozio domenica
alle sette, mentre sto chiudendo. Nel portabagagli
della loro auto ci sono una borsa termica, un thermos,
un cofanetto pieno di CD e cassette, e un trolley. Cominciano
a trasferire tutto sul retro del mio furgone.
Quando vado a Washington, infilo spazzolino, dentifricio,
spazzola e un ricambio di biancheria nella borsa.
A che serve tutta questa roba? chiedo. Torniamo
domani.
Sono dodici ore di strada, almeno risponde Shelley
con tono lamentoso, come se l'avessi rimproverata
di aver portato le scarpe. Prende una tanica di acqua
dal bagagliaio. Ne avremo bisogno, te l'assicuro.
Sua madre mi viene incontro.  minuta ed elegante
e i suoi capelli sono di una tonalit di biondo che, per
una donna della sua et, dev'essere frutto di un flacone.
Tuttavia,  sorprendentemente graziosa e giovanile.
Immagino sia il tipo di persona che, messa davanti
al fatto che la natura non le ha dato quel colore di capelli,
decide che  la natura a sbagliare.
So che anche lei andr in Vietnam le dico.
Le ho fatto promettere che porteremo una sola valigia
a testa. Tassativamente assicura, mentre guarda
Shelley che cammina a quattro zampe per il furgone,
stipando pacchi negli angoli. A proposito,  molto carino
da parte sua assecondarla cos.
Alzo le spalle. La strada  lunga.  una piacevole
compagnia.
La madre incrocia le braccia sul petto e sospira.
Sono molto orgogliosa di lei, in effetti dice, non so
se a me o a se stessa.
Sorrido. Spero si renda conto che questa visita all'ambasciata
non risolver la situazione.
Vediamo solo la schiena di Shelley, inginocchiata nei
suoi pantaloni cachi, che si districa tra sacchetti di
cibo. Sua madre ride. Non  quello che conta. Voglio
dire, se riusciste a smuovere le cose sarebbe bello. Ma
in realt le basta avere la sensazione di fare qualcosa.
Ha gi tinteggiato due volte la camera del bambino e,
come sa, probabilmente non rester in quella casa.
Shelley adesso  schiacciata tra i due sedili anteriori.
Tiene il cavo dello stereo tra le dita, poi si gira e grida
Sto mettendo l'accendino nel portaoggetti, Mai, cos
posso collegare questo. Ci infilo anche le cartine.
Ho gi le mie le rispondo. E so arrivare a Washington.
La madre di Shelley mi mette la mano sulla spalla.
Lasci perdere, cara mi suggerisce.
La frizione ha qualche problema, cos, sebbene Shelley
si offra di darmi il cambio, preferisco guidare per tutto
il tragitto. Soltanto dopo venti chilometri di strada, la
smette di trafficare e si rilassa un po'. Stiamo ascoltando
una cantante di cui non ho mai sentito parlare
- Willie o Billie, una donna nera con un nome da ragazzo.
Shelley ha riempito il thermos di caff, e ha portato
due tazze speciali con dei buchini sul coperchio,
ideali per bere senza rovesciare il contenuto. Potrei
comprarmene una anch'io.
Fuori il cielo  di un nero implacabile. Al mio arrivo
in questo Paese, restai impressionata dalle strade lisce
e perfettamente sgombre. In Vietnam avrei impiegato
pi di un giorno per coprire la distanza che stanotte
percorrer in poche ore. Ma mi manca la vita lungo la
strada, a casa: i contadini nei campi, la gente del villaggio
che trasportava merci al mercato. In confronto,
queste superstrade - I-40, I-95 - sono asettiche, sterminate,
solitarie. Ogni tanto, mentre guido per queste
strade di notte, da sola, mi sembra di essermi persa
nello spazio. Sono un'astronauta tagliata fuori dal mio
razzo, condannata a fluttuare per sempre.
Hai fame? mi chiede Shelley, riportandomi alla realt.
Si sporge dal sedile e si mette in grembo un sacchetto
di plastica. Ho preparato la cena.
Sto per scuotere la testa e dirle che non ho appetito.
Normalmente reggo fino a Washington con un paio di
mele. Ma poi mi rendo conto che muoio di fame. Ha
sistemato una gran quantit di cibo nel furgone, e io
lo voglio. S rispondo, bevendo un sorso di caff. Nei
giorni scorsi, la temperatura si  fatta estiva, ma nel furgone
climatizzato, il liquido caldo  molto piacevole.
Shelley prende un Tupperware dalla borsa. Sento il
risucchio del coperchio che si apre, poi le vedo in
mano una specie di uovo sodo. Prova queste. Per uno
spuntino.
Cosa sono?
Uova alla diavola. Sei mai stata a un picnic?
S. Non negli Stati Uniti, per.
Tengo l'uovo tra le dita e do un morso, senza togliere
gli occhi dalla strada.  pi cremoso di un uovo sodo,
e pi saporito. Qualcuno ha avuto una bella idea.
Allora?
Originale.
Mi guarda masticare. Ma ti piace?
Annuisco. Originale.
Quando io e mia sorella eravamo piccole, mia madre
ci portava a fare lunghi viaggi in macchina e ci
dava un pacchetto di chewingum a testa. Ci indicava
i luoghi lungo la strada, ingiungendoci "Guardate il
paesaggio, bambine! Assorbite! Assorbite!" e io mi limitavo
a sognare McDonald. Adesso mi assicuro di
avere sempre molto cibo quando viaggio.
Cosa porterai sull'aereo per il Vietnam?
Butta indietro la testa e fissa il tetto. Chiaramente,
si era gi posta il problema. Credo barrette di muesli,
arachidi, mele - si conservano bene. Mia madre ha
comprato una confezione gigante di cracker al formaggio
da Target.  diventata pi liberale col cibo, forse
perch adesso ha pi soldi. Shelley addenta un altro
uovo, mastica per un po'. Mi far ammattire laggi.
Vuole aiutarmi, ma tutto dev'essere perfetto. Dov' il
nostro albergo? Ci sar un ferro da stiro in camera? E
un'asciugatrice? Potr bere il caff a letto al mattino?
Non posso occuparmi di queste cose. Avr un bambino
a cui badare.
Mangiamo altre uova, con la voce di Willie che ci avvolge.
Shelley si  tolta le scarpe e ha appoggiato i piedi
nudi sul cruscotto di fronte a lei. Sorseggia il caff e sospira
Sono morta e arrivata in paradiso.
Sorrido, mi sposto sulla corsia interna, sorpasso un
camion scoppiettante. Vuoi che ti racconti della
prima volta che ho bevuto il caff?
Shelley mi guarda come se la mia gentilezza non
avesse limiti. Potrei descrivere il suono del riso che bolle
e, se quel riso fosse stato bollito in Vietnam, lei ascolterebbe.
La superstrada 40 si dipana davanti a noi, un nastro
marrone srotolato nella campagna buia. Col pensiero,
rivedo Hanoi. Eravamo in piena estate, faceva caldissimo.
Dovevo portare la bici di mio padre a riparare.
Ricordo perfettamente quella mattina, anche se non ci
pensavo pi da molto tempo. Quanti anni avevo? Mia
madre era morta quell'estate, dunque era il 1976.
Avevo sedici anni.
Quel giorno, i marciapiedi erano punteggiati dai
boccioli degli alberi di fuoco, arancione chiaro e a
forma di ventaglio. Il vecchio meccanico sdentato era
seduto all'angolo tra Hang Dao e Cau Go, non lontano
da casa mia. Lavor sulla bici per ore, tolse la catena
rotta e arrugginita, pul gli ingranaggi, immerse le
ruote in una bacinella colma d'acqua per scovare i fori.
Probabilmente avrebbe potuto ripararla in meno di
un'ora, ma se la prese comoda, parl con me, mi raccont
storie, raschi il fango dai raggi delle ruote con
le setole di un vecchio spazzolino da denti. Non m'importava
quanto tempo ci mettesse. La mia vita era
molto diversa, allora dico a Shelley. Adesso non ho
tempo. Se ripenso a quell'epoca, l'unica cosa che possedevo
era il tempo. Gli americani dicono che il tempo
 denaro. Dunque ero ricca.
Guardo Shelley e lei sorride. Non accenno al sollievo
che provai quel pomeriggio, che  il motivo per cui
 rimasto cos impresso nella mia memoria. Mia madre
aveva gridato per settimane, folle di dolore. Non aveva
la forza di sollevare la testa dal cuscino, e ci supplicava
di ucciderla. Con la mente era gi alla vita successiva,
ci spiegava; prometteva meraviglie a chi fosse stato tanto
coraggioso da ucciderla. A me, promise bei voti a scuola.
A Lan, bambini eccezionali. A mio padre, una salute
di ferro. Non le importava il modo. Strangolarla. Trafiggerle
il cuore con un coltello. Bastava che lo facessimo,
e in fretta. Lan, mio padre e io ci davamo il cambio
in ospedale, bagnandole il viso con panni freschi,
cercando di attenuare la sua pena. Era strano vedere una
donna che nella vita aveva affrontato tante sofferenze
rifiutarsi di sopportarne un minuto di pi. Nei brevi intervalli
in cui si addormentava, sfinita, noi confabulavamo
in un angolo, come se avessimo potuto trovare
una soluzione. Avevamo sentito parlare di droghe che
stordivano, ma non sapevamo come procurarcele. Era
il 1976, due anni dopo la fine della guerra, e quello spartano
ospedale non aveva nulla per alleviare il suo dolore.
Certi giorni, ero cos ansiosa di porre fine a quello strazio che temevo di essere davvero capace di impugnare
un coltello e colpirla. Ma poi, improvviso com'era
arrivato, il dolore spar. Un pomeriggio, nel bel
mezzo di un lamento, mia madre chiuse la bocca. Poi,
rimase in silenzio, fissando il soffitto, con un debole sorriso.
Quando le prendemmo la mano, strinse le nostre.
Il mattino dopo, seduta accanto al vecchio meccanico,
avvertivo un sollievo che ravvivava tutto ci che
avevo intorno. Persino il riflesso del sole sull'asfalto
sembrava sorridere. Prima che mia madre si ammalasse,
la mia vita non era stata particolarmente triste
- non pi di quella di chiunque altro ad Hanoi in quel
periodo. Ma poich non avevo mai provato una tristezza
profonda, non avevo mai provato nemmeno
una simile sensazione di sollievo. La gioia di sapere che
mia madre non stava soffrendo era l'emozione pi potente
che avessi mai conosciuto.
Raggiungiamo il raccordo della I-95 e ci dirigiamo a
nord, verso Washington. Fuori il buio  totale, vedo soltanto
un triangolo di asfalto sotto i fari e i due puntini
rossi della macchina che ci precede. Vorrei riuscire a
descrivere quel giorno dico a Shelley. Era meraviglioso.
Il mondo mi sorrideva. E quando il vecchietto
concluse il lavoro, provai a pagarlo, ma non volle. Mi
chiese invece di offrirgli un caff.
M'interrompo, lascio passare una piccola auto che
sfreccia nella corsia di sorpasso, poi riprendo. Vedi, 
una cosa insolita in Vietnam. Non si  mai vista una
ragazza di sedici anni che offre il caff a un vecchio.
Ma, come ti dicevo, avevo tempo, e quel giorno ero felice.
Cos spingiamo la bici fino a un bar vicino al lago
e beviamo il caff.
Ti  piaciuto? mi chiede Shelley.
Scuoto la testa. Era molto amaro. Come il chinino.
Ma lo mandai gi tutto.
Percorriamo altra strada, ascoltando le note struggenti
di Willie. Poi il vecchio fece una cosa incredibile.
Lo ricordo con chiarezza, saltai sulla bici per tornare
a casa e il vecchio mi fece un inchino. Chi
l'avrebbe immaginato! Un nonno che s'inchina davanti
a una ragazzina. Eppure lo fece, come se fossi una
principessa. Poi disse "Ln thu-thuy nt xuan-sem, hoa
ghen thua tham liu hn km xanh". La cosa pi bella
che mi avessero mai detto.
Shelley mi guarda, aspettando la traduzione.
 una frase molto nota in Vietnam, perch  tratta
da Truyn Kieu, La storia di Kieu, il nostro poema pi
bello. Un libro vero e proprio. Parla di una ragazza,
Kieu, la cui vita  molto triste, ma lei  davvero buona.
Dolcissima. Soppeso per un attimo le parole, poi continuo
Significa pi o meno "I suoi occhi come fiumi
d'autunno, le sue sopracciglia come colline in primavera.
I fiori invidiano la sua bellezza, i salici la sua pelle
delicata".
Shelley dice Mi ricorda Shakespeare. "I suoi occhi
come fiumi d'autunno".
Gi. "Dovrei paragonarti a un giorno d'estate".
Come quello.
Conosci i sonetti?
Alzo le spalle. Un po'. Non voglio darmi arie.
Studiavo letteratura all'Universit di Hanoi. Leggevamo
Shakespeare, ma non conoscevo l'inglese. Leggevamo
le traduzioni in vietnamita. Mio padre borbottava
sempre che saremmo rimasti senza petrolio per
l'anniversario degli antenati perch tenevo la lampada
accesa fino a tardi. Non mi chiedeva mai di spegnerla,
per. Era orgoglioso del mio impegno, orgoglioso
perch lui, ragazzo di campagna, aveva una
figlia iscritta alla migliore universit del Paese. E si rifiutava
di credere che la nostra famiglia fosse cos
disperata da non poter consumare un po' di cherosene
a vantaggio della mia istruzione. Mio padre, che aveva
imparato a memoria tutto Truygn Kieu per mettere alla
prova la sua intelligenza, lo recitava a me e mia sorella
quando eravamo bambine. Erano le parole con cui
scivolavamo nel sonno.
Adesso sai molto bene l'inglese commenta Shelley.
Memorizzo le parole, come si fa in Vietnam. Shakespeare
 troppo difficile. Non lo capisco fino in fondo.
Tuttavia, ho imparato quasi tutti i sonetti. Ecco il vantaggio
di un'istruzione vietnamita. Se leggo le parole
abbastanza spesso, le imparer. E cos'altro dovrei fare
la sera a Wilmington? Non hai scelta, se non riesci a
dormire.
Fuori, oltre le cime frastagliate dei pini, vedo la luna
levarsi nel cielo nero-blu. Ricordo ancora la faccia del
vecchio meccanico, di quel vecchio gentiluomo. Se
qualcuno ti dice che sei bella come miss Kieu,  un bel
giorno per te.
Sei pi carina di quanto credi mi fa notare Shelley.
Sorrido alla strada. Grazie.
Il CD di Lady Willie finisce e Shelley ne mette uno
che chiama Blues Grass, ma sembra che l'unica differenza
sia che in questo cantano pi persone. Mangiamo
ancora qualcosa propone, frugando di nuovo
nel sacchetto.
Mangiamo pollo fritto freddo, qualche altro uovo alla
diavola, e sottaceti. Shelley ha preparato anche dei
panini al formaggio, ma per adesso sono sazia. Apre
una confezione di Oreo e li mette sul bracciolo in
mezzo a noi. Attraversiamo il confine con la Virginia.
Prendo il caff dal portabicchieri, ne bevo un sorso. Incredibile
come si mantenga caldo. Quando torneremo,
andr da Target.
Devo chiederti una cosa riprende Shelley. Dici di
essere di Saigon, ma racconti solo storie di Hanoi.
In qualche anfratto della mia mente sapevo che ci
sarebbe arrivata. Nessuno a Wilmington conosce la verit.
Cosa farebbe Gladys se sapesse che entrambi i miei
genitori combatterono per Ho Chi Minh? Ora il mio
segreto sguscia fuori come un uccello da una gabbia e
non mi sforzo di trattenerlo.
I vietnamiti in America non amano la gente di Hanoi
le spiego. Cos ho detto che sono di Saigon, di
una famiglia del Nord che si trasfer al Sud nel 1954 per
sfuggire ai comunisti. Per i miei affari  meglio cos.
Smetterebbero di comprare nel tuo negozio? mi
domanda.
Prima s. Adesso? Forse non importa pi. Ma mento
da troppo tempo, non si pu tornare indietro e raccontare
la verit.
I Blues Grass hanno un suono vibrante che mi ricorda
la musica delle minoranze, sulle montagne al
confine con la Cina. Mi piace. Quando finisce il CD,
Shelley spegne lo stereo e si volta verso di me. Mi hai
detto che tuo padre ti recitava quel poema. Ti va di recitarmelo?
Annuisco. Ma  passato tanto tempo. E ci vogliono
ore.
Le ore non mi mancano risponde Shelley.
Chiss come, la cosa non mi imbarazza e, a essere
sincera, la mia voce  deliziosa quando parlo vietnamita.
Ci penso un attimo, respiro a fondo, poi scandisco
i primi versi Tram nm trong ei rigirai ta, chi? ti
cher menh kho l ght nhau. Il suono  lieve e cadenzato,
rasserenante come la pioggia. Penso a mio padre,
seduto accanto a me, col palmo della mano sulla mia
guancia. Recito i versi successivi, poi gli altri.
Mi sorprende che a distanza di anni le parole sgorghino
dalla memoria come acqua da una sorgente.
Vado avanti per un'ora, due. All'inizio, guardo in continuazione
Shelley, per essere sicura di poter proseguire.
Ma la sua testa  adagiata sul sedile. Dopo un po',
chiude gli occhi. Pi tardi, sento il suo respiro regolare.
Mio padre. B. Sei ancora vivo? Pensi mai alla tua
bambina?
Sono frutto dell'unione di un imitatore e di un'impostora,
e fu cos, credo, che imparai l'arte dell'inganno.
Mio padre nacque in un villaggio di carbonai nei pressi
di Cam Pha. Ottavo figlio di una famiglia di dodici persone,
se ne and di casa nel 1950 per il semplice motivo
che i suoi non avevano niente da offrirgli. Aveva
quattordici anni e sperava di trovare lavoro in una fabbrica
di Hai Phong. Invece, si un alle forze del Viet
Minh perch le prospettive di sostentamento sembravano
migliori. Fino a quel momento, le idee politiche
di mio padre somigliavano a quelle di molti vietnamiti
dell'epoca: seguiva le esigenze del suo stomaco. Sebbene
una simile ideologia (se la si pu definire tale) possa
apparire, a posteriori, ridicolmente semplicistica, era un
solido argomento per ingrossare le file del Viet Minh.
Mio padre sognava il riso - e non quella manciata di
amari chicchi bruni che non riuscivano a riempirgli lo
stomaco a dovere - riso bianco, scodelle consistenti e
succulente di riso, fragrante, tiepido, gratificante. Se
avevi fame, non ti sembrava cos stupido rischiare la
vita per il cibo.
Durante i primi anni nell'esercito, il battaglione di
mio padre si concentr sulle montagne lungo il confine
cinese, un posto gelido e sinistro per un ragazzo
della costa, e sebbene avesse frequenti crisi di malaria,
divenne forte e agile, e riusc a sopravvivere. I soldati
passavano gran parte del tempo nascosti nella giungla,
affacciandosi di tanto in tanto nei villaggi, per fare
provviste, reclutare gente, sabotare, a volte uccidere. I
dettami politici erano convincenti ed essenziali: cacciare
gli imperialisti francesi e i loro lacch vietnamiti;
ottenere l'indipendenza del Vietnam. Negli anni, mio
padre pot comprendere e apprezzare quegli obiettivi in
modo pi sottile e profondo, e divenne bravissimo a
convincere gli altri del loro valore. Se le sue abilit di
combattente non impressionavano nessuno, aveva un
talento che tutti gli riconoscevano. Gi a quell'et,
aveva una voce tonante, e la sapeva usare abilmente.
Gli ufficiali gli affidarono un megafono e lui passava
le giornate a correre avanti e indietro tra le file di soldati,
cantando canzoni patriottiche, raccontando barzellette,
spronando le truppe. Non si sentiva un leader,
ma divenne bravissimo a impersonarne uno.
Mio padre conobbe mia madre alla fine del '53, durante
una marcia di quarantacinque giorni a ovest di
Thai Binh, quando il generale Vo Nguyen Giap radun
le sue truppe per la battaglia che si profilava a Dien
Bien Phu. Mio padre viveva nella giungla gi da quattro
anni. Era robusto e forte, se non proprio muscoloso,
e vagare per i monti con il fucile e il megafono, un
solo cambio di vestiti, una coperta, una zanzariera e riso
sufficiente per una settimana non gli pesava pi di tanto.
Mia madre, membro di una squadra addetta ai rifornimenti
che doveva convergere col suo battaglione
a un passaggio sul Fiume Da, si era arruolata solo un
mese prima. La sua pelle delicata, che aveva sempre protetto
dal sole, era scottata e screpolata. Aveva mani e
piedi coperti di vesciche. Le facevano male i muscoli.
A lui sembr esausta e adorabile, non aveva mai visto
occhi grigi tanto belli, al tempo stesso sofferenti e speranzosi,
una caratteristica che rispecchiava talmente bene
lo stato d'animo di quegli anni che mio padre la scambi
per saggezza (e infatti in seguito si rivel davvero
saggia, ma non ammise mai che sia possibile dimostrarlo
al primo sguardo). All'epoca, parlava poco, di sicuro non
si lamentava mai, ma lui desiderava aiutarla. Per cinque
giorni, le due truppe marciarono insieme e, approfittando
della propria libert di movimento, mio padre
pass quasi tutto il tempo accanto a lei, facendo il
possibile per tirarla su di morale. Lei piangeva spesso.
Lui la corteggiava con le piante selvatiche che trovava
nella foresta. Cucinava per lei, cantava per lei, la prendeva
in giro per farla ridere. Quando le chiese della sua
infanzia, lei gli disse che era cresciuta in un villaggio
di risaie vicino ad Hai Phong.
Scosse la testa incredulo. Anch'io sono cresciuto
dalle parti di Hai Phong. Riconosco l'accento.
Le truppe erano accampate in una stretta vallata, e
mio padre aveva individuato una roccia che fungeva da
posto di vedetta. Da l riuscivano a tenere sotto
controllo una dozzina di villaggi della minoranza thai che
si estendevano sotto di loro. Gli uccelli volteggiavano
tra gli alberi prima di sistemarsi per la notte. In lontananza
le scimmie urlavano come fantasmi. In tempi
diversi, un luogo simile sarebbe apparso solo bello e misterioso.
In quel momento appariva bello, misterioso e
tragico. Mia madre distoglieva lo sguardo. Quand'era
pi giovane, trovava la tragedia meravigliosamente romantica.
Adesso la trovava semplicemente tragica.
Aveva solo sedici anni.
Perch non mi racconti cosa ti  successo le domand
mio padre.
Quella sera, in quel pittoresco paesaggio roccioso, diverse
coppie ridacchiavano e flirtavano, e la loro presenza
nei paraggi non incoraggiava mia madre a confidargli
la sua vera storia. Paranoica e spaventata,
credeva che qualcuno potesse origliare, che le sue parole
avrebbero potuto tradirla. Pensava ai suoi genitori,
morti nei campi; alla sua casa, saccheggiata e deserta.
La vita poteva colpirti nei modi pi inattesi e strazianti.
Chiss come, nel giro di poche ore, la sua esistenza era
esplosa in minuscoli frammenti, poi si era ricomposta
in quella scena, quella sera, su quelle montagne. Per
giorni e giorni un interrogativo l'aveva tormentata:
cosa accadr domani? La risposta era sempre la stessa:
la sua vita sarebbe potuta esplodere nuovamente. Ma
adesso, per la prima volta dopo settimane, non temeva
pi quella risposta. Perch lasciarsi dominare dalla
paura? Poteva essere coraggiosa o pavida, si disse, e non
avrebbe fatto differenza. In ogni caso, sarebbe potuta
morire da un giorno all'altro. Mio padre, seduto accanto
a lei, aveva visto morire molti amici, e conosceva
gi quella verit. Quasi tutti, su quelle montagne, ne
erano perfettamente consapevoli. Ma mia madre aveva
tardato a impararla, forse perch il dolore e la confusione
le avevano offuscato la mente.
E cos gli raccont tutto. La mia famiglia possedeva
gran parte delle terre nel villaggio di Giang, a nord di
Hanoi disse. Quando la campagna per l'indipendenza
del Viet Minh cominci a farsi audace e mietere successi,
suo padre, che era fedele ai francesi, decise di
mandare la figlia da una zia in citt. Ma prima che facesse
in tempo a partire per la capitale, le truppe del
Viet Minh entrarono nel villaggio. Era la fine di ottobre
del '53. Un giornale francese riport in seguito: In
un duro scontro sono morti sedici sabotatori e dodici
sono rimasti feriti, mentre i lealisti hanno sofferto
perdite minori. Magari and cos, fatto sta che i francesi,
senza spiegazioni, si ritirarono dal distretto pochi
giorni dopo. Avendo perso la protezione delle autorit
governative, i genitori di mia madre decisero di trasferirsi
con lei in citt. Ma la mattina della partenza, sei
esponenti del Viet Minh si presentarono alla porta.
Cani del capitalismo urlarono. Andate a lavorare.
Poi usarono il calcio del fucile per spingere mia madre
e i suoi verso i campi. Nei due giorni seguenti, tutti e
tre lavorarono la loro terra come bestie da soma, senza
attrezzi, cibo, riposo o acqua. Sui bordi dei campi, gli
altri abitanti del villaggio li osservavano in silenzio.
Mia nonna era sempre stata gracile, ma resse sorprendentemente
a lungo prima che il suo cuore cedesse.
Quando infine collass, mio nonno si precipit
ad aiutarla. I soldati lo picchiarono. Trovavano altamente
simbolico servirsi dei lavori forzati per uccidere
le classi alte, ma il processo si era rivelato pi lungo di
quanto si aspettassero. Impazienti, gli spararono al
collo, un gesto che non l'avrebbe ucciso sul colpo ma
di sicuro piuttosto in fretta.
Mia madre, terrorizzata all'idea che potessero sparare
anche a lei, continu diligentemente a muoversi per i
campi. Una volta sistemati gli adulti, in realt, i soldati
ne ebbero abbastanza e se ne andarono. Mia madre
corse dai suoi genitori. Sua madre era gi morta. Suo
padre giaceva a terra, sanguinante, agonizzante, con gli
occhi fissi al cielo. Sent un braccio sulla spalla, si gir
e vide uno dei loro vicini, un uomo che aveva spesso lavorato
per suo padre. Vai ad Hanoi le disse. Lei rimase
immobile. Se resti ti uccideranno la esort.
Vattene. Lei si alz, rivolse un ultimo sguardo ai suoi
genitori, e si mise a correre.
Ma a un certo punto, lungo la strada tra il villaggio
di Giang e la citt, mia madre fu presa dal panico. Si
convinse che i soldati le stessero dando la caccia, che
l'avrebbero rintracciata e uccisa, proprio come avevano
ucciso i suoi. Se allora fosse stata ragionevole, si sarebbe
resa conto di confondersi tra le migliaia di contadini
disorientati che affollavano le strade in quell'autunno
caotico, e che avrebbe potuto raggiungere Hanoi facilmente.
Ma non era affatto ragionevole. Per giorni si nascose
nei fossati, si rannicchi dietro i covoni, nutrendosi
di acqua per irrigare i campi e aria. E poi, una
mattina, mentre era seduta in un campo di fianco alla
strada, un fattore le parl di una divisione di donne che
stava attraversando il villaggio. Al crepuscolo, le vide
marciare in formazione compatta. Erano meno di una
decina, ma sembravano forti e ardite e cantavano a
squarciagola. Usc dal fossato e si mise in fila. Mimetizzarsi,
pens, proseguendo con loro lungo la strada,
verso le colline, lontano dalla citt.
Mentre mia madre raccontava, mio padre ascoltava
attentamente. La sua vita militare era stata scandita e
corroborata da storie sulla crudelt dei francesi. Come
gran parte dei vietnamiti, aveva sperimentato in prima
persona quella brutalit. Da bambino, aveva visto un
colonnello francese strappare quasi un braccio a un ragazzino
che aveva fischiato in tono canzonatorio durante
una parata militare, e si era ritrovato poi tra la
folla di bambini che avevano scoperto il corpo di
quello stesso ragazzo sulla spiaggia, pochi giorni dopo.
Le storie personali non riuscivano pi ad alimentare la
sua rabbia. Piuttosto, fortificavano la sua determinazione
e, semmai, lo spingevano a chiedersi perch la
sua gente avesse tollerato tanto a lungo quella tirannia.
Eppure, anche se non aveva mai sentito dire che i nazionalisti,
i suoi compagni, commettessero atrocit,
quella notizia non lo inquiet pi di tanto. Conferm
un suo sospetto. La guerra abbrutiva gli animi.
I dettagli della storia non sorpresero mio padre, ma
il suo modo di raccontarla lo sconvolse. Lei non si limitava
a fare il resoconto della sua esperienza. Lei
prendeva i fatti e li passava al setaccio, come il riso, meticolosamente,
soppesando ogni granello di significato.
Il suo dolore sembrava composito. Ovviamente,
rimpiangeva i suoi genitori, la sua vita privilegiata, i
suoi sogni per l'avvenire. Ma si rimproverava anche di
non aver saputo aiutare i suoi, come se una cosa del genere
fosse stata possibile. Nello stesso tempo, marcava
una distinzione tra prima e adesso, descrivendo la
se stessa di prima come una bambina e una codarda,
e la se stessa di adesso come disperata ma pi abile.
Questa nuova esistenza, gli spieg, le offriva un'opportunit
di riscatto che una fuga ad Hanoi non le
avrebbe concesso; la vita con sua zia le avrebbe ricordato
costantemente la sua perdita in modo atroce,
come rifugiarsi nel guscio della sua casa d'infanzia ormai
svuotato. La cosa forse pi sconcertante, sebbene
disprezzasse i soldati che avevano ucciso i suoi genitori,
era che non usava parole dure nei confronti della loro
causa. Non ho parlato molto, da quando sono su
queste montagne continu. Ma ho ascoltato ci che
dicevi alle truppe. I francesi devono andarsene.
Quella consapevolezza lo impression. Mi stupisce
sentirlo dire a una persona ricca. Non aveva mai conosciuto
un ricco, ma aveva le sue idee in merito.
Lei si strinse nelle spalle. Io non sono ricca replic.
Non ho niente.
L'orrore della sua esperienza non tolse nulla al fascino
che esercitava su mio padre. Aveva grazia, bellezza,
e un'intelligenza complessa, qualit alla cui esistenza
mio padre poteva anche credere, ma che mai si
sarebbe aspettato di incontrare. Tra s e s si rifiutava
anche solo di paragonarla alle altre ragazze - non a
quelle turbolente e temerarie che riempivano i crateri
lungo le vie di approvvigionamento di quei passi di
montagna, e di sicuro non alle contadine che ricordava
al suo villaggio, operose e gradevoli, ma insignificanti.
Lui aveva scelto di credere agli slogan della rivoluzione
che intonava al megafono mille volte al giorno:
Niente  pi prezioso della libert e dell'indipendenza!,
Tutti per il fronte, Se il nemico entra in
casa, anche le donne combattono!, Uniti, uniti,
uniti fino alla vittoria. Ma le grandiose rappresentazioni
di un esercito determinato e di una societ giusta
non rendevano ragione di quell'ambiguit che la
mente di lei non solo riconosceva, ma accettava come
necessaria. Quando lui pensava ai soldati che le avevano
ucciso i genitori, si chiedeva Com' possibile che
esista una giustizia senza compassione? E mentre
quella ragazza cominciava a credere nella fondatezza
della sua causa, lui iniziava a dubitarne.
In seguito, i miei genitori individuarono in quella
conversazione il momento in cui s'innamorarono. Mio
padre, l'affabulatore, me lo descrisse mille volte: il
modo in cui il sole scivolava tra le montagne lontane,
le grida sovrannaturali delle scimmie, la tristezza negli
occhi di mia madre. Anche lei ricordava i dettagli,
ma ne parlava in modo pi prosaico: dormire per terra
era penoso; lui le regalava le sue razioni; le piaceva la
vivacit della sua voce. Ci che non dissero mai, ma
che riuscii a capire quando crebbi, era che, oltre all'amore,
si erano scambiati qualcos'altro quella sera,
qualcosa che, per gli effetti che ebbe sulle loro vite, si
rivel altrettanto importante. Lui le aveva offerto una
chiave per sopravvivere in quel mondo ma, conoscendola,
aveva perso a sua volta un po' di quel talento.
Alle nove in punto del mattino seguente, ritorno in
Vietnam. O, almeno, in quel piccolo pezzo di Vietnam
al centro di Washington dc. A differenza dei palazzi
che Shelley mi ha indicato lungo la via delle ambasciate,
l'ambasciata del Vietnam  situata al quarto
piano di una palazzina su Twentieth Street. Mi blocco
davanti all'ingresso, guardando le parole Ambasciata
del Vietnam scritte in inglese e in vietnamita.
Tutto bene? mi chiede Shelley. La sua mano indugia
sulla maniglia.
Annuisco, quindi la seguo dentro. Sono solo un po'
disorientata, considerato che non metto piede in territorio
vietnamita da ventitr anni. Tutto qua.
La sala d'aspetto, semplice e funzionale, potrebbe
sembrare quella di uno studio medico se non fosse per
i poster Visitate il Vietnam appesi alle pareti. La
Baia di Ha Long. Un rudere di Cham. La pagoda Quan
Su. Shelley va dritta allo sportello della reception. Poich
mi attardo, si gira e aspetta che io la raggiunga. Il
suo viso sembra incerto. Puoi chiedere tu? sussurra,
facendosi da parte.
Aggiusto la tracolla della borsa sulla spalla, mi sistemo
il vestito. Per essere precisi,  il vestito di Shelley,
il suo vestito blu cangiante; sa che lo adoro e stamattina
lo ha estratto dal fondo della valigia
porgendomelo. Prego mi ha detto. Stai benissimo
anche cos ma forse dovremmo provare a darci un'aria
pi professionale. Guardo i miei pantaloni gialli logori
e la mia blusa rosa sbiadita. Sono i miei abiti da
lavoro; cosa c' di pi professionale? Shelley non ha voluto
cedere. Ho mugugnato un po', ma alla fine l'ho indossato.
In realt ero curiosa di vedere come mi stava.
In piedi davanti allo specchio del motel, mi sono esaminata.
Niente male, davvero. Mi sono passata un
po' del suo rossetto sulle labbra. Che schianto mi
sono detta.
Shelley ha fischiato come fanno i ragazzi quando vedono
passare una bella donna. Non vorrei sembrare
tua madre, ma vedi come sei carina quando vuoi? Sorrido
alla mia immagine riflessa.
Anche se Shelley  nervosa, essere con lei mi d un
senso di sicurezza che potrebbe spiegare come ho trovato
il coraggio di entrare all'ambasciata. Non sar proprio
una roccia, ma almeno ho intenzione di provarci.
Una giovane impiegata  seduta dietro il vetro, il capo
chino su un fascio di carte.
Sentendomi avvicinare, chiede Posso aiutarla? poi
alza la testa. Appena mi vede, ripete la domanda in
vietnamita. Co cn g?
Senza neanche pensare a quello che faccio, passo a
un registro linguistico a lungo dimenticato. Non  il
vietnamita sciatto che parliamo io e Gladys a Wilmington,
ma il vietnamita della mia giovinezza - formale,
affascinante. Sono di nuovo una ragazza di Hanoi,
che affronta il volto di pietra grigia della
burocrazia. Voglia scusarmi, signorina. Sono qui per
rivolgere una richiesta a Mr Phung Van Luan. Vorrei
incontrarlo, se  possibile.
Il viso dell'impiegata si irrigidisce. Che tipo di richiesta?
Rivolgo a Shelley una rapida occhiata. Dopo un'interminabile
discussione, abbiamo scartato l'ipotesi di
chiedere un appuntamento poich il funzionario
avrebbe potuto limitarsi a rifiutare. Contiamo sulla circostanza
che non sar facile per Mr Phung Van Luan
ignorare due donne disperate davanti alla porta del suo
ufficio. Riguarda un'adozione, signorina. La mia
amica sta per adottare un bambino di Hanoi. Ma c'
stato un ritardo.
Un bambino? La simpatia s'insinua nel volto della
donna. Vedr cosa posso fare.
Pochi minuti pi tardi, veniamo introdotte nell'ufficio
di Mr Phung Van Luan, che si affaccia su un assembramento
di palazzi tutti uguali. L'uomo  di mezza
et, alto e atletico, indossa una polo verde e un paio di
pantaloni cachi. Appena entriamo gira intorno alla
scrivania e ci viene incontro per stringerci la mano.
Piacere di conoscerla, miss Marino. Miss... si ferma,
rigirandosi in tasca delle monete.
Mai gli dico. Pham Thi Xuan Mai.
Mi guarda con interesse. Devo chiamarla co o em,
miss Mai? mi chiede.
Il suo inglese  impeccabile.
Guardo Shelley, poi a terra. Come preferisce. Mi
accorgo di arrossire.
Deve scusarci, Mrs Marino spiega Mr Luan, facendo
cenno di sederci. Noi vietnamiti siamo molto
formali.
Seguendo l'esempio di Shelley, mi siedo sul divano.
Shelley  in punta di cuscino, come un razzo pronto a
partire. Mai mi ha insegnato un po' di vietnamita
dice, e con una certa enfasi aggiunge in previsione
dell'arrivo di mio figlio. So che "em" si usa per rivolgersi
a una signora pi giovane. E "co"  per rivolgersi a una
signora pi matura.
Mr Luan annuisce, colpito. Sono colpita anch'io dal
fatto che Shelley se lo ricordi, e sollevata che non abbia
aggiunto la seconda parte, cio che co  formale,
e che em  un termine che si usa per un'amante.
Dunque, signore, come posso aiutarvi? Mr Luan
sposta una poltrona e si siede accanto a noi.
Shelley spiega la sua situazione, partendo dalla
mancata adozione della bambina slovacca.  abile. Fornisce
dettagli sufficienti a rendere la storia commovente,
ma non tanti da rischiare di annoiare quell'uomo. Lui
ascolta attentamente, abbassando il mento di tanto in
tanto e lanciandomi qualche occhiata sporadica.
Quando Shelley ha finito, lui si alza, va alla scrivania,
inforca gli occhiali e fruga tra alcune carte. Eccolo qui
dice, alzando un foglio e leggendolo. S, c' stato un
rinvio. Un bimbo al centro per l'infanzia di Ha Dong.
Shelley s'irrigidisce, annuendo, come se ogni gesto
possa determinare il suo futuro.
Mr Luan, col foglio in mano, torna alla poltrona e
si siede. Mi guarda. Mi dica di lei, miss Mai dice. Poi
aggiunge Em sang My bao lu r'i? Da quanto vive
qui, Em?
Fisso le mie mani sulle ginocchia.  strano come,
dopo tutto questo tempo, il potere ufficiale riesca ancora
a intimidirmi. E sono una cittadina americana,
adesso. Ventitr anni rispondo in vietnamita.
Em qu  du? Da dove viene?
La mia vecchia bugia, quella che rifilo a Gladys, qui
non funzionerebbe. Lui stesso  un comunista, e non
lo commuoverebbe la storia della mia famiglia che migra
al Sud per sfuggire al regime di Ho Chi Minh. Racconto
la verit. Sono di Hanoi gli dico in inglese, desiderando
per la milionesima volta di poter essere
orgogliosa di come parlo la lingua di questo Paese.
L'uomo si mostra meno interessato al mio retroscena
politico o alla mia abilit linguistica che alla mia
persona. Quanti anni ha? mi chiede.
Quarantadue.
 sposata?
Scuoto la testa. In Vietnam mi sentirei mortificata
per questo, come se fossi merce avariata o qualcosa del
genere. Qui, invece,  la domanda in s a darmi fastidio.
Mi domando da quanto tempo viva negli Stati
Uniti. Non ha ancora imparato che in America consideriamo
scortesi certe domande.
Il funzionario dell'ambasciata scuote la testa con
finta costernazione. Quarantadue anni e ancora single.
 tardi per una signora cos bella.
Mio malgrado, arrossisco. Ad Hanoi mi sarei risentita
per il modo in cui questo burocrate abusa della sua
posizione. Sono risentita anche qui, ma nello stesso
tempo lusingata. Sono anni che un uomo non mi
parla cos. In vietnamita. E men che meno in inglese.
Una sensazione di tepore mi scorre nel sangue. La detesto,
ma in qualche modo mi piace.
Shelley osserva.
Mr Luan mi fissa pi a lungo del dovuto. Poi, dandosi
una pacca sulle ginocchia, torna a Shelley. Dunque,
Mrs Marino inizia. Ho esaminato il suo fascicolo
e non vedo ragioni per cui non dovremmo
mandare avanti la pratica. Il suo caso dovrebbe risolversi
entro un mese. Pu andare?
Shelley  meravigliata. S balbetta. Grazie mille.
Mr Luan mi guarda, i suoi occhi mi squadrano da
capo a piedi.  un piacere, Mrs Marino. Un piacere.
Per la prima ora di viaggio, dirette a sud sulla I-95, Shelley
non fa che chiamarmi schianto. Agito la mano
ogni volta, ma mi sento bene. Beviamo Coca Cola
light e mangiamo patatine. Shelley mette il CD dei
Rolling Stones. Avrei preferito James Taylor, ma non
importa.
Non usciamo dalla citt prima delle cinque, poi rimaniamo
impelagate nel traffico dell'ora di punta. 
buio quando raggiungiamo Richmond, sono passate le
otto. A parte una sosta veloce al McDonald, programmiamo
di fare un'unica tirata ed essere a casa entro
l'una. Dopo aver scherzato su Mr Luan, ci rilassiamo,
osservando attraverso il parabrezza la notte scura.
Nonostante la musica a tutto volume, entrambe
sentiamo lo scoppio. Il furgone sbanda di lato, fa un
balzo in avanti, poi si riassesta sul retro. Shelley mi
guarda. Stai bene? mi chiede.
Annuisco, tenendo gli occhi sulla strada.
Cos' stato?
Non lo so. Non credo che la frizione avrebbe prodotto
quello scoppio. Il furgone  strano da guidare,
duro da manovrare, instabile. Quanto dista la prossima
uscita? Shelley tira fuori la cartina e controlla.
Siamo pi o meno nei pressi di Petersburg. Una quindicina
di chilometri.
Guidiamo in silenzio, ma  un silenzio attento,
adesso. Il furgone perde potenza, sebbene continui a
muoversi. Passiamo il primo cartello che indica la
prossima uscita. Cinque chilometri. Un chilometro.
Cinquecento metri. Imbocco lo svincolo. Il furgone
sembra in procinto di spegnersi, cos accosto.
Ho il cellulare dice Shelley.
Anch'io.
Chiamiamo l'assistenza. Prende il telefono e il portafogli
dalla borsa, trova la tessera dell'assistenza, compone
il numero e attende. Resta in ascolto per un po',
digita altri numeri, poi aspetta. Io guardo fuori dal finestrino.
Ora che siamo uscite dalla superstrada, la
notte sembra ancora pi buia. S, pronto dice Shelley.
La mia auto  in panne. Mi serve aiuto.
Shelley legge il suo codice cliente all'operatore dall'altro
capo del filo. Tiro la leva del cofano, scendo dal
furgone e vado a dare un'occhiata. L'aria  mite, ventilata.
Sollevo il cofano e controllo il motore. Leggere
nuvolette di vapore si alzano verso il cofano arrugginito.
Shelley apre la portiera ed esce. Hanno detto che
saranno qui entro un'ora. Sono quasi le nove.
Rientriamo in macchina, beviamo altra Coca Cola.
Gli alberi sono fitti sui due lati della strada. Stimo il valore
del cibo surgelato nel retro del furgone. L'assicurazione
copre i danni al furgone, ma non le migliaia
di dollari di surgelati conservati nel ghiaccio. Otto ore
di tempo per arrivare a casa prima che si guastino.
Una luce appare lungo la strada. Magari sono loro
dice Shelley.
Lentamente, un'auto si avvicina.  una vecchia berlina,
graffiata e ansante, e si ferma accanto a noi. Un
uomo con la sigaretta in bocca ci fa un cenno e io abbasso
il finestrino. D un tiro alla sigaretta, poi lascia
il braccio penzoloni fuori dalla macchina.
Bisogno di aiuto, ragazze? chiede, sorridendo e ammiccando.
Shelley si sporge dal mio lato e strilla Grazie. I nostri
mariti hanno appena chiamato al cellulare. Sono
dietro di noi sulla superstrada e saranno qui in pochi
minuti.
Sembra poco convinto. Sicure?
Shelley annuisce energicamente. Grazie comunque
si rimette a sedere e sussurra Alza il finestrino.
Lo alzo. Non si sa mai aggiunge. L'auto se ne va.
Restiamo sedute ancora qualche minuto. Vorrei almeno
poter vedere le stelle.
Shelley dice Sono contenta di essere qui.
Se tentassero di ucciderci, preferiresti essere altrove.
Vero ammette. Poi si volta verso di me, dandosi dei
colpetti sulle ginocchia. Parliamo di cose che fanno
paura. La sua voce  leggera e ottimista, come se
stesse proponendo di organizzare una festa. Solo cose
peggiori di questa.
Che idea stramba. Prima tu le faccio.
Shelley racconta di una gita scolastica al Grand
Canyon. Avevano promesso agli accompagnatori di
non allontanarsi dal campeggio, ma la sera tardi, mentre
giocavano a Cimento, ebbero la pensata di mandare
uno di loro a dormire da solo. Nessuno dei suoi amici
ne voleva sapere e cos Shelley, che quella notte sentiva
il bisogno di mettersi alla prova, si offr volontaria.
Non c'era la luna. Dimenticai la torcia, ed ero
troppo testarda per tornare indietro a prenderla.
Tempo dieci minuti si era persa. Alla fine srotol per
terra il suo sacco a pelo e ci s'infil. Quando al mattino
mi svegliai, ero a meno di un metro e mezzo dall'orlo
del canyon disse. Non l'avevo mai visto.
Sussulto. Shelley annuisce. Ho ancora gli incubi.
Sorrido. Stupida come una gallina esclamo.
Forse anche peggio. Guardiamo la strada sgombra,
sorseggiando la nostra Coca. Dopo un po', Shelley fa
Adesso tocca a te. Raccontami una storiella paurosa.
Osservo la sagoma di un albero che oscilla al vento.
Una volta, vidi una luna rosa sopra la Virginia, ma stanotte
la luna  solo un vago alone luminoso dietro una
nuvola. Bevo un altro sorso di Coca. Non ho fretta.
Sono nervosa, credo, ma meno di quanto mi sarei
aspettata. Dopo tutti questi anni, racconter la mia storia,
e mi prender il tempo che ci vuole.  la peggiore
storiella spaventosa che conosca comincio. Accadde
un'estate ad Hanoi, nel 1979. Io e il mio fidanzato portammo
la mia nipotina all'Unification Park.
Non la guardo. Non mi fermo. Non ometto. Parlo
con cura, senza tralasciare nulla. Le spiego che, se
avessi potuto scegliere, non avrei portato My Hoa con
me per quelle ultime ore con Khoi. Ma una volta arrivati
al parco, fui grata della sua capacit di distrarci
dalla triste incombenza dell'addio.
Senza My Hoa, io e Khoi non saremmo stati in grado
di dire una parola, smarriti nel tentativo di immaginare
cosa significasse per sempre o cinque o dieci
anni. Cos la seguimmo volentieri mentre provava tutte
le altalene, girava intorno a ogni albero, camminava
come un funambolo lungo i cordoli dei marciapiedi.
Quella mattina sembravamo una coppia di genitori
qualunque, non due innamorati che dovevano dirsi
addio, e quella normalit ci aiut a fingere di dimenticare
la realt. Solo una volta, seduti su una panchina,
mentre My Hoa ci sciorinava tutto il suo repertorio
di canzoni, sentii la mano di Khoi avvicinarsi,
e la presi.
My Hoa non voleva fermarsi a mangiare e nemmeno
a bere un sorso d'acqua. Nell'aspettativa di questa gita
al parco, era rimasta sveglia quasi tutta la notte. Ogni
distrazione dal gioco per lei era una perdita di tempo.
Quando infine cominci a ciondolare per la stanchezza,
Khoi se la mise sulle spalle e la port a passeggiare
in riva al lago, giocando ai marinai. Alla fine
stesi una coperta sulla riva e convinsi My Hoa a sdraiarsi.
Nel giro di pochi secondi si addorment. Guardai
Khoi e scoppiai a piangere.
Tir fuori un fazzoletto dalla tasca, ma gli allontanai
la mano. Non mi serve gli dissi. Presi un ventaglio
di carta dalla borsa e iniziai a fare aria a mia nipote.
Khoi era in piedi. Per un momento, guard in direzione
del lago con aria incerta e io pensai che avrebbe
potuto semplicemente voltarsi e andare via. Ma mi afferr
la mano e mi attir a s. Mi condusse dietro un
mirto dai rami carichi di fiori color lavanda e mi spinse
delicatamente contro l'albero. Non sono ancora partito
mi disse con dolcezza. Per la prima volta, quella
mattina, sentii il desiderio di baciarlo. Sollevai le
braccia e gliele misi intorno al collo, e appena le nostre
labbra si sfiorarono qualcosa mi si mosse dentro.
Mi aggrappai a lui come se stessi annegando, come se
la mia stretta potesse impedirgli di scivolare altrove, come
se non esistesse altro che buio e sudore, la sua bocca e
la mia. Nel corso della nostra storia, Khoi e io ci eravamo
baciati in ogni angolo di Hanoi. Eravamo diventati
bravissimi, non solo ad accarezzarci, ma anche a proteggerci
dal resto del mondo. Khoi riusciva a sparire in
un istante, fondendosi con le ombre sui muri, in modo
che i passanti mi vedessero l tutta sola, forse sospetta
ma non colpevole. Io, quando ci baciavamo, diventavo
due ragazze. Una poteva dialogare all'infinito con le
labbra di Khoi. L'altra stava sul chi vive. Sapeva riconoscere
una bici, dei passi, un padre, da incredibili distanze.
Baciava tenendo le mani sul petto di Khoi, pronta
ad allontanarlo al minimo fruscio. In due anni, non
fummo mai scoperti.
Ma questo era un bacio totalmente diverso, impermeabile.
Ero una ragazza sola, e quella ragazza era
sorda.
Quando infine mi scostai, Khoi sorrise. Non immaginavo
che sapessi baciare cos! Rise.
Risi anch'io, e poi mi ricordai di My Hoa. Affacciandomi
a guardare dall'altro lato dell'albero, vidi la
coperta vuota. La bambina mormorai, e mi misi a
correre. Non so come, mi ero dimenticata di lei, ma in
quel momento mi dimenticai di tutto il resto. Corsi
lungo le rive del lago, sul ponticello di legno e sul lato
opposto, gridando il suo nome. Khoi mi seguiva. Urlavamo
entrambi. Poi vedemmo la gente radunata a
riva. C'erano due uomini in acqua, immersi fino alla
cintola. Uno di loro aveva in braccio un fagottino
giallo. Khoi e io ci precipitammo l, restando ai margini
della folla. L'uomo con il fagottino si mise a singhiozzare.
Io non riuscii a muovermi n a parlare.
Questo  il ricordo che mi ha accompagnato per
anni. La coperta vuota. Il fagottino giallo. Il pianto di
quell'uomo.
Shelley mi prende la mano. Tace, ma sento lo stesso la
domanda.  tutto affermo, come se insistesse per sapere
altro. My Hoa mor. Non avevo mai pronunciato
quelle parole: My Hoa mor.
Ora la frase vola nell'aria come qualcosa che  stato
appena liberato.
Mi dispiace dice. La sua mano  fredda. Nel buio,
il suo volto offre comprensione e speranza. Non vuole
forzarmi. Eppure, sento la domanda: che cosa  successo
dopo?
Una zaffata di caldo mi investe, come se l'estate
fosse arrivata negli ultimi dieci minuti. Dico Devo
uscire. Ritraggo la mano, apro la portiera e scivolo
nella strada buia. Giro intorno al furgone, poi devio per
il pendio, tra gli alberi, nella notte silenziosa e discreta.
Mi muovo a tentoni, seguendo i contorni degli
alberi, una palla che rimbalza contro superfici solide,
ritmica, con il preciso intento di perdermi. Vorrei la
giungla, ma incontro pochi alberi sparpagliati. Sollevo
il vestito, mi abbasso e faccio pip, mi rialzo e cammino
verso un'area di sosta vuota, un edificio buio, un lampione,
un'insegna con scritto Carlton legnami: costruiamo
case. Mi siedo sul ciglio della strada, affondo
un dito nella ghiaia polverosa, ascolto il mio respiro.
Il dopo. Ho rimosso il dopo. Alcune parti, naturalmente,
si stagliano nella memoria - i giorni sulla
barca, durante i quali, opportunamente, uscii di senno.
Se mai mi dico qualcosa, mi dico di aver visto un fagottino
giallo, dopodich il mondo diventa nero, come
un sipario che cala alla fine di un atto e poi si rialza
sul nuovo scenario della barca. Ma cosa accadde immediatamente
dopo? Non me lo ricordo, mi ripeto.
Non me lo ricordo. Non me lo ricordo.
Me lo ricordo.
Dopo la morte di My Hoa, io scappai. Khoi mi prese
la mano e mi trascin via dalla folla. Non ci identificammo.
Non identificammo lei. Lasciammo quel povero
pescatore, che per My Hoa era un passante qualsiasi,
a reggere il suo corpo fradicio e senza vita tra le
braccia. Io e Khoi scappammo.
Immaginate. Su, provate a immaginare.
Immaginate cosa sarebbe successo se fossi rimasta ad
Hanoi, avessi riportato My Hoa a casa, affrontato mia
sorella. Immaginate la scena: un pullman carico di parenti
che si spostano lentamente da Hanoi verso Cam
Pha e il cimitero del villaggio di mio padre. Le zie che
scagliano maledizioni contro il cielo. Questo 
troppo! avrebbero detto tra le lacrime. Troppo. Gli
zii che guardano fuori dal finestrino, ammutoliti. In
quel periodo, i funerali erano frequenti, ma quello di
My Hoa sarebbe stato diverso. Mia madre se n'era andata
a quarantadue anni, dilaniata dal cancro. La sua
morte era stata prematura, ma non improvvisa. E mio
cognato, Tan, impieg quattro anni a morire dal giorno
in cui l'ambulanza lo riport a casa dall'ospedale. Anche
la sua morte fu prematura, ma durante la guerra
e nell'immediato dopoguerra, la morte di un giovane
sembrava quasi normale.
Ricordo la sera in cui seppellimmo mia madre,
quando finalmente mio padre pianse. Tenendomi tra
le braccia mormor Si crede di potersene fare una ragione.
Nessuno di quelli che conoscevo era riuscito a
farsene una ragione.
Immaginate me al funerale di My Hoa. Immaginate
l'inimmaginabile: la faccia di mia sorella.
Feci due cose terribili quel giorno. La prima fu la peggiore.
La seconda fu ancora peggio.
Mai? Shelley compare da dietro la barriera di alberi.
Il tipo del soccorso stradale  qui. La sua voce  gentile.
Mi prende la mano e mi aiuta ad alzarmi. La seguo
in direzione delle luci gialle del carro attrezzi.
L'hai portato a riparare di recente? mi chiede.
Cerco di concentrarmi sulla storia del mio furgone.
S.
Le candele erano lente. Il meccanico non le aveva
avvitate bene.
L'uomo del soccorso stradale  vecchio, allampanato,
coi denti sporgenti; sulla giacca ha una targhetta
con scritto Henderson. Henderson borbotta qualcosa,
mi sembra che dica Darle qualche noia. Shelley comunica
con lui.
Quindi crede che riusciremo ad arrivare fino a
casa? chiede.
Comprendo il movimento della testa, almeno. Sono
quasi le undici. Se tutto va bene le mie scorte di cibo
non andranno perse. Henderson si strofina le mani sui
pantaloni, si arrampica dentro l'abitacolo del suo camion,
e ci fa segno di precederlo. Il mio furgone si
mette in moto senza neanche un brontolio. Faccio inversione,
torno all'imbocco della 95, quindi tiro dritto.
Il carro attrezzi ci segue per qualche chilometro, poi ci
lampeggia prima di prendere uno svincolo.
Un gentiluomo del Sud sospira Shelley. Poteva
andare peggio. Si china su una borsa e prende gli
Oreo.
Shelley?
Mi porge i biscotti. Festeggiamo.
Ne mangio un paio, bevo un sorso di Coca. Sono
scappata le dico, perch voglio farla finita con le
menzogne. Vidi che era annegata e poi scappai insieme
a Khoi. Non ho mai nemmeno scritto.
Shelley non commenta. Mi tocca la spalla, poi mette
la mano in grembo. Beviamo la nostra Coca. Guido nel
buio pi profondo e limpido. Quante cose puoi rivelare
a un amico prima che decida di non volerne pi sapere
di te? I fari rendono l'asfalto lucido e liscio come l'acqua.
Per un attimo, sono un gabbiano che vola radente,
lambendo le onde. Che altro? Una brezza vagante.
Nuvole vuote. Una luna sospesa.
Abbiamo tutti qualcosa di cui non andiamo fieri.
 una cosa carina da dire, e cos generosa che mi verrebbe
da contestarla, ma non sono disinteressata e
coraggiosa fino a quel punto. Shelley rannicchia le
gambe, si rigira un dito tra i ricci. Posso farti una domanda?
Come no. Non ho niente da nascondere, ormai.
Cosa desideri di pi al mondo?
La guardo ma  troppo buio per distinguere l'espressione
sul suo viso. Torno a fissare la strada davanti a
me. Ho fatto troppi danni nella vita le rispondo.
Il suo tono  gentile. Intendo per il futuro. D'ora in
poi.
D'ora in poi? Mi sono chiesta molte cose negli anni
- Come  potuto accadere? A cosa pensavo? Come potrei
riparare? - ma questa mai. Non scelgo in base ai
miei desideri da un pezzo. Ma me lo ha domandato lei.
Vorrei vedere mio padre dico.
Cosa ti trattiene dal partire?
Considero per un attimo la questione. Paura, credo.
Ho paura di incontrare mia sorella. E poi ho deciso da
tanto tempo che  la mia punizione.
Questa vita in America?
Immagino di s. Questa conversazione mi costringe
a riconoscere una verit che non mi ero mai
permessa di considerare: stando lontana dal Vietnam,
ho punito anche mio padre. Sono egoista ammetto.
Non era qui che volevo arrivare.
Penso ai mistici indiani che ho visto autoflagellarsi
nei documentari in televisione. Aiutano qualcuno? Si
possono compiere buone azioni facendo penitenza?
Anche i detenuti, che lo vogliano o meno, sgomberano
la strada dai rifiuti. In un certo senso butto via il mio
tempo, qui aggiungo.
Dovresti venire in Vietnam con me mi dice Shelley.
Tengo gli occhi sulla strada. La proposta sembra la
soluzione di un problema che, relegato nel profondo di
me, mi ha angosciato per anni.
Senza alcuna esitazione rispondo Ok.
Per un bel tratto, nessuna di noi proferisce parola.
Shelley mette di nuovo il CD di Willie. In autostrada
l'unica auto  distante chilometri. Dopo un po', superiamo
il confine. L'aria nel furgone  quasi gelida,
spengo il condizionatore. Ancora un paio d'ore e saremo
a Wilmington. Posso smettere di preoccuparmi,
il mio cibo arriver salvo al congelatore. North Carolina
annuncio, quasi cantando.
...
.
...
CAPITOLO 9.
...
.
...
Shelley.
...
.
...
Il suono  tenue, smorzato, flebile come il canto di
un uccellino malato.  un uccello. No. Pause e attacchi
sono familiari. Drin. Drin. Striscio sotto le
coperte, prendo aria, infine mi trascino dal lato del
letto di Martin e riesco a raggiungere il telefono.
Pronto? Marino & Sons.
Oh, ciao... Shelley?
Sono io. Le 5 e 17. Buio pesto. L'universo sembra
vuoto.
Sono Frank Deleon dall'ospizio.
Ciao, Frank.  un mese che prendo le chiamate
notturne al posto di Martin. La gente si stupisce ancora
di non sentire la sua voce, ma nessuno dei due si  precipitato
ad annunciare che il matrimonio dei Marino
cola a picco. Mi siedo, accendo la luce, frugo nel cassetto
in cerca di una penna. Sono cos disorganizzata
ultimamente. Che cosa posso fare per te?
Una paziente sm  appena deceduta. Marina Eleosoros E-L-E-O-S-O-R-O-S.
Prendo un vecchio numero di Harper's e intravedo
la sagoma familiare di una penna. Apro, scrivo Eleosoros
in cima alla pagina. Mander Albert entro
un'ora. C' qualcosa che devo sapere?
Praticamente non ha parenti. Ha lasciato istruzioni
dettagliate per la cerimonia funebre e la cremazione.
Te le far avere.
Scarabocchio i dettagli lungo i margini della rivista.
Albert sar l tra poco. Buona giornata, Frank.
Chiamo Albert. Risponde al primo squillo. Ciao,
Shelley.
Non dormi mai?
Un sonnellino di tanto in tanto.
Dovresti andare all'ospizio. Una sm: Marina Eleosoros. Cremazione.
Bennet sar contento.
Ha ragione. Per la sclerosi multipla la cremazione 
una scelta sensata. Una malattia gravosa per un imbalsamatore.
Gli arti a volte sono talmente contratti
che per distenderli  necessario spezzare l'osso. Alcune
famiglie vogliono comunque che la bara resti aperta.
Preferiscono non ricordare i loro cari com'erano negli
ultimi anni, intrappolati dentro un corpo storpio. Desiderano
che ogni muscolo sia al suo posto. Si pu fare,
ma non  semplice. Di solito, sono decisamente favorevole
alla bara aperta, ma in casi del genere mi verrebbe
da dire Non sarebbe meglio affidarsi ai ricordi?
Quando chiudo con Albert, spengo l'abat-jour e rotolo
dalla mia parte di letto. Il lampione giallo di Seventeenth
Street diffonde una luce fioca nella stanza, distinguo
i miei vestiti ammucchiati per terra. Ripenso
alla sera prima, a quelle ore in panne sul ciglio della
strada, al tono della voce di Mai mentre mi racconta
la sua storia, la voce di chi arranca nel fango, disperato
ed esausto, ma ostinato. E poi la sua decisione di venire
con me in Vietnam.
Che aspetto avrebbe un'anima, mi chiedo, se la si dovesse
imbalsamare? Sarebbe contratta e sfigurata,
l'anima di Mai? E Bennet dovrebbe spezzare i suoi arti
sottili per distenderla? E la mia, come sarebbe la mia?
Arrivo in ufficio prima delle sette, preparo il caff e ne
porto una tazza a Bennet in laboratorio. Pi tardi, dovr
ricordarmi di chiamare mia madre per dirle che
non  pi necessario che venga con me in Vietnam.
Buongiorno! esclamo, facendo del mio meglio
per darmi un tono allegro.
Lo trovo seduto su uno sgabello girevole, sta compilando
dei moduli. Come sempre, la stanza  pulita
come una sala operatoria, brilla. La gente immagina
che una sala di imbalsamazione puzzi di formaldeide
o, peggio, di cadavere, ma usiamo sostanze chimiche
che mascherano la decomposizione e sostanze per mascherare
le sostanze che mascherano la decomposizione.
Il risultato  che non si sentono odori. Non a
caso si parla di scienza mortuaria. Bennet mi sorride.
Sei mattiniera, oggi mi dice.
Do uno sguardo al tavolo preparatorio. Un corpo
giace rannicchiato come un feto sotto il lenzuolo. 
la sm? chiedo. Non sembra pi grande di una bambina.
Questa malattia  spietata.
Bennet annuisce, scrive un appunto sul suo blocco,
poi posa la matita sul tavolo e prende la tazza. Ehi, di
un'occhiata nel mio ufficio. Mi segue attraverso la
sala. Dalla porta aperta vedo una lunga sagoma sotto
una giacca sul divano. Faccio ancora due passi ed entro,
per guardare da vicino. Abe? Che ci fai qui? Dovrebbe
essere a Chapel Hill.
Apre gli occhi, sorride. Ciao, Shelley. Si mette a sedere
massaggiandosi il braccio. Hai tolto il gesso
osservo. Come va?
Sbadiglia. Un po' indolenzito.
Mi chino a dargli un bacio, per nascondere la mia
espressione ferita. Quando Abe viene a casa, sono io a
prendermi cura di lui. Gli preparo le fettuccine Alfredo,
compro il caff alla nocciola, chiamo i suoi compagni
di liceo per avvertirli del suo arrivo. In tempi normali,
avremmo discusso insieme, tre volte almeno, su come
togliere il gesso dal braccio. E adesso nemmeno so
quando arriva a Wilmington? Da quanto sei in citt?
gli chiedo, simulando indifferenza.
Si strofina la faccia, poi guarda l'orologio. Oddio.
Sono andato a dormire tre ore fa.
Bennet si mette a ridere. Che dormiglione. Non
avresti dovuto stare fuori fino a tardi. Stuzzica Abe su
questo punto dai tempi del liceo. A Bennet bastano tre
ore di sonno a dir tanto. Ad Abe ne servono dieci, pi
i sonnellini, e la diversit tra lui e il suo amico lo irrita
e lo rende pungente.
Mi siedo accanto ad Abe sul divano. Perch non vai
in camera tua e ti rimetti a dormire? Sto parlando di
casa mia, di casa nostra, dall'altro lato del parcheggio,
e lui lo sa, ma scuote la testa come se fossi una padrona
di casa troppo zelante che offre al suo ospite pi del dovuto.
Sto bene cos. Non ci vediamo dalla festa di Keely
e adesso mi scruta come se fossero passati anni. Andiamo
a bere un caff? mi propone.
Avevo in programma di recuperare finalmente col lavoro,
che trascuro da settimane. Certo gli rispondo.
Decidiamo di fare due passi fino al caff di Market
Street, a pochi isolati da qui. Di solito percorro questo
tragitto in macchina, e le ville, circondate da alte
mura, giardini e querce, sembrano pi imponenti e severe
dal marciapiede. Rametti e foglie secche scricchiolano
sotto le nostre scarpe, segno che passano raramente
pedoni. Alla nostra destra le auto sfrecciano
come missili minacciosi.
Theo non vuole parlarmi dico ad Abe. Nemmeno
tuo padre vuole parlarmi.  da un mese che
Martin dorme nella dpendance di Jim e Mave Daltry.
Nel caso, ovviamente, sarei io ad andarmene di casa,
ma non abbiamo ancora affrontato i dettagli.
Hai provato a parlargli? mi domanda Abe.
Non credo ci sia molto da dire ammetto. Poi aggiungo
Sar anche colpa mia, ma non completamente.
Abe si mette una mano in tasca. Non  colpa di
nessuno.
Sono sorpresa e grata che abbia detto una cosa del
genere.  un ragazzo intelligente, corretto, ma non
sempre perspicace. Una volta, dopo che una ragazza lo
piant in asso, aveva commentato Le piacevo. Mi lasciava
fare i suoi compiti di matematica ogni giorno
come se fosse una prova inconfutabile.
Che cosa ti ha raccontato tuo padre? gli chiedo.
Superiamo i cancelli del Cimitero nazionale. Un
giardiniere passeggia tra le lapidi con uno spruzzatore
in mano, facendo volteggiare piccole trombe d'aria
tra le croci bianche e spoglie. Sono ansiosa di sapere
quali motivazioni ha dato Martin per spiegare la nostra
crisi - la mia ostinazione, il Vietnam, il suo rifiuto
di avere altri figli. O magari qualcosa di meno scontato:
la nostra vita sessuale. O un vago prendere strade diverse.
Raggiungiamo il parcheggio del bar e ci facciamo
strada tra le macchine che gi occupano i posti davanti
all'ingresso. Abe, cosa ti ha detto?
Abe si guarda le scarpe. Dice che crede di non
amarti pi.
Mi fermo. Si ferma. Lo guardo, poi mi giro e riprendo
a camminare. Ah.
Fa una corsetta per raggiungermi. Non si stava
parlando di questo?
Arrivo alla porta del bar, ma poi mi volto, faccio il
giro largo per tornare indietro verso le macchine strombazzanti
in Market Street. Abe mi urla Shelley? Il
caff?
Prendilo tu. Torno da dove siamo venuti, poi devio
verso la strada, fino ai cancelli del cimitero. Il tipo
con lo spruzzatore alza lo sguardo mentre gli sfreccio
accanto. Salgo fino in cima alla collina, attraverso un
piccolo cerchio di alberi nei pressi dell'uscita posteriore.
Non so cosa farebbe il mio corpo se smettesse di muoversi.
Non c' pi nulla di sacro? Io lo amo ancora.
Questo  un caso di opportunit mancate, tempi sbagliati,
sfortuna. Possiamo divorziare. Bene. Ma deve per
forza smettere di amarmi?
La prima volta che chiesi a Martin di uscire insieme,
fece finta di niente. I ragazzi del campeggio avevano
trascorso la giornata in spiaggia, e lui si era presentato,
come al solito, per sedersi sulla sabbia. Il fatto
che i suoi figli quel giorno non si avvicinassero all'acqua
sembr rilassarlo e si concentr su di me come mai
prima. Parlammo della Transiberiana e di come, se
fossi partita per la mia grande avventura, avrei potuto
trascorrere dodici notti su un sedile. Quella sera trovai
chiss come il coraggio di telefonargli. Cosa ne diresti
di andare al cinema? esordii. E subito dopo Sono
Shelley.
Non rispose subito.
Ero cos nervosa. Quella della spiaggia. Del campeggio.
Hai presente? Shelley ripetei.
Ho presente disse infine e nella lunga pausa che
segu mi ripetei che tanto non m'importava nulla di lui
perch presto sarei partita per l'Africa.  un'uscita organizzata
dal campeggio? mi chiese.
Le ondate di imbarazzo che riusciva a provocare in
me cominciavano a diventare familiari. Be', no. Pensavo
solo che non sarebbe male. Male suon come
una parola di sei sillabe.
Due sere dopo, Martin, Theo, Abe e io andammo a
vedere Il ritorno dello Jedi al cinema di College Road.
Martin pag per tutti. Port a ognuno una Coca e i
popcorn e ci dividemmo una confezione gigante di Junior
Mints. I ragazzi insistettero perch mi sedessi in
mezzo a loro, e Martin mi tratt come un'amica dei
suoi figli. A met del film il suo cercapersone suon e
lui usc nell'atrio. Theo mi tir il braccio dicendomi 
morto qualcuno.
Alla fine del film trovammo Martin che ci aspettava
ai videogiochi. Theo mi trascin da lui.  morto qualcuno,
vero, pap? gli chiese.
Martin annu sorridendo. Scusami.
Theo si rivolse a me con aria autorevole Vedi? Che
ti avevo detto?
Chi  morto, pap? volle sapere Abe.
Un vecchio signore. Non lo conosci.
Theo mi guard e ripet Era solo un vecchio signore.
Non lo conosci.
I ragazzi cantarono le canzoni del campo per tutta la
strada, fino a Wrightsville Beach. Giunti davanti a
casa mia, gi settantasette elefanti si dondolavano sopra
il filo di una ragnatela e, siccome non volevo interromperli,
uscii dalla macchina con un cenno di saluto
e chiusi la portiera. Martin mi salut con la mano
e ripart.
Ci ha messo tanto per imparare ad amarmi, e adesso
butta via tutto cos? Mi fermo tra gli alberi. Sento una
mano sul gomito, poi le braccia di Abe mi circondano.
Scoppio a piangere.
Mi conduce a una panchina che d sul monumento
ai caduti della Prima guerra mondiale. Per minuti interminabili,
mi lascia sfogare. Ho bisogno di un fazzoletto.
La sua mano riposa gentilmente sul mio ginocchio.
Non sono tanto concentrata sul mio cuore
infranto da non accorgermi che  cresciuto. Se non
stessi singhiozzando, gli farei i complimenti.
Non me lo sarei mai aspettato dico infine. Ne sei
sicuro?
Si stringe nelle spalle. Conosco uno che studia
legge, su a Duke. Dice che nessuna l'ha mai mollato.
Vorrei tanto capire come fa, perch, sai, le ragazze mi
piantano sempre. Si interrompe, aspettando che io riconosca
che anche lui ha i suoi tragici trascorsi.
Esci con delle stupide affermo.
Sar. Comunque gli faccio "Scusa, ma come mai
nessuna ti molla?" e lui "Tempismo. Se intuisco che una
ragazza si sta stancando di me, sono io a rompere". Dice
che fa tutto un altro effetto. Forse pap sta facendo lo
stesso. Solo per poter dire "Bene, Shelley, sono io che lascio
te".
Sei molto tenero, Abe. Devo usare un lembo della
camicia al posto del fazzoletto.
No, sul serio. Funziona. La prossima volta ci prover
anch'io. Scuote il capo come uno che  arrivato
al punto di svolta. "Heidi, ti lascio!", "Cheryl, sono io
a lasciarti!", "Vanessa, sparisci". A ogni frase punta il
dito come fosse una bacchetta magica, e le ragazze spariscono:
Puff! Puff! Puff!
Anche se Martin mi trattava come un'amichetta dei
suoi figli, mi convinsi che, in fondo, provasse qualcosa
di pi. Nelle giornate in spiaggia, parlavamo per ore,
soprattutto del mio viaggio. A parte il Vietnam e qualche
sosta in Giappone mentre andava e tornava da l,
lui non aveva visitato altri Paesi. Leggeva del mondo
con l'attenzione seria di chi  intenzionato a visitare
ogni posto in prima persona, ma mi confess anche,
senza mostrare rammarico, che aveva i bambini e il suo
lavoro a Wilmington, e nessuna intenzione di partire.
Per me era inconcepibile. Un giorno s e uno no escogitavo
nuove idee per il mio itinerario - Bali o Lombok?
Costa Rica o Brasile? - e lui andava a casa, consultava
le cartine, poi tornava con opinioni ben precise sull'argomento.
Certe volte, tutto quell'interesse mi infondeva
fiducia nei suoi sentimenti. Ma, d'altra parte,
mi costringeva a tener fede all'impegno di lasciare il
Paese.
Il giorno dopo la fine del campeggio, lo chiamai di
nuovo. Ti va di venire a cena con me? gli chiesi. Solo
con me?
Ci mise una vita a rispondere. Credo di s.
Quel venerd sera ci incontrammo al bar della Pilot
House, in centro. Indossava una camicia azzurra, pantaloni
cachi e cravatta. Io avevo un prendisole verde
con sandali e borsa in tinta. Avevo raccolto i capelli in
una crocchia morbida che lasciava delle ciocche a
incorniciarmi il viso come Meryl Streep nella Donna del
tenente francese, dandomi un'aria attraente e adulta.
Martin sorrise quando entrai, ma non disse niente.
Rimanemmo al bar ad aspettare che il tavolo fosse
pronto. Dopo poco pi che un ciao, si lanci nella
descrizione di un articolo sulle piramidi Maya che
aveva letto su Smithsonian. Io annuivo, fingendo di
ascoltare. Fuori il cielo stava diventando rosa, e quando
ci sedemmo al tavolo, il fiume era gi scuro e le luci cominciavano
a scintillare sul ponte. Mi sforzavo di ricordare
quanto fossi a mio agio con lui in spiaggia,
mentre guardavamo i bambini in acqua. In quel momento
ero cos tesa, non riuscivo a interpretare il suo
stato d'animo, capivo solo che sembrava determinato
a dissertare sui Maya per tutta la sera. Parl ininterrottamente,
fermandosi giusto un paio di volte per
guardarmi o mangiare un boccone, come se avesse trascorso
tutto il giorno spulciando la rivista, cercando di
impararla a memoria. Avrei potuto dedurne che non
gliene importasse niente di me, ma per un attimo,
quando alzai gli occhi pi in fretta di quanto si aspettasse,
lo sorpresi a fissarmi con intensit tale che dovetti
guardare altrove.
Dopo la cena, ordinammo il caff. Andai in bagno,
e guardandomi allo specchio mi ripromisi di non tirarmi
indietro. Il campeggio era finito, se non avessi
detto qualcosa ora, non avrei pi rivisto quell'uomo.
Aprii il rubinetto, mi riempii la mano d'acqua e bevvi
come un assetato. Poi tornai al tavolo. Tremavo.
Quando mi sedetti, fissai Martin e dissi Penso di essermi
innamorata di te.
Spalanc gli occhi e prov a ridere. Pensi di esserlo?
Be', se lo pensi, potresti sbagliarti.
No, lo sono. Sono innamorata di te.
Arriv il cameriere coi caff. Martin si volt verso la
finestra. Quando si allontan, Martin disse Ti sei
messa in testa di amarmi e non capisco perch.
Sono innamorata di te.
Torn a guardarmi. Vai ancora all'universit disse.
Questo non c'entra.
Ti sei gi innamorata altre volte?
No.
Hai mai creduto di esserti innamorata?
S.
Allora come fai a essere cos sicura?
Lo so e basta. Non fare tanto il superiore.
Sorrise. Ascolta. Ho dodici anni pi di te. Cambierai
molto dai vent'anni in poi. Non ne hai idea.
Dunque sono troppo giovane per suscitare il tuo interesse?
Afferr la sua tazza, fissando il caff. Gi, direi di
s. Niente di personale. Tu mi piaci molto. Ma sei una ragazzina.
Mi consideri un po' ingenua.
Be', s.
E credi che non crescer mai?
No, crescerai ammise.
Non mi trovi attraente?
Sbuff. Certo che sei attraente sospir.
Aspettai un momento. Poi chiesi Ma tu non sei attratto da me?
Si freg gli occhi e quando mi guard sembrava avvilito.
Certo che lo sono sospir.
Avrei voluto che quelle parole fluttuassero nell'aria
ancora un po', ma lui and avanti. Vuoi la verit? 
ovvio che mi senta attratto da te. Chi non lo sarebbe?
Sei bella, intelligente, ti piacciono i miei figli e tu piaci
a loro. Mi lusinga oltremodo anche solo che tu ti sieda
in spiaggia a parlare con me. Ma qualunque cosa tu
provi, non penso durer. Sei troppo giovane.
Non mi conosci. Gli scagliai addosso quelle parole come pietre.
Appunto. Cosa so di te? Che desideri soprattutto
viaggiare. Quanto tempo reggerai a Wilmington?
Mi vennero in mente le citt dorate, e con sorpresa
constatai che il loro richiamo era forte come il giorno
in cui ero tornata dalla Scozia. Incrociai il suo sguardo
sopra il tavolo. Avrei voluto dirgli Vieni con me ma
non lo feci. Lo sapevo gi: non sarebbe andato da nessuna parte.
Trascorsi le prime settimane all'universit cercando
invano di dimenticare Martin. Il mio futuro un tempo
mi era sembrato gravido di possibilit. Adesso tutto si
riduceva a due alternative. Non: andare via o restare a
Wilmington. Neanche: andarsene o stare con lui. Ma:
stare con lui o non stare con lui. Messa di fronte a questo,
capii che, se mi avesse voluto, sarei stata con lui.
Le mie fantasie su Nuova Delhi, Atene e Rio non si
erano sbiadite, ma il bisogno si era fatto meno pressante.
Cominciai a considerare il mio viaggio con lo
stesso stato d'animo del giorno in cui la mia famiglia
disperse le ceneri di mio nonno nelle acque di Wrightsville Beach.
Mi sentivo triste, ma avevo anche la sensazione
di un ciclo che si era compiuto. Amavo quei sogni
di avventure, ma credevo di potervi rinunciare.
Scegliere una cosa, mi dicevo, significa sempre eliminarne altre.
Nel semestre successivo, scrissi a Martin un paio di
lettere, senza mai menzionare il mio viaggio, o la nostra
cena alla Pilot House, o il mio amore per lui. Mi
sforzavo di usare un tono allegro. Mandai fumetti per
i suoi figli. Lui rispondeva. Anche le sue lettere erano
allegre. Per il giorno del Ringraziamento portai cappellini
da baseball dei Tar Heels per tutta la famiglia. Quando
tornai a casa per le vacanze di Natale, giocammo a
Monopoli tutti insieme nel soggiorno di casa sua. Martin
era sempre uguale, e felice in un modo che mi colp,
poich appariva totalmente indipendente dalla
mia presenza. Assorto nel compito di aiutare Abe e Theo
nei loro turni di gioco, mi notava a malapena. Avrei preferito
qualsiasi altra cosa, persino l'angoscia che gli avevo
visto in faccia quell'estate, ma Martin si rivolgeva
a me come a un amico qualunque in visita, e sembrava
aver dimenticato che lo amavo. A un certo punto,
durante la serata, accenn al fatto che il giardiniere della
casa funeraria se n'era andato. Gli dissi che in quei
giorni avrei potuto concimare e potare, ogni tanto.
Quando mi rispose che non avrebbe accettato un simile
favore, ribattei che avrebbe potuto pagarmi a ore. Per
le due settimane seguenti, mi dedicai al giardinaggio con
deliberata lentezza e alla fine obiett che per salvare i
suoi arbusti l'avrei mandato in bancarotta.
Durante le vacanze riuscii a vederlo quasi ogni
giorno. Ma solo una volta mi spinsi pi in l. Da mesi
Lindi si era presa una sbandata per un attore locale,
Richard. Subito dopo Halloween, a novembre, trov finalmente
il coraggio di invitarlo a uscire con lei. Un
paio di giorni dopo ebbero il loro primo appuntamento,
e nel giro di una settimana andarono a vivere
insieme. La notte di Capodanno mi invitarono a cena.
Al terzo bicchiere di vino pi uno di champagne, decisi
di restare l a dormire. Alle tre e mezzo del mattino,
presi il telefono e chiamai Martin.
Pronto? La sua voce era assonnata, ma ostentava
efficienza. Lo attribuii all'abitudine di essere svegliato
da notizie di morte.
Buon anno gli dissi.
Rimase zitto un secondo. Infine rispose Quando il
telefono squilla a quest'ora di notte devo ricordarmi
dove sono i miei figli.
Sono a casa sani e salvi con te lo rassicurai.
Buon anno, Shelley mi rispose.
Buonanotte.
Buonanotte.
Per i sei mesi successivi, gli scrissi ogni settimana. Le
mie lettere erano sempre briose, ma anche pi intime.
Ogni tanto gli rivelavo qualcosa di me. Mi preoccupavo
di non aver imparato niente all'universit.
Mi preoccupavo dei soldi, del rapporto con mia madre,
di diventare adulta e scoprire che la vita non aveva
senso. Gli confessai anche che temevo mi trovasse frivola
e immatura.
Le sue lettere avevano un tono leggero, ma non mi
trattava pi con condiscendenza e mi assicur che
non mi trovava n frivola n immatura. Settimana
dopo settimana, sentivo di avvicinarmi sempre di pi
a Martin e capivo che lui me lo stava permettendo. In
tutte quelle lettere non accennai mai ai miei sogni di
viaggio n Martin me lo chiese.
Il primo maggio, alle tre e mezzo del mattino, lo
chiamai per augurargli buon compleanno.
Devi sempre telefonare cos presto?
Volevo essere la prima. Buon compleanno.
Grazie.
Buonanotte.
Buonanotte disse, poi aggiunse No, aspetta.
Restammo quattro ore al telefono.
Gli raccontai della mia gita alle Cascate del Niagara
da piccola e di come, da allora, mi abbia sempre terrorizzato
l'idea di poter precipitare nelle cascate dentro
una botte.
Martin si preoccupava dell'impatto del divorzio sulla
vita dei suoi figli, si chiedeva se la costante paura di
perderli fosse un effetto negativo della sua professione.
A un certo punto, ricordo che mi misi a piangere, ma
non credo se ne accorse. Non dicemmo una parola sui
nostri sentimenti. Quando riattaccammo fu solo perch
dovevo alzarmi per andare all'universit.
La mia lezione delle otto fin alle nove e dieci. Andai
a casa, salii in macchina e guidai fino a Wilmington.
Non sembr nemmeno sorpreso di vedermi. Due
anni dopo eravamo sposati.
Certo, ho parecchie cose in ballo. Sto affrontando il divorzio,
la maternit, la prospettiva di ritrovarmi senza
casa e senza lavoro contemporaneamente, per non parlare
di una pi che probabile depressione. Nei due giorni
seguenti, lavoro. Archivio i certificati di morte di quattro
nuovi casi, raccolgo i moduli che Albert dovr portare
al notaio, prendo accordi con il cimitero per due
sepolture e l'acquisto di un lotto da parte di un cliente.
Ho un colloquio telefonico con Helen Abernathy della
Marsellus riguardo ai nuovi modelli di cassa per la
nostra vetrina. Ordino quindici completi da sepoltura
- sei vestiti blu, sei rossi, tre grigi - per chi  stato
ammalato troppo a lungo o  troppo anziano per avere
qualcosa di carino da indossare. Aggiorno le scadenze
via email per i miei collaboratori. Organizzo la funzione
commemorativa di Marina Eleosoros, un funerale alla
chiesa Battista per l'ex direttore della Croce Rossa, due
tumulazioni e una veglia nel tardo pomeriggio. Chiamo
l'idraulico per far sistemare due perdite. In tutto ci,
io e Martin comunichiamo quasi esclusivamente via
email. Ci adattiamo facilmente, per la verit; anche in
tempi normali, infatti, lanciavamo i nostri pensieri nel
cyberspazio, lasciandoli rimbalzare tra il mio ufficio e
il suo, a pochi metri di distanza. Ma il tono dei messaggi
 cambiato. Usavamo parole come amore, tesoro.
Parole come io e tu. Adesso capita raramente.
Prima:
Tesoro,
a che ora rientreranno le vetture dal funerale
McMillan? Posso disporre di Albert per Gonzalez
e Peterson? Alle tre scappo a comprare il regalo di
compleanno per mia madre, torner in tempo per
la veglia delle cinque. Ho una gran fame. Che cosa
mangiamo a cena?
Adesso:
Dove sono i documenti della cremazione di Horace
Brown dello scorso anno?  stato a marzo,
credo. Grazie.
Le sue risposte? All'incirca dello stesso tenore. Ma non
mi lamento delle email. Senza di esse, saremmo costretti
a parlarci.
Gioved mattina Rita mi chiama all'interfono.
Shelley? Sei l, cara?
Rita, sono impegnatissima, di' che lascino un messaggio.
Mi sa che a questa chiamata vuoi rispondere. Mi
tiene in sospeso fino a farmi impazzire, poi dice  la
tizia delle adozioni.
Afferro la cornetta. Shelley.
Salve, Mrs Marino. Sono Carolyn Burns dell'ufficio
adozioni.
Oh, buongiorno mi sforzo di mostrarmi normale.
A chi tocca parlare?
Alla fine dice Mrs Marino, abbiamo una data.
Una data?
Per la cerimonia di accoglienza. Ad Hanoi.  fissata
per il 10 giugno. Spero sia tutto pronto perch dovr
fare in modo di arrivare in tempo. Parliamo di una settimana
circa.
Guardo il calendario appeso al muro, ma ci vuole un
po' prima che riesca a raccapezzarmi. Dieci giorni
riesco a dire.
Esatto. Dieci giorni. Ride. Non pensavo ne fosse
capace. Come due ragazzine elettrizzate, parliamo dell'itinerario,
dei biglietti aerei, della documentazione, di
Mr Phung Van Luan dell'ambasciata vietnamita, che
sto meditando di nominare nel mio testamento.
Quando chiudiamo,  passata un'ora. Prima di avere
il tempo di ricordarmi che non mi ama pi, sono nell'ufficio
di Martin.
 al computer, lo vedo di spalle. Dovrebbe tagliarsi
i capelli, sono disordinati e morbidi, abbastanza lunghi
per attorcigliarli intorno al mio dito.
Ciao esordisco.
Si gira verso di me facendo ruotare la sedia. Sorride
sardonico. Com'era Washington? Sono rientrata gi
da tre giorni.
Non male. Mi sporgo oltre la porta ma la mia
mano resta sul pomello. Se necessario, potrei battere in
ritirata. Veramente  andata pi che bene, credo. Volevo
dirti che ho appena ricevuto la chiamata.
Nella voce di Martin c' una vena di sarcasmo. La
chiamata?
Per il bambino. Hanno fissato la data per la cerimonia
di accoglienza. A quanto pare sto piangendo.
Mi asciugo il naso col dorso della mano.
Un battito di ciglia, il suo mento si solleva e poi ricade
sul petto: un assenso mancato. Un attimo dopo chiede Altre novit?
Dovr partire entro dieci giorni. Te la caverai - qui in ufficio?
Alza una spalla. Sicuro come se la cosa non fosse pi affar mio.
Potremmo chiedere a Carl di venire suggerisco. 
un'idea recente. Dopo le traversie per Sonya, mi sono
accordata con la persona che in passato si occupava
delle salme, ormai in pensione, perch ogni tanto venga a darci una mano.
Non preoccuparti.
Va bene. Lo guardo titubante, ma, davvero, non
abbiamo pi niente da dirci. Dovrei andarmene, ma
sono colma di gioia e tristezza e mi sembra di non riuscire
a muovermi.  vero, dopotutto, che non mi ama
pi? Non saprei. Sul suo viso in questo momento vedo
solo sconfitta. Martin mi guarda di traverso, come se
fossi dentro una mongolfiera che fluttua lontano da lui, in alto, verso le nuvole.
...
.
...
CAPITOLO 10.
...
.
...
Xuan Mai.
...
.
...
Voliamo da est, e il Vietnam ci viene incontro.
Non avevo mai visto il mio Paese dall'alto. Almeno,
non da questa altezza. Una volta, avevo
dodici o tredici anni, i nostri insegnanti ci portarono
in gita sul Monte Ba Vi. Eravamo bambini di Hanoi
sfollati in campagna, al riparo dalle bombe che cadevano
sulla citt. Alla prima occasione i nostri genitori
pedalavano fino al villaggio per venire a trovarci. Ma
per gran parte del tempo eravamo soli, tenuti d'occhio
da insegnanti ansiosi che faticavano a far fronte a
tutte quelle responsabilit. La spedizione sul Ba Vi
deve essersi svolta durante una tregua, perch erano gli
unici momenti in cui ricordo di aver lasciato il villaggio.
Il percorso era lungo e scosceso e, sebbene fosse
pieno inverno, sudavo. In cima alla montagna, facemmo
un picnic a base di manioca lessa, pesce secco,
frutti dell'albero del pane raccolti sul posto. I nostri insegnanti
indicavano i crateri scavati dalle bombe che
disegnavano una linea a zigzag sulla terra. Guardate,
il governo americano  spietato urlava il maestro
Lam. Sganciano bombe su bambini e contadini. Ma
non vinceranno questa guerra! Noi bambini intonavamo
cori ed esultavamo. Da quell'altezza distinguevamo
appena i gruppetti di casupole sparpagliati in
basso, i tetti spioventi delle pagode, i campi ordinati di
canna da zucchero e i contadini coi loro bufali che si
trascinavano a fatica per le risaie. Ci sembrava assolutamente
crudele che un pilota in volo potesse sganciare
una bomba su tutto ci.
Guardo dal finestrino, attraverso la coltre luminosa
di nubi, vedo le pezze marroni e verdi dei terreni agricoli,
qualche filare di alberi, un fiume fangoso che sembra
tracciato a mano sulla terra. Qu huong. La mia patria.
Si accende il segnale di allacciare le cinture. L'assistente
di volo annuncia in vietnamita e in inglese che
il volo 790 della Vietnam Airlines ha iniziato la sua discesa
su Hanoi. Do un'occhiata intorno, sistemo la coperta
sulle braccia di Shelley. Il suo capo reclinato sul
poggiatesta oscilla delicatamente da un lato all'altro.
Io sono riuscita a sonnecchiare, a tratti, nel tempo che
abbiamo impiegato a giungere fin qui, ma Shelley non
ha chiuso occhio. Per tutte queste ore ha camminato
avanti e indietro per il corridoio finch una hostess non
le ha detto che sarebbe stata pi al sicuro al suo posto.
E poi, fra Taipei e Hanoi, a meno di tre ore dall'arrivo,
si  addormentata.
Siamo gi fuori di noi, e ancora dobbiamo atterrare.
Il carrello sibila la sua discesa. Sotto di noi spuntano
villaggi, tetti di metallo che scintillano al sole, strade
marroni polverose, un albero solitario, una fabbrica
sulla quale campeggia la scritta Honda. Ho parlato
con Khoi una volta, ma brevemente, nel lasso di tempo
tra il suo ritorno dal Vietnam e la mia partenza. Mi ha
detto che adesso ci sono molte pi automobili, molte
pi motociclette. Hanoi  diventata pi chiassosa e pi
ricca di quanto avremmo mai immaginato negli anni
di silenzio e povert che seguirono la guerra. Mi ha parlato
soprattutto del rumore. Non ti d scampo. Oggi,
tutti hanno una radio o persino un televisore. I caff
sparano in strada musica pop. Khoi diceva che il Vietnam
sembra una nazione di sordi, a giudicare da come
tutti tengono il volume al massimo.
Khoi ha mantenuto la parola. Si  tenuto alla larga
dalla mia famiglia. Dall'amico di un amico ha saputo
che mio padre  ancora vivo ma soffre di enfisema. Nonostante
B qualche mattina riesca ancora a giocare a
scacchi cinesi al circolo dei reduci,  dimagrito, e parla
a fatica. E Lan si  sistemata bene, mi ha detto, sottolineando
la parola bene, come per convincermi che
la vita  andata avanti e tutto  perdonato. Adesso Lan
gestisce un caff in Quang Trung Street, in una fila di
tre, il pi vicino a Trang Thi. Ha anche una nuova figlia.
Be', non  poi tanto nuova, avr gi una quindicina
d'anni. Khoi non ha precisato se Lan si  risposata
e io non gliel'ho chiesto. Non volevo sapere
troppo. Temevo che qualche frammento di notizia vagante
potesse spaventarmi o farmi perdere la determinazione
ad andare fin l.
Il jet atterra sulla pista. Shelley strabuzza gli occhi.
Buongiorno, Vietnam dice guardando dal finestrino.
Buongiorno, piccolo mio.
Nei minuti che seguono, i passeggeri si alzano, si stiracchiano,
recuperano i bagagli a mano, si accalcano
verso l'uscita. Incollo la faccia al vetro dell'obl, non
del tutto pronta a sbarcare, osservo la pista di macadam,
le risaie appena oltre, la terra rossa. Sono spaventata,
curiosa, felice persino, ma soprattutto grata
che, nonostante il tempo trascorso, nonostante quello
che ho fatto, questo posto esista ancora.
L'aeroporto  nuovo, ha i pavimenti in marmo, luccica
e, secondo l'uomo d'affari che cammina accanto a
Shelley lungo la passerella d'imbarco, per la popolazione
locale  una specie di attrazione turistica. Lo seguiamo
per una serie di corridoi fino all'area dove i
funzionari dell'ufficio immigrazione controllano passaporti
e visti dietro una fila di sportelli ad altezza
mento. I passeggeri attendono in fila: turisti, perlopi,
dall'aria tirata e stanca, e manager inamidati che
hanno gi trasferito i loro cellulari dal bagaglio a mano
al taschino della giacca. Sul lato opposto, diplomatici
e cittadini vietnamiti fanno un altro tragitto, puntando
rapidamente verso i nastri trasportatori alla ricerca
dei loro bagagli. Provo invidia, non per la velocit,
ma per la disinvoltura con cui entrano nel Paese.
Le cose che non ti costringi a ricordare, le dimentichi.
Ho pensato spesso, negli anni, agli alberi di Hanoi,
a come i loro rami frondosi si allargavano, spruzzando
gocce di ombra come acqua fresca sulle strade. Gli
alberi hanno un posto tra i dettagli di Hanoi che anni
fa decisi di ricordare. Ma ho dimenticato tante cose. Forse
dovrei dire che molte non le avevo mai notate. Ero
giovane, allora, non conoscevo nient'altro. Adesso, in
questi primi minuti del mio ritorno, mi accorgo di particolari
che non avrei mai pensato di ricordare: il modo
in cui gli uomini tengono la sigaretta, tra il pollice e l'indice,
come se fosse una freccetta pronta per essere lanciata.
Noto le donne delle pulizie sedute a coppie o a
tre a tre fuori dai bagni, gli stracci stesi ad asciugare sui
bordi dei secchi. Tra le pareti sfavillanti di questo aeroporto
moderno, riescono comunque a sembrare
contadine che si riposano nel caldo del pomeriggio.
E poi, appena ci avviciniamo allo sportello immigrazione,
osservo l'espressione sul viso di un soldato:
occhi stretti, freddi, pazienti, in attesa. Mi viene in
mente che potrei essere arrestata per omicidio. Penso
a Gladys, l a Wilmington, a una delle sue tirate sul governo
vietnamita. Stato di polizia, lo chiama. Dittatura
comunista. Rossi. Rossi. Rossi. Cerco di ripercorrere
mentalmente la strada che porta all'aereo, che probabilmente
tra poco ripartir. Posso sempre implorare di
riportarmi indietro. Concederanno un posto a una
codarda?
Oltre i banchi della dogana, intravedo il nastro trasportatore
e, un po' pi in l, le finestre e il cielo. Da
qualche parte, non troppo lontano da qui, mio padre
sta lottando per respirare. Sono gi a met strada.
La mano sicura di Shelley mi stringe il braccio. Va
tutto bene. Non preoccuparti mi rassicura, con voce
tenera e vagamente canzonatoria.
Forse avresti fatto meglio a portare tua madre le
dico, pur sapendo che su questo punto ci sarebbe da discutere.
Shelley ride, strizzandomi il braccio. Credimi, sia io
che mia madre siamo pi che felici che tu sia qui e lei
a Wilmington.
Sorrido. Non sono abituata a essere una presenza necessaria,
e mi piace. Ma non mi sento all'altezza. Temendo
che qualcuno mi senta, bisbiglio Se avr problemi,
vai da mio padre. Le scriver l'indirizzo.
Shelley scuote la testa, rifiutandosi di prendere in
considerazione una simile possibilit. Smetti di preoccuparti
esclama. Quante Pham Thi Xuan Mai ci
saranno in Vietnam? Sei come una Jane Doe, qui.
Chiudo gli occhi. Nessuno  una Jane Doe, qui
brontolo.
La coda comincia a muoversi. Shelley mi spinge
avanti. Mai, ci siamo quasi.
A quanto pare, nessuno associa questa Pham Thi Xuan
Mai alla ragazza che lasci sua nipote gironzolare
troppo vicino al lago dell'Unification Park, ventitr
anni fa. Il funzionario dell'ufficio immigrazione controlla
il mio passaporto americano, mi d un'occhiata,
quindi timbra il documento e mi lascia passare. Un attimo
dopo tocca a Shelley. Prendiamo un carrello e superiamo
la dogana limitandoci a sventolare i documenti,
poi ci mescoliamo alla folla. Donne vestite di o
di color pastello reggono mazzi di fiori mosci. Bimbetti
stanno appollaiati sulle spalle dei loro pap. Alcuni autisti
sollevano cartelli di agenzie di viaggio con nomi
stranieri scritti sopra.
Taxi!
Taxi!
Taxi, signora! Costa poco. A mezza voce, l'autista
cerca di persuaderci in vietnamita. Ho l'aria condizionata.
Quanto pagate?
 un uomo basso, grosso, che sa di acqua di colonia
e di qualche altro odore che riconosco ma non riesco
a focalizzare. Non  un buon profumo, ma  confortante.
In qualche modo, mi ricorda mio padre. L'uomo
si avvicina. Signora dice.
Ci vengono a prendere borbotto, ma non sembra
convinto. La sua mano resta sul nostro carrello. Una
mia parola e ci porter via.
Mi volto verso l'uscita del terminal, dalla quale continuano
a spuntare passeggeri assonnati. Shelley mi si
stringe accanto, la mano sul mio braccio. Che si fa
adesso? mi chiede. Pensa che io abbia tutto chiaro, ma
so cos poco di questo Vietnam.
Come si chiama la signora?
Controlliamo sulla lettera che Shelley prende dalla
borsa. Mrs Huyen. Dell'IFS, International Family Service,
ma lo chiamano anche Happy Family Tour.
Taxi, signora quell'uomo tozzo non ci molla.
Ci guardiamo in giro, gli occhi scorrono sui cartelli
tenuti in aria dalle mani di corpi invisibili. Poi, in
fondo, individuo una piccola scritta a mano: Mrs
Marino Shely.
Laggi! grido, facendomi largo tra la folla. Senza
nemmeno guardarci, il tassista sparisce, gi proteso
verso una nuova preda. Vieni dico a Shelley, che non
ha ancora visto il cartello. Spingo il carrello, lanciandomi
tra la gente, al tempo stesso urlando in vietnamita
Chi cri! Chi cri! CDM Shelley Marino day! Chi cri!
Il vietnamita scivola dalla mia bocca come i passeggeri
indolenziti dall'aereo affollato. Ehi, signora, ecco Shelley
Marino!
La ragazza col cartello non avr pi di vent'anni e
guarda a destra e sinistra, senza sapere a chi delle due
deve rivolgersi. Alla fine, con ovvia deduzione, opta per
Shelley. Lei  Mrs Marino?
Shelley annuisce, sollevata, poi mi mette una mano
sulla spalla. E lei  la mia amica Pham Thi Xuan
Mai. La giovane donna si concentra su di me. In una
tempesta di vietnamita, mi dice Oh, miss. Sono Hong
Ngoc. Mia madre, Mrs Huyen, mi ha mandato a prendervi.
Gli altri americani sono arrivati ieri sera. Aspettano
voi per andare all'orfanotrofio. Il mio inglese 
pessimo. Pu spiegarlo a Mrs Shelley? La sua mano
svolazza intorno alla bocca, a nascondere risatine.
La seguiamo fuori dal terminal verso il parcheggio e
di colpo il sole ci trafigge come una spada. L'aria 
spessa e pesante, irrespirabile. Hong Ngoc, che indossa
un cappello a tesa larga, occhiali da sole e guanti
fino al gomito, pu sopportare quella luce accecante.
Noi no. Uso la mano per schermarmi gli occhi. Hai
una macchina? chiedo.
Oh, s, certo. Le ci vuole un minuto buono per localizzare
l'autista, che alla fine  a pochi metri da noi,
appoggiato a un furgoncino Toyota grigio. Non riuscendo
a farsi sentire, la ragazza corre verso di lui e si
volta a indicarci. Ci vengono incontro insieme.
Lui  Mr Lap spiega.  un uomo ben piantato,
compassato e serio, che ci stringe la mano e prende i
nostri bagagli. Nel giro di trenta secondi, riempie il retro
del furgone e sfreccia via dall'aeroporto.
Dai nostri posti dietro, Shelley si sporge e domanda
a Hong Ngoc Hai mai visto mio figlio? All'orfanotrofio?
Un bambino di nome Hai Au?
La ragazza si volta verso di noi. Il suo viso  giovane,
fresco e innocente, come se nella sua vita niente avesse
ancora lasciato il segno. Fa cenni di assenso esagerati,
ma non  chiaro se abbia capito qualcosa. Il gruppo
vi aspetta dice. Ha in mano il cartello Mrs Marino
Shely, e lo usa per farsi vento.
Shelley mi guarda. Spiego il programma della mattina
e lei d un'occhiata all'orologio. Sono quasi le
dieci, anche se per noi  notte fonda. Si passa una
mano tra i capelli, schiacciati sul capo. Non posso incontrare
mio figlio senza essermi fatta una doccia annuncia.
Le altre famiglie hanno avuto una notte per
riposare. Possono aspettare.
Hong Ngoc capisce questa frase. Lancia un'occhiata
a Lap, anche lui sembra averla capita.
Ce n' sempre una borbotta in vietnamita.
Hong Ngoc rivolge a Shelley un sorriso falso. Nessun
problema.
Poi Shelley fa un gridolino di gioia, sonoro, felice e
isterico. Non riesco a credere di essere qui. L'auto
sbanda leggermente verso il ciglio della strada poi si rimette
in carreggiata. Hong Ngoc continua a sorridere,
ma guarda Shelley come a chiedersi che razza di
matta abbiano appena raccattato. Lap tiene un occhio
sulla strada e uno sullo specchietto retrovisore, fisso su
Shelley. Lei sorride. Scusatemi, davvero, scusatemi ci
rassicura. Uuuh. Si lascia andare sullo schienale,
getta il capo all'indietro e mormora  solo che non
posso crederci.
Nemmeno io riesco a crederci. Dal finestrino, guardo
il Vietnam. Abbiamo gi fatto un bel pezzo di strada
dall'aeroporto, siamo oltre i chioschi di polizia e i cartelloni
Sanyo, nella campagna che si estende in ogni direzione.
Lap accende la radio e nell'aria esplode il
boato di una folla. Una voce ammirata esclama Spettacolare!
Un'azione difensiva del genere non si vede
tutti i giorni. Potrebbe essere un presentatore di abc
Sport, se non fosse che questo tizio parla vietnamita.
La strada attraversa campi di riso nuovo, di un verde
brillante. Come si chiama in inglese un verde del genere?
Il vietnamita non ha una parola per dire verde.
 una zona di confine del blu nello spettro dei colori.
Xanh l cy. Il blu delle foglie. Il blu del riso giovane.
Non ho mai conosciuto, n mi  mai servita, un'altra
parola per dirlo. Era sempre l, appena fuori citt, il blu
delle risaie, a perdita d'occhio, una presenza certa,
come il cielo.
In un angolo del centro, Lap arresta l'auto davanti a
una serie di porte di vetro, sulle quali una scritta in inglese
annuncia Welcome to Lucinda Hotel. Non so
dove ci troviamo, so solo che in questo albergo alloggiano
gli stranieri che devono adottare un bambino.
Abbiamo attraversato il Fiume Rosso su un ponte che
non avevo mai visto, ci siamo immersi in citt da
strade sconosciute. Hanoi sembra travestita, intenzionata
a confondermi. Ma dietro i cartelloni di plastica
orologi giapponesi e gioielli d'oro, sbirciando dal finestrino
riesco a distinguere le ben note tegole spioventi
sui tetti della citt.
Questo edificio  stretto, tanto stretto che le porte di
vetro coprono quasi tutta la larghezza della struttura,
che tra le sue vicine pi grandi sembra il margine sottile
di un foglio di carta schiacciato dentro la copertina
rigida di un libro. Appena entrate, Shelley e io ci fermiamo
di fronte a una scrivania, una mezzaluna di legno
con la targhetta reception. Non c' anima viva.
Hong Ngoc si dilegua dentro l'edificio, gridandoci che
va a cercare qualcuno.
Be', non  male afferma Shelley guardandosi intorno
con un sorriso. Tutto questo marmo e vetro. E
l'aria condizionata!
Lap, mugugnando, torna dalla macchina, le braccia
cariche di bagagli. Per lasciarlo passare, Shelley si
schiaccia contro un lato della scrivania, io contro l'altro.
Persino cos,  costretto a fare acrobazie per trascinare
i bagagli fino alla scala.
Questo posto  un buco dico. Si sta pi larghi in
autobus.
Mai esclama Shelley sospirando. Su internet,
tutti quelli che hanno adottato un bambino ad Hanoi
dicevano di aver alloggiato qui. Spero non ti aspettassi
il Marriott.
Osservo preoccupata Lap. Ha gi iniziato a trasportare
i bagagli di sopra. Sono sempre convinta che sarebbe
meglio trovare un altro albergo, ma con tutte
quelle valigie stipate qui dentro, come pensare di tirarle
di nuovo fuori?
Dal punto in cui ci troviamo parte il corridoio, che
conduce alle scale e poi si apre su una stanza altrettanto
stretta, con divani e un paio di tavolini con il computer.
Accanto ai divani c' Hong Ngoc che parla con un
ragazzo. Lui sembra ansioso di defilarsi, ma ogni volta
che azzarda un passo, lei, tutta esaltata, si lancia in
una nuova affermazione che lo blocca. Finalmente,
quando lei si ferma per riprendere fiato pi a lungo del
solito, lui sguscia via e si affretta a venirci incontro. Miss
Shelley, Miss Mai. Ci tende la mano con fare da diplomatico.
Benvenute all'Hotel Lucinda. Sono Tri, il
direttore. Il giovane  alto, dalla voce flautata, incurvato
dallo sforzo di farsi sentire da persone pi basse.
Shelley, alta abbastanza da guardarlo negli occhi, gli
stringe la mano. Non ha idea di quanto sia felice di
essere qui.
Il suo entusiasmo lo lascia disarmato. Distende il viso
e la guarda con interesse. Sarete molto stanche.
Stanche? No, io sono su di giri.
L'uomo ride, poi si rivolge a me, dandosi maggior
contegno. Cho co dice, che letteralmente significa
Buongiorno, signora, ma sappiamo entrambi che
adesso quel che vuole esprimere  Lei  vietnamita.
Sono irritata per la sistemazione inaccettabile che offre
questo albergo. Buongiorno rispondo in inglese.
Tri ci invita a visitare la nostra stanza. Shelley gli saltella
praticamente dietro per le scale, cianciando di
quanto le sembri interessante Hanoi, di quanto la elettrizzi
l'idea di incontrare il suo bambino. Io li seguo a
distanza, provando a ricordare il nome dell'albergo in
cui ha alloggiato Khoi, magari  possibile prenotare l.
La nostra camera, al terzo piano, d sulla strada. I padroni
dell'albergo sono riusciti ad ammassare un'incredibile
quantit di mobili in uno spazio poco pi
largo di un letto a due piazze. Oltre al letto, contiene
un comodino (che, per forza di cose, sta dietro la testata
del letto), un mobiletto con il televisore (ai piedi
del letto), un armadio di legno, due sedie minuscole
con in mezzo un tavolo ancor pi piccolo sul quale c'
un brutto vasetto con una rosa rinsecchita, e la montagna
di bagagli che si accumulano sull'uscio man
mano che Lap ne trascina altri per le scale. Sul lato opposto
all'ingresso, una porta scorrevole d sul bagno,
dove a stento ci si pu muovere. C' una vasca da bagno
angusta, sembra l di figura. La cosa pi notevole
della stanza  il poster di un'isola deserta, tutto oceano
e palme scosse dal vento, quasi a suggerire, sarcastico,
che l'universo offre di meglio.
C' un odore rancido di muffa. Il rumore del traffico
mi fa sentire al centro di un incrocio congestionato.
Guardo Shelley. Non dico il Marriott. Ma, che so
io, l'Econo Lodge o qualcosa del genere?
Mi ignora. Si comprime - e ripeto comprime - tra il
letto e il muro e apre la finestra, cosa che amplifica il
frastuono del traffico rendendolo intollerabile. Non
hai idea della vista che c', Mai! mi strilla.
Tri prende due telecomandi dal comodino dietro la
testata del letto. Tenendoli alti di fronte a me, mi d
istruzioni in vietnamita: Quello bianco  per la TV. I
Mondiali sono sul 7. Quello nero  per l'aria condizionata.
Come un mago che brandisce la bacchetta,
punta il telecomando sul condizionatore, situato sopra
la finestra, e preme un pulsante. Di colpo l'apparecchio
comincia a ronzare. Poi preme quello per la TV. Sullo
schermo compare un prato artificiale. Degli uomini in
maglia gialla si danno il cinque.
Si prende Star TV? chiedo. Un canale internazionale
potrebbe trasmettere Oprah.
La sua faccia tradisce un blando disappunto. Certo.
Ma la sua attenzione si sposta sul gioco.
Lap entra e scarica a terra le nostre ultime cose. C'
puzza qui dentro borbotta, poi nota la TV. Gli occhi
sullo schermo, prende il fazzoletto e si asciuga il collo.
A quanto stanno?
Uno a zero per la Francia.
C' puzza.
Umidit precisa Tri. L'aria condizionata la spazzer
via. Fissano la TV. Dopo anni che frequento solo
vietnamiti del Sud,  strano, ma anche meraviglioso,
sentire gente che parla con accento settentrionale.
Shelley spalanca la finestra. Mai, vieni a vedere.
Sta con la mano sul vetro, in attesa. Le dir che dobbiamo
andarcene. Supero Tri e Lap, attraverso lo stretto
varco tra il muro e il letto, per raggiungere il balcone.
Mi faccio posto accanto a Shelley sotto il sole cocente,
sporgendomi dalla ringhiera per guardare gi.
All'altezza della strada vedo una decina di negozi, alcuni
ampi e spaziosi, con bluse variopinte e sgargianti
in vetrina o lussuosi scrigni con gioielli e orologi luccicanti.
Alcuni sono angusti come il nostro albergo, un
buco con nient'altro che uno scaffale che espone batterie
e un ragazzo annoiato seduto su uno sgabellino
di plastica. Lungo la strada, il traffico scorre come un
fiume che va nella direzione sbagliata, lontano dal
lago. Il Lago Hoan Kiem. Adesso so dove siamo. Il traffico
continuer fino al mercato Dong Xuan. Guardo la
calca di motociclette. Come si chiama questa strada?
domando, per semplice conferma.
h-a-n-g d-a-o dice. Non so come si pronuncia.
Hang Dao?
Credo.
Hang Dao. Come ho fatto a non accorgermene?
Ora ho dei punti di riferimento. Alla nostra destra, a sud, posso scorgere gli alberi che circondano il Lago Hoan Kiem. E alla nostra sinistra, a nord, c' Ngo Gach Street, che mi porterebbe a casa.
...
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...
FINE Parte 1.